“Il dolore di correggere”

Una grande comodità — e a volte una grande mancanza di responsabilità — si nasconde in coloro che, costituiti in autorità, rifuggono dal dolore di correggere, con la scusa di risparmiare la sofferenza agli altri. Forse si risparmiano dei dispiaceri in questa vita..., ma mettono in gioco la felicità eterna — propria e altrui — a causa delle loro omissioni, che sono veri peccati. (Forgia, 577)

Il santo, per la vita di tanti, è “scomodo”. Ma questo non vuol dire che debba essere insopportabile.

— Il suo zelo non deve mai essere amaro; la sua correzione non deve mai essere tagliente; il suo esempio non deve mai essere uno schiaffo morale, arrogante, sulla faccia del prossimo.

(Forgia, 578)

Pertanto, quando nella nostra vita o in quella degli altri notiamo 'qualcosa che non va', qualcosa che richiede l'aiuto spirituale e umano che noi figli di Dio possiamo dare, sarà una chiara manifestazione di prudenza applicare il rimedio opportuno, a fondo, con carità e con fortezza, con sincerità. Non c'è posto per le inibizioni. È sbagliato pensare che i ritardi e le omissioni risolvano i problemi.

La prudenza vuole che, quando la situazione lo richiede, si adoperi la medicina, totalmente e senza palliativi, dopo aver messo allo scoperto la piaga. Non appena notate i più piccoli sintomi del male, sia che dobbiate curare, sia che dobbiate essere curati, siate sinceri, veritieri. In questi casi si deve permettere, a chi è in grado di sanare in nome di Dio, di spremere da lontano, e poi più da vicino, sempre più vicino, per far uscire tutto il pus, in modo che il focolaio d'infezione resti ben pulito. Innanzitutto dobbiamo fare così con noi stessi e con coloro che, per motivi di giustizia o di carità, siamo obbligati ad aiutare; lo raccomando soprattutto ai genitori e a coloro che si dedicano a compiti di formazione e di insegnamento.

(Amici di Dio, 157)