Dio non si sbaglia: Eduardito, il figlio che con la malattia ha trasformato la sua famiglia

Alcune malattie dei figli portano con loro delle Croci pesantissime. Edoardo e Laura Ortíz de Landázuri hanno saputo affrontare, con la grazia di Dio, una dimensione impegnativa della vita della loro famiglia: la malattia, cronica e con risvolti violenti, del terzo dei loro sette figli, Eduardito.

In una delle omelie raccolte in È Gesù che passa, al n. 99, san Josemaría  dà uno spunto importante per capire quale sia il nucleo della santità in mezzo al mondo: "Se la mia testimonianza personale può avere qualche interesse, posso dire che ho concepito il mio lavoro di sacerdote e di pastore di anime come un compito volto a porre ciascuno di fronte a tutte le esigenze della sua vita, aiutandolo a scoprire ciò che in concreto Dio gli chiede, senza porre alcun limite a quella santa indipendenza e a quella benedetta responsabilità personale che sono le caratteristiche proprie della coscienza cristiana. La santità non consiste in ciò che ci succede, ma in come rispondiamo, con la grazia di Dio, a ciò che ci succede".

La malattia di Eduardito: epilessia idiopatica

Questo punto mi è tornato in mente leggendo una biografia dei coniugi Ortíz de Landázuri[1], e vedendo come hanno saputo affrontare, con la grazia di Dio, una dimensione impegnativa della vita della loro famiglia: la malattia del terzo dei loro 7 figli: Eduardito[2]. Edoardo e Laura, i suoi genitori, spesero la loro vita con una dedizione commovente al lavoro e alla famiglia, sapendosi mettere in gioco giorno per giorno. E non venne loro risparmiata la Croce: quella della malattia cronica di un figlio. La diagnosi fu di una epilessia idiopatica, con grave compromissione mentale[3].

Anche se è impossibile riuscire a rendere il quadro complessivo di preoccupazione e sofferenza che questa situazione generava in Edoardo e Laura, può essere di aiuto a tante famiglie, che vivono lo stesso dramma, riportare alcuni episodi che consentono di intravedere qualcosa della cura con cui i genitori hanno sempre cercato di trattare questo figlio.

Un figlio che non poteva andare a scuola nè dormire da solo

Nato il 29 novembre del 1949, un paio di settimane dopo il trasferimento della famiglia a Granada[4], Eduardito venne alla luce con un parto difficile. Sin da subito manifestò difficoltà nel parlare e a 5 o 6 anni nel camminare, per cui non poté iniziare la scuola. I genitori non facevano preferenze riguardo ai figli, eccetto che per Eduardito. Quando fu diagnosticata la sua malattia irreversibile, Edoardo e Laura capirono che non poteva andare a scuola con gli altri bambini e cercarono attività sostitutive. Per esempio, fu la mamma a scoprire la sua abilità nella pittura e nel cucito, attività alle quali Eduardito si affezionò sin da piccolo. Anche dal punto di vista della sua formazione religiosa, Edoardo e Laura non mollarono mai. Carlos, un altro figlio, ricorda come, Eduardito, infatti, dopo aver ricevuto la prima comunione [a Granada, n.d.r] con grande entusiasmo, continuò a confessarsi e comunicarsi con una certa frequenza per tutto il tempo che convisse con i miei genitori, con una grande spontaneità e naturalezza[5].

Trasferitisi a Pamplona, quando Eduardito aveva quasi 9 anni, i medici che lo presero in cura nella città navarra consigliarono che non dormisse da solo, cosa che già avveniva a Granada, perché ci fosse sempre qualcuno che potesse controllare i suoi attacchi epilettici. Bisognava evitare che cadesse dal letto, che sbattesse la testa o si mordesse la lingua e avvertire rapidamente il padre. I fratelli facevano a turno per svolgere questo incarico[6].

