Lavori ordinari e come santificarli (XIX): Mastro orafo

Francesco, mastro orafo, in questa testimonianza racconta di come si impegna a vivere la presenza di Dio nel suo lavoro, tra un’opera d’arte e l’altra.

«Sono nato e cresciuto in una famiglia di artisti - racconta Francesco - I miei genitori, che si sono conosciuti all’Accademia di Brera, sono entrambi pittori, anche se mia madre ha esercitato poco la professione per dedicarsi a me e ai miei quattro fratelli. Mio nonno paterno, invece, era cesellatore e lavorava nell’ambito della bronzistica e dell’oreficeria: ha realizzato dei capolavori unici».

Nonostante l’amore e l’ammirazione per l’arte, Francesco ha maturato la sua vocazione professionale solo al quarto anno di liceo. «Mi era venuta voglia di diventare orafo - spiega - Mio padre ogni tanto mi fece fare alcune esperienze presso suoi amici e colleghi artigiani, ma una più di tutte mi ha lasciato il segno: quella in un laboratorio di arredi sacri di Milano. Nonostante questo, rimasi indeciso su cosa fare, così continuai il liceo scientifico - lo stesso frequentato dai miei fratelli - e svolsi il servizio militare. Terminato il periodo di leva, però, mio padre mi fece tornare sui miei passi e mi consigliò di dare una mano in una ditta di argenteria».

Da Roma a Firenze per inseguire un sogno

Da allora Francesco non ha più lasciato il mondo dell’arte. «L'inizio della carriera non fu proprio roseo, soprattutto dal punto di vista economico. - racconta - Poi, però, all’inizio degli anni Ottanta, mi arrivò una proposta dal Centro Elis: avevano avviato corsi di oreficeria e orologeria in collaborazione con l’Associazione Orafi di Roma e cercavano docenti. Io fino a quel momento non avevo mai insegnato e, nonostante mi sentissi ancora “acerbo”, decisi di trasferirmi nella Capitale e iniziare questa nuova esperienza».

Dopo aver superato l’esame previsto, Francesco ha cominciato una nuova fase della sua vita professionale, lavorando per quasi trent’anni a stretto contatto con importanti orafi e trasmettendo tutta la sua passione e le sue competenze a giovani allievi. «Una decina di anni fa il Centro Elis ha sostituito i corsi di orologeria e oreficeria con corsi di meccanica, industria e artigianato, perché più richiesti. - spiega Francesco - In quel periodo sono rimasto come “jolly”: insegnavo italiano, storia e arte e, nonostante non fossero le mie materie e mi sentissi un pesce fuor d’acqua non mi sono perso d’animo. E infatti ho deciso di approfittare del minor carico di ore per iscrivermi alla facoltà universitaria di Storia e Arte».

Proprio durante questo periodo di cambiamento, si aprì per Francesco una nuova opportunità. «Un collega dell’Elis mi invitò all'inaugurazione della Scuola di Arte Sacra di Firenze. In quell’occasione conobbi il direttore, che mi propose una cattedra part-time. Accettai, facendo il pendolare per qualche anno da Roma, finché non mi sono stabilito a Firenze».

Ciò che rende un posto di lavoro più significativo sono sicuramente le persone. «La Scuola d'Arte Sacra attira soprattutto persone cattoliche - spiega Francesco - ma questo non significa che non sia aperta a chi non crede: l’hanno frequentata anche musulmani e persone di altre religioni. Tuttavia, essendo tutti artisti che lavorano nel settore sacro, è molto frequente che nascano dialoghi e conversazioni sulla religione e sulla fede, e io trovo che sia una cosa molto bella».

Trasformare in endecasillabi la prosa quotidiana

Parallelamente all’insegnamento, negli anni Francesco ha coltivato la sua passione realizzando importanti opere di arte sacra: la croce processionale per la basilica di San Lorenzo, l'urna che custodisce le spoglie del beato Niccolò Stenone e quella, a Rimini, con le reliquie di santa Innocenza, un dono per papa Francesco in occasione dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri, e alcuni oggetti che papa Leone XIV ha regalato a presidenti in visita.

Durante un’omelia pronunciata a Pamplona l’8 ottobre del 1967, san Josemaría Escrivá, fondatore dell’Opus Dei, invitava i presenti a svolgere il proprio lavoro con perfezione, ad amare Dio e gli uomini facendo con amore le piccole cose della giornata abituale, scoprendo quel "qualcosa di divino" che è nascosto nei particolari. Perché, lì assicurava, «quando un cristiano compie con amore le attività quotidiane meno trascendenti, in esse trabocca la trascendenza di Dio»: solo così è possibile trasformare in endecasillabi la prosa quotidiana.

«Mi considero una persona davvero fortunata – conclude Francesco –. Anzitutto perché ho potuto mettere a frutto il mio talento; ma anche perché svolgo uno dei mestieri più belli che ci siano, che rende quasi naturale offrire al Signore ciò che realizzo, soprattutto perché ogni opera d’arte sprigiona bellezza e meraviglia».