Ho conosciuto gli insegnamenti di san Josemaría mentre frequentavo il liceo, a metà degli anni Settanta, a Milano. Erano gli anni di piombo in Italia e, almeno nella mia testa, conviveva una voglia positiva di cambiare il mondo, tipica dell’età, con la consapevolezza che c’erano idee che potevano anche fare del male. La fede crebbe, con l’amicizia, più che come un insieme di regole ricevute, come un orizzonte aperto e tutto da percorrere, con il battere dei nostri passi. Per me quel momento coincide con la scoperta di una frase di san Josemaría Escrivá: «Si sono aperti i cammini divini della terra». L’idea che per essere davvero santi non occorresse separarsi dal mondo, riconoscere che il lavoro e le passioni di ciascuno potevano essere la strada per Dio e l’infinito apparivano, e continuano ad essere, affascinanti. Il mondo, la mia professione – al momento lo studio, poi la comunicazione e la pubblicità –, le relazioni quotidiane, non erano più ostacoli alla vicinanza con Dio, ma il luogo stesso del Suo appuntamento. Un mare senza sponde, immenso e aperto, si spalancava.
Il Concilio Vaticano II: un tesoro da scoprire
Questa idea di fondo ha trovato la sua piena collocazione, e una luce ancora più nitida, anche anni dopo, quando ho iniziato ad approfondire i testi del Concilio Vaticano II. A sessant’anni dalla pubblicazione di quei documenti fondamentali, e grazie al costante magistero degli ultimi pontefici, sento salire un senso di riconoscenza. Gratitudine a Dio, alla Chiesa e a san Josemaría, che ha vissuto e predicato con decenni di anticipo ciò che il grande Concilio dell’epoca contemporanea avrebbe poi sancito solennemente. Senza quegli insegnamenti, oggi saremmo forse smarriti, in una visione della religione rigida e fredda, fatta più di regole e norme che di incontri che liberano. Già in quegli anni avevo sentito dire che san Josemaría aveva anticipato il Concilio. Ma che cosa questo significasse lo avrei scoperto dopo, e, devo riconoscerlo, lo sto ancora scoprendo.
Una sola vita
Il Vaticano II ha rappresentato una svolta epocale, un ringiovanimento che ha rimesso al centro la chiamata universale alla santità. Rileggendo la costituzione Lumen Gentium insieme alla celebre omelia di san Josemaría, Amare il mondo appassionatamente, si scopre un parallelo sorprendente e di una profondità straordinaria. Là dove il Concilio parla dei laici inseriti nel mondo come “lievito” per santificarlo dall’interno, il fondatore dell’Opus Dei mostrava che sull’orizzonte il cielo e la terra sembrano unirsi, ma si uniscono davvero nel cuore di chi vive santamente la vita ordinaria. Non c’è spazio per una “doppia vita” o per una fede schizofrenica: l’ufficio, la fabbrica, la cattedra o la casa diventano il prolungamento dell’altare. Il mondo è stato creato da Dio buono e la creazione è un “atto continuo” in cui Dio e l’uomo cooperano, da cui la santificazione del lavoro. Essere del mondo senza essere mondani, rispettare l’autonomia delle realtà umane ma senza perdere lo spirito cristiano che vede tutto secondo l’amore del Padre celeste, a partire dal prossimo e dai più poveri e fragili.
Il compito dei laici
Oggi questo orizzonte di ottimismo cristiano e di apertura verso la cultura moderna appare ancora più chiaro e significativo, e al contempo profondo circa il male da combattere. Papa Leone ci ha incoraggiato a riscoprire questa immensa eredità, sia promovendo una rinnovata catechesi sul Vaticano II, sia attraverso l’enciclica sulla dottrina sociale della Chiesa, Magnifica Humanitas. In quel testo, il Papa ci ricorda l’urgenza di un dialogo costruttivo e fiducioso con il mondo contemporaneo, esortando i laici a farsi carico delle realtà temporali – la politica, l’economia, l’arte – per ordinarle secondo il disegno divino, e nel fare questo ci aiuta a riflettere allargando gli orizzonti. Di fronte ai grandi cambiamenti che porta l’Intelligenza Artificiale, ci ricorda i principi della dottrina sociale della Chiesa, la promozione e la dignità di tutte le persone e di tutti i popoli, la destinazione universale dei beni della terra, perché se si perde la visione d’insieme le aberrazioni sono dietro l’angolo.
Nel bel mezzo della strada
Capisco sempre meglio che l’approccio alla cultura moderna non è una ritirata strategica, né un compromesso con lo spirito del tempo, ma uno sguardo di simpatia, lo stesso sguardo di Dio sulla sua creazione, con più consapevolezza circa il male, sia personale che delle strutture di peccato, come ha insegnato san Giovanni Paolo II. La centralità della Messa, fonte e culmine dell’esistenza cristiana, trasforma ogni nostra azione in un sacrificio spirituale che si alimenta anche nella continuità di piccoli gesti di fraternità e servizio sorridente.
Guardando a questo percorso personale di scoperta, non posso che rinnovare la mia gratitudine per la bellezza di una Chiesa che ci chiama alla pienezza della gioia nel bel mezzo della strada. Una strada che non sempre è facile da percorrere, e che richiede costante attenzione e creatività perché il percorso è sempre nuovo e affascinante. Sentirsi parte di questa missione, portando il lievito del Vangelo dentro le pieghe della storia, è il dono più grande. I cammini della terra sono davvero divini, e spetta a noi, con la nostra vita ordinaria vissuta in modo straordinario, saperlo, riconoscerlo anche negli altri e dimostrarlo al mondo.