Non fu facile per i fratelli: una scuola d'amore

I genitori erano molto attenti a lui, e non lo rimproveravano mai, anche se a volte le situazioni di tensione che si creavano erano molto conflittuali, e bisognava avere molta pazienza. Non doveva essere facile per i fratelli riuscire a guardare con occhi di affetto il fratello che – possiamo immaginare – a volte con i suoi scatti creava un clima di apprensione in casa, ma grazie all’esempio dei genitori, soprattutto della mamma, l’assistenza al fratello malato fu per loro una scuola in cui imparare l’amore al prossimo, in questo caso rappresentato da un essere tanto amato, come il fratello malato[7]. Ricorda la sorellina Guadalupe: “Bisogna tener presente che mio fratello soffriva di attacchi epilettici frequenti e imprevedibili […] Quegli attacchi duravano pochi minuti, e lo lasciavano esausto: dopo un attacco dormiva circa otto ore. Quando si svegliava, poteva essere di notte e gli altri dormivano; molto raramente seguiva il ritmo della casa. A volte diventava violento e mia madre, con infinita pazienza, lo distraeva perché dimenticasse il motivo della rabbia e tutto tornasse alla normalità. Ma la verità è che c'erano momenti in cui non era facile convivere con Eduardito, anche se tutti lo amavamo moltissimo.” [8]. La sorella Laura, di due anni più grande di lui, ci sapeva fare nell’aiutare Eduardito, ma chi stava sempre con lui era la mamma.

Con il passare del tempo, le reazioni brusche di Eduardito diventarono ancora più violente. Ricorda sempre Guadalupe, di 8 anni più piccola di Eduardito: “Mia madre lo capiva molto bene e sapeva gestire la sua rabbia, ma noi a volte rimanevamo un po' sconcertati dalle sue reazioni […] Una volta, all'inizio degli anni Sessanta […], Eduardito ebbe un accesso di collera smisurato. Era dopo aver mangiato, in cucina; erano lì tutti i piatti in attesa di asciugarsi inclinati l'uno sull'altro. Ed in uno di quegli attacchi aggressivi che gli venivano, con il braccio trascinò tutti i piatti a terra: tutte le stoviglie si ruppero facendo un grande fracasso. Sentito il rumore, siamo corsi in cucina e mia madre ha portato Eduardito nella sua stanza, senza fare alcun dramma, con affetto infinito rimanendo vicino a lui fino a calmarlo, fumando con lui una sigaretta. Dopo un paio d'ore o giù di lì, Eduardito stava dipingendo, come se niente fosse successo.” [9].

La sfida per l'educazione di Eduardito

Nonostante questi scatti, che diventarono sempre più violenti negli anni di Pamplona, Edoardo e Laura non rinunciarono mai all’educazione di quel figlio. Il peso della sua educazione ricadde principalmente sulla mamma, che mostrò in ogni momento un'immensa pazienza. A causa della sua incapacità di seguire una scolarizzazione normale, Eduardito frequentò prima diversi centri per disabili; e poi, a 15 anni, iniziò ad andare al Colegio de Educación Especial Ibero, in via Barañáin, dove gli venne prestata un'attenzione più specifica fino ai 20 anni. In quell’istituto lo trattavano bene, facendo anche una terapia occupazionale. Così Eduardito tornava a casa più sereno, senza dipendere esclusivamente dalla mamma.

Il Colegio però non accettava ragazzi oltre i 18 anni e quando Eduardito compì i 18 anni, nel novembre del 1967, non potendo più frequentare il Colegio, Edoardo e Laura decisero di tenerlo in casa, nonostante la fatica che, soprattutto per la mamma, ciò comportava[10]. Tutto ciò fece sì che la salute di Laura fosse seriamente compromessa, in parte a causa delle continue attenzioni di cui Eduardito aveva bisogno. Quando era a casa, Eduardito assorbiva la mamma in modo quasi esclusivo. Gli altri figli cercavano di mediare, affinché la mamma potesse riposare: se era calmo ci riuscivano, ma se si arrabbiava o era particolarmente nervoso, richiedeva la presenza della mamma[11]. Era lei che riusciva a distrarlo dalle sue preoccupazioni e dalla sua collera. Lei gli parlava e soprattutto gli sorrideva e così riusciva a farlo calmare e dimenticare il motivo della sua rabbia, anche se per questo doveva investire ore. Molte notti restava a parlare con lui, a volte tutta la notte, quando non era riuscito a sfogarsi durante il giorno[12].

Il peggioramento della malattia

Gli episodi di eccentricità andavano aumentando per il peggioramento della malattia. Una volta si dedicò a smontare il televisore completamente. Quando c’erano ospiti e Eduardito era a casa, potevano venirsi a creare situazioni imbarazzanti, come quando egli chiuse a chiave la porta della sala da pranzo, mentre tutti erano dentro, e, trattenendola con forza, impedì agli altri di uscire. Allora si ricorreva alla diplomazia domestica, per convincerlo in buone maniere. La situazione poteva protrarsi oltre il limite, ma non c'era altra scelta che aspettare che desistesse dal suo atteggiamento. Passato il momento, non c'era nessuna lamentela da parte dei suoi genitori, non parlavano dell'incidente e non gli davano particolare peso. Sì, il buon esercizio della paternità e della maternità, come ogni forma d'amore, richiede a volte un eroismo "domestico", se si vuole, ma non per questo meno radicale e costoso. E in tale modo insegnavano ai suoi fratelli ad accettarlo così com'era[13].

