In questo nuovo anniversario del 14 febbraio, dopo la conclusione delle Assemblee Regionali e prima del prossimo congresso generale, conversiamo con Isabel Sánchez, segretaria dell’Assessorato Centrale, organismo che assiste il Prelato nel suo lavoro.
Indice dei contenuti di questa intervista
- Sfide per la crescita e lo sviluppo dell’Opus Dei
- Discernimento tra ciò che è essenziale e ciò che è accessorio
- Errori nei processi di discernimento
- Vita nei centri: ciò che si è imparato e cambiamenti
- Ascolto di tutti i membri
- Governo e comunicazione
- Il piano di vita
- Formazione e direzione delle donne: timori e ciò che si è imparato
- La salute mentale, una sfida globale presente anche nell’Opus Dei
- Come concilia un membro dell’Opus Dei – in particolare un membro celibe – il rapporto con la propria famiglia e con l’istituzione?
- Pensi che lo stile di vita dell’Opus Dei sia esigente?
- Quale relazione ha la mortificazione corporale, come il cilicio o le discipline, con la vita di una persona chiamata a vivere in mezzo al mondo? Sono pratiche obbligatorie? Quale bene portano?
- Quale spazio ha la libertà personale in quello che sembra uno stile di vita molto regolato (norme, orari, disciplina esterna…)?
- Sicuramente ti è capitato di accompagnare l’uscita di diverse persone dall’Opera o di aiutare chi deve accompagnare questi processi. Quali insegnamenti ne hai tratto e quali consigli daresti a chi si trova a gestire queste situazioni?
- Qual è l’origine degli “uffici deputati a risanare e a dare soluzioni”? Stanno risultando efficaci?
- Se dovessi scegliere un ambito in cui ritieni che l’istituzione abbia ancora molto da imparare, quale sarebbe?
Quali sono le grandi sfide del nostro mondo che influiscono sulla crescita e sullo sviluppo dell’Opus Dei?
Mi sembra giusto e umano guardare al mondo – il nostro mondo – e ancor più in quest’anno giubilare, da una prospettiva di speranza: il valore attribuito alla libertà individuale e sociale, la possibilità di accesso all’istruzione per ampi settori della popolazione, lo sviluppo umano e sociale raggiunto, la globalizzazione della comunicazione stanno di fatto favorendo la diffusione del messaggio cristiano e della figura di Gesù. In molte persone nasce il desiderio di Dio: i cristiani aumentano in vaste aree dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia; assistiamo negli Stati Uniti a un’ondata di conversioni tra gli intellettuali; crescono i battesimi degli adulti nella vecchia Europa e sono numerose le persone che, attraverso percorsi diversi, imparano a trovare Dio nella loro vita quotidiana. Dove cresce la Chiesa, cresce anche l’Opus Dei.
Ma ci sono anche ombre che oscurano il quadro. Nell’Occidente secolarizzato la perdita del senso della trascendenza rende difficile comprendere stili di vita che pongono Dio al centro. La nostra cultura edonista e individualista fatica a conciliare concetti come amore-impegno, libertà-responsabilità, spontaneità-buone abitudini, legami-sicurezza.
Tre parole riassumono le sfide menzionate: impegno, comunicazione, fiducia.
Impegno, quella meravigliosa capacità della libertà umana di tessere amore attraverso le promesse, è diventata una parola impronunciabile in ogni ambito della vita. Oggi percepiamo maggiore libertà nella possibilità immediata di interrompere un legame, piuttosto che nella paziente fatica di costruirlo.
D’altra parte, l’iperinflazione dell’informazione, la mancanza di scrupoli nella diffusione di fake news e la superficialità con cui accettiamo notizie fuorvianti senza verificarne le fonti creano un clima di confusione, che non chiarisce le idee ma porta alla polarizzazione delle posizioni.
E fiducia, perché l’autorità è percepita come una forma di sete di potere, viene vista con sospetto e, di conseguenza, genera sfiducia.
Nel cammino verso il Centenario e con l'esperienza delle Assemblee Regionali, diresti che l’Opus Dei ha avviato un processo di discernimento tra ciò che è essenziale e ciò che è accessorio?
Le Assemblee Regionali sono un percorso pensato da san Josemaría sin dagli inizi dell’Opus Dei. Da parte del fondatore le consultazioni delle persone che si univano all’Opera ci sono sempre state, ma in modo strutturato e formale si sono svolte per la prima volta nel 1943. Da allora,si sono tenute regolarmente nei Paesi in cui questa istituzione è presente.
In questo senso, quelle che si sono svolte nel 2024, in vista del prossimo congresso generale e nel cammino verso il Centenario della nascita dell’Opera, non hanno avviato un processo nuovo, ma hanno proseguito un dialogo aperto, nel quale, di decennio in decennio – sempre alla luce del carisma ricevuto da Dio come dono per la Chiesa – si sono riviste, potenziate, reinventate e non di rado abbandonate formule, linee d’azione, approcci nella formazione o pratiche di evangelizzazione che, con il passare del tempo o a causa delle trasformazioni sociali e culturali