80 anni di san Josemaría in Italia: José Orlandis racconta il viaggio (III)

Il 23 giugno 1946 il fondatore dell’Opus Dei giunse a Roma dopo un avventuroso viaggio: prima in nave, sulla J. J. Sisters, da Barcellona a Genova, poi in macchina verso la Capitale, sulla vecchia via Aurelia dell’immediato dopoguerra. In questa serie di articoli, José Orlandis, che arrivò in Italia con san Josemaría, racconta quel viaggio.

Sintesi della seconda parte: La traversata verso Genova si trasformò in una notte drammatica: la J. J. Sister affrontò una violenta tempesta nel golfo di León, con onde altissime e gravi danni a bordo. Nonostante la sofferenza fisica, san Josemaría mantenne serenità e umorismo; placatosi il mare, il viaggio proseguì tra incontri inattesi - balene e una mina alla deriva - fino all’arrivo in Italia.


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Un abbraccio fortissimo: l’arrivo a Genova

La tempesta ritardò di alcune ore l’arrivo della «J. J. Sister» al porto di Genova[1], ed era già notte inoltrata quando la nave attraccò ai moli. Il beato Álvaro e Salvador erano arrivati a Genova, provenienti da Roma, all’una del pomeriggio e ebbero una grande delusione quando all’agenzia della Transmediterranea dissero loro che la «J. J. Sister» non sarebbe arrivata prima delle ultime ore del giorno: la nave era partita tardi da Barcellona e il mare era molto agitato. Il beato Álvaro lascia traccia del suo sconforto nella pagina del diario “romano” di quel giorno: «Quanto abbiamo pregato perché il mare fosse buono, il viaggio stupendo, ecc., ecc.! Anche perché è il primo viaggio per mare del Padre!». Alle nove e mezzo, don Álvaro e Salvador erano già al porto, dove dovettero aspettare ancora un paio d’ore. Li vedemmo durante la manovra di attracco, dal ponte di prua. «Eccomi qua, brigante!» fu la prima cosa che il Padre gridò a don Álvaro: «Testardo, sei riuscito a farmi venire!». E nell’individuare anche Salvador aggiunse: «Tutti e due! che gioia che siate venuti entrambi!». Pochi minuti dopo, sistemata la passerella, scendemmo a terra e il Padre poté dare un abbraccio fortissimo a quei suoi due figli che erano felici di ritrovarlo.

Un po’ di parmigiano

Il beato Álvaro e Salvador avevano prenotato delle camere per la notte all’Hotel Columbia e là ci recammo senza perdere tempo, non appena fu possibile uscire dal porto. Il Padre era contentissimo, ma allo stesso tempo esausto. Il viaggio era stato sfiancante e da Barcellona era praticamente a digiuno e non aveva fatto le iniezioni di insulina prescritte nel trattamento per il diabete. Arrivati in albergo cercammo di farci dare qualcosa per cena, ma non fu possibile: la sala da pranzo era chiusa e non servivano nulla a quell’ora, nemmeno nelle camere; restavano in servizio solo il portiere e il personale di guardia notturna. Un po’ di parmigiano, che don Álvaro aveva messo da parte, pensando che sarebbe piaciuto al Padre, e alcuni pezzi di pane rimasti nella borsa da viaggio portata da Roma, fu tutto ciò che nostro Padre poté mangiare, nella sua prima notte in terra italiana.

La prima Messa di san Josemaría in Italia

Domenica 23 giugno, alle sette del mattino, uscimmo a piedi dall’hotel alla ricerca di una chiesa dove san Josemaría e il beato Álvaro potessero celebrare la Santa Messa. Ci recammo anzitutto in una chiesa degli Agostiniani in via Balbi, una delle arterie principali del centro storico della città; ma lì, per ragioni che non ricordo e di cui non è rimasta traccia scritta, risultò impossibile celebrare. Da quella chiesa ce ne indicarono un’altra, una «chiesetta» vicina - così è chiamata nella lettera da me inviata da Roma in Spagna il giorno seguente, il 24 - il Padre celebrò la Messa nell’altare maggiore, assistito da Salvador Canals, mentre io aiutavo don Álvaro nell’altare del Sacro Cuorе.

La Messa di quel giorno fu la prima celebrata in Italia dal fondatore dell’Opus Dei. È quindi pienamente comprensibile l’interesse delle persone italiane dell’Opus Dei per identificare con certezza la chiesa in cui ebbe luogo quella celebrazione. La data non lasciava dubbi, ma l’identificazione del luogo presentava alcune difficoltà, perché la memoria è cattiva consigliera e in nessuno scritto contemporaneo figurava il nome della chiesa. Inoltre, negli anni dell’immediato dopoguerra - fino al 1950 - a Genova non si tenevano i «libri delle Messe», nei quali di solito si registrano le intenzioni e i nomi dei celebranti.

Gli unici dati orientativi erano che si trattava di una «chiesetta» - il che escludeva le chiese grandi della zona, come le basiliche dell’Annunziata e del Carmine - e anche che in quella piccola chiesa esisteva allora un altare dedicato al Sacro Cuorе. Cito questi particolari perché, quando anni dopo si cercò di indagare sulla questione, il compito non risultò facile e io stesso dovetti compiere due viaggi a Genova per studiare il problema in situ. La ricerca diede infine il risultato e apparve chiaro che il luogo dove il Padre celebrò la prima Messa in terra italiana fu la chiesa parrocchiale di San Sisto Papa e Maria Bambina, situata in una viuzza del quartiere antico di Genova, vicino all’hotel e non lontano dal porto. «Maria Bambina» è un titolo mariano molto diffuso in Liguria (e nel nord Italia). È comprensibile, dunque, che un titolo così particolare come quello di questa chiesa fosse difficile da ricordare e non figurasse, pertanto, nei «diari» né in altri documenti contemporanei.