A rendere il tutto più faticoso per Edoardo e Laura fu la presenza di nonna Eulogia, la mamma di Edoardo, che ad un certo punto, ormai anziana, si era trasferita a vivere nella loro casa. La convivenza tra la nonna e Eduardito creava molta tensione, si arrabbiavano ed erano gelosi l'uno dell'altra, cosa comprensibile date le loro rispettive circostanze; i due richiedevano moltissime attenzioni. Eduardito, anche giocando, infastidiva la nonna, e Laura temeva che, in un momento di rabbia, la spingesse e succedesse qualcosa di sgradevole. La situazione era tesa[14].

La decisione più dolorosa per una mamma e un papà

Nel 1969 Edoardo e Laura dovettero prendere una decisione molto dolorosa. Si trattava del ricovero di Eduardito nell'Ospedale Psichiatrico di Pamplona: la sua malattia si manifestava con attacchi epilettici sempre più frequenti e reazioni di maggiore violenza. Ricorda Maria Luisa: “Ci fu un fatto, avvenuto poco tempo prima che fosse presa quella decisione a proposito di Eduardito e che fu un momento difficile per tutti. Un giorno ci minacciò con un grande coltello della cucina perché era arrabbiato: Eduardito non poteva seguire il ritmo di vita normale di tutti noi e voleva che gli prestassimo attenzione anche quando non potevamo, da lì derivava facilmente la sua rabbia. Volle allora intervenire mia madre per fargli gettare il coltello, pensando che a lei non avrebbe resistito ma il povero Eduardito fece forza e piegò a mia madre la schiena e facendole del male veramente. Anche se mia madre voleva minimizzare l'avvenimento, credo che questo fece soffrire molto mio padre e fu evidente per lui da quel momento che così non si poteva andare avanti. Mio padre pregava molto per Eduardito e affrontava tutte le situazioni che la sua malattia causava con molta fiducia in Dio e serenità.” [15].

Edoardo parlò di questa situazione delicata con i figli. Essi si rendevano conto che era costretto a prendere tale decisione perché si trovava di fronte a un dilemma: «Eduardito o mamma?». Era una risoluzione che lo faceva soffrire. Ci aveva pensato molto, si era consultato con persone esperte e aveva pregato per capire: bisognava fare così[16]. Laura resistette il più possibile, ma fu costretta a cedere. La sua salute si sarebbe gravemente e ulteriormente deteriorata, se non si fosse dato questo passo consigliato dai medici.

E così, proprio il giorno del Battesimo del primo figlio della figlia Laura, Juancho, il 14 aprile 1969, Edoardo dovette compiere uno dei gesti più dolorosi di tutta la sua vita: portare Eduardito all'ospedale psichiatrico di Pamplona, pur sapendo che era un malato cronico con pochissime possibilità di riabilitazione. Ricorda Carlos: “Lo accompagnammo la maggior parte dei fratelli. Vedemmo con grande stupore come Eduardito non opponeva la minima resistenza, accettando con tutte le sue conseguenze la sua nuova situazione [...] Poi mio padre volle che tornassimo tutti a casa per dire a mia madre che era andato tutto bene. Mia madre era contenta di tutto quello che dicevamo, ma logicamente fu un passo molto sofferto per lei.” [17].

L'isolamento e il distacco

Decidere di ricoverare Eduardito implicò una grande forza d'animo dei genitori, ma in particolare di Laura, per offrire a Dio il comprensibile desiderio di andare a trovarlo. Ma le indicazioni mediche erano di lasciarlo in isolamento, in modo da non risvegliare in lui il desiderio di tornare a casa, che si sarebbe potuto manifestare in accessi di rabbia da parte di Eduardito[18]. Maria Luisa ricorda: “Solo dopo molti anni mia madre ha rivisto Eduardito. Approfittando di qualche uscita di Eduardito per andare a una visita medica alla Clinica, mia madre andò e stette un po’ con lui. Altre volte l'hanno portato a casa da mia madre e hanno fatto merenda insieme. Ma sono state occasioni sporadiche, per non far soffrire Eduardito. Noi altri siamo andati a vedere Eduardito quando abbiamo voluto o potuto, ma lei solo molto di tanto in tanto. Mi sembra che mia madre, specialmente in questa situazione, abbia mostrato una grande fortezza d'animo perché non l'ho mai vista lamentarsi, né piangere, né manifestare desideri contrari a quello che le toccava vivere, ma viveva tutto ciò che riguardava mio fratello Eduardito con la serenità di sempre.” [19]

Era molto tranquillo

Come ricorda sua figlia Laura: "Così facendo, Eduardito si è adattato al Centro per i disabili e quando lo salutavamo alla porta era molto tranquillo, ed anche oggi è così"[20].

C’è un ultimo ricordo che si può riportare: un brano di Edoardo in cui ricorda l’incontro che lui e Laura ebbero con il beato Álvaro del Portillo il 29.8.1981. Parlando dei figli e in particolare di Eduardito, don Álvaro disse: «Lui vi ha fatto tanto bene, e anche se sembra impossibile, vi ha uniti di più, e vi siete aiutati a vicenda. A volte non possiamo capire, ma Dio non si sbaglia»[21].

In fondo, accettare quello che la vita ci porta e viverlo come una chiamata di Dio ad amare sempre di più è proprio ciò in cui consiste la santità. Ed è proprio l’accettazione piena di amore e di speranza che trasforma le difficoltà e i dolori nella Croce di Gesù, in un evento di redenzione. Vengono alla mente quelle parole di san Josemaría: Con quanto amore Gesù abbraccia il legno che gli darà la morte! Non è forse vero che non appena smetti di aver paura della Croce, di ciò che la gente chiama croce, quando applichi la tua volontà ad accettare la Volontà divina, sei felice, e scompaiono tutte le preoccupazioni, le sofferenze fisiche o morali?[22].


[1] MENDO, Hilario, Distintos y unidos, Palabra, Madrid 2023. Da adesso in avanti DU.

[2] Per evitare confusione con il papà, chiameremo sempre Eduardito il figlio, anche se nei testi citati troviamo il nome Edoardo. Con Edoardo, invece, ci riferiremo sempre al papà.

[3] MENDO, Hilario, La fortaleza de una mujer fiel. Laura Busca Otaegui, Ed. Palabra, Madrid 2009, pag. 29.

[4] Sposatisi nel 1941, Laura e Edoardo vissero fino al 1949 a Madrid. Poi Edoardo vinse la cattedra a Granada nel 1949 e vi si trasferirono. Nel 1958 si trasferirono a Pamplona.

[5] La casa del médico: una semblanza de la familia Ortiz de Landázuri Busca, libro inedito di Carlos, figlio di Eduardo e Laura, che raccoglie numerose testimonianze dei suoi fratelli, oltre ai propri ricordi.

[6] Cfr. DU, pag. 110. Come si è accennato, Eduardito aveva 6 fratelli, Manolo e Laura più grandi di lui di 4 e 2 anni, Carlos, José María, María Luisa e Guadalupe (detta Upe) più piccoli di lui di 1, 4, 6 e 8 anni.

[7] Cfr. CAMI SANAHUJA, Ramón, Eduardo Ortiz de Landázuri, Ed. Palabra, Madrid 2008, pag. 60.

[8] Cfr. DU, pag. 184s.

[9] Testimonianza di Guadalupe Ortiz de Landázuri Busca, riportata in DU, pag. 125s.

[10] Scriveva il prof. Álvaro d’Ors, amico di Edoardo, a un amico comune, il prof. Rafael Gibert: «Gli Ortiz de Landázuri stanno attraversando un momento molto difficile perché quelli di Ibero [un internato per disabili] non vogliono tenere lì Eduardito, e sta a casa.», cit. in DU, pag. 182 (nota 122).

[11] Cfr. DU, pag. 183.

[12] Cfr. DU, pag. 182s.

[13] Cfr. DU, pag. 183.

[14] Cfr. DU, pag. 184.

[15] Cfr. DU, pag. 184.

[16] Cfr. DU, pag. 185.

[17] Cfr. DU, pag. 186.

[18] Cfr. DU, pag. 188.

[19] Cfr. DU, pag. 188s.

[20] Cfr. DU, pag. 189. Eduardito è andato in Cielo il 18 novembre 2019.

[21] Cfr. DU, pag. 235.

[22] ESCRIVÁ, s. Josemaría, Via Crucis, II stazione.