Verso Roma!

Per il viaggio su strada da Genova a Roma, l’esperienza fatta nel precedente mese di febbraio servì di lezione. Questa volta non ci furono auto di conti[a][b] né autisti improvvisati. Il beato Álvaro noleggiò un’automobile vecchia ma sicura, con un conducente professionista al volante. Il veicolo aveva strapuntini[2] - dove ci sistemammo Salvador ed io - e un vetro separava lo spazio dei passeggeri da quello del conducente, con il quale si poteva comunicare mediante un telefonino interno. Grazie a questo isolamento - che don Álvaro aveva previsto con anticipo - il Padre avrebbe potuto parlare in piena libertà durante le lunghe ore che ci attendevano sulla strada.

L’incontro con le camicie rosse

Alle nove ci mettemmo in viaggio; ma prima di lasciare la città ci sarebbe stata riservata la sorte di essere testimoni diretti di un avvenimento «storico».Giunti a un viale che era necessario attraversare per raggiungere la strada per Roma, il passaggio era interrotto da una singolare manifestazione o «corteo civico», che ci obbligò a fermarci. Molti dei manifestanti indossavano camicie rosse e quel colore poteva far pensare a una sfilata comunista. Ma presto ci accorgemmo che non era così: le camicie rosse erano la vecchia uniforme garibaldina e tutta quella folla faceva parte di un corteo funebre che accompagnava le spoglie mortali di Giuseppe Mazzini. Questo celebre tribuno del Risorgimento era stato il creatore della Repubblica Romana, dopo la rivoluzione che costrinse Pio IX, nel 1848, ad abbandonare gli Stati Pontifici e a rifugiarsi a Gaeta, città allora appartenente al Regno di Napoli. La Repubblica romana di Mazzini durò poco e, se il Risorgimento continuò a progredire, non fu per la via repubblicana bensì sotto le bandiere della Casa di Savoia, che riuscì a realizzare l’unità d’Italia e, dopo la scomparsa degli Stati Pontifici nel 1870, fece di Roma la capitale del nuovo Regno d’Italia.

Mazzini, repubblicano irriducibile, non accettò la Monarchia dei Savoia e visse in esilio in vari Paesi d’Europa. Ma tornò in Italia sotto il nome fittizio di dottor Brown e, mentre si trovava a Pisa, morì il 10 marzo 1872. Pare che prima di morire avesse disposto che nessuno vedesse le sue ossa nella tomba finché in Italia non avesse trionfato la Repubblica. E questo era, appunto, ciò che era accaduto poco prima del nostro arrivo. Il referendum del 2 giugno aveva dato la vittoria alla Repubblica; il giorno 10 il Tribunale Supremo proclamò ufficialmente il risultato e il giorno 14 il re Umberto II lasciò il Paese. I vecchi repubblicani ricordarono l’ultima volontà di Mazzini e ora portavano con grande solennità le sue spoglie per essere sepolte in qualche onorato pantheon di Genova, sua città natale. Il corteo passò davanti a noi e, una volta terminato, potemmo finalmente riprendere il viaggio. Dal sedile dell’auto, san Josemaría ebbe occasione di contemplare il primo dei molti spettacoli insoliti che gli sarebbe toccato vedere durante i quasi trent’anni della sua permanenza a Roma.

Ancora verso Roma!

Il viaggio da Genova a Roma fu del tutto sereno e non si verificò il minimo incidente, sebbene la pioggia non smettesse di cadere per tutta la mattina. «Più che Italia - scrisse a Madrid - sembrava la Scozia!». In una Penisola italiana ancora priva di autostrade, occorrevano almeno dodici ore da percorrere, in direzione nord-sud, ossia la distanza che separa le due città. Il Padre parlava di progetti per il futuro lavoro apostolico dell’Opera e ricordo che mi sorprese il suo annuncio che l’Opus Dei avrebbe creato alcuni —pochissimi— centri di insegnamento secondario. Alcuni anni più tardi, Gaztelueta, all’ingresso della ría di Bilbao, sarebbe stata la prima di queste scuole, opere corporative, cioè attività apostoliche di cui l’Opus Dei assume la responsabilità dell’orientamento dottrinale e spirituale. Il giorno declinava e verso le nove e mezzo di sera, in una delle curve della via Aurelia lungo la quale procedeva la nostra auto, alla luce incerta del crepuscolo vespertino, apparve davanti ai nostri occhi la sagoma inconfondibile della cupola di San Pietro. San Josemaría, visibilmente commosso, recitò ad alta voce il Credo. Era l’annuncio che eravamo alle porte dell’Urbe, di quella Roma papale, capo e cuore della Cristianità, che aveva sognato tante volte nella sua vita. Allora la campagna romana arrivava quasi fino alle mura della Città del Vaticano e non esistevano i grandi quartieri di nuova costruzione che oggi si estendono molto più lontano il perimetro urbano. Per questo, pochi minuti dopo, entravamo nelle strade dell’antica Roma.


[1] Il testo di questo articolo è preso dal libro “Mis recuerdos. Primeros tiempos del Opus Dei en Roma”, di José Orlandis. La traduzione è nostra.

[2] Seggiolino pieghevole o ribaltabile che in automezzi pubblici, in teatri, ecc., viene aggiunto, e messo di solito nella corsia riservata al passaggio, quando tutti i posti normali sono già occupati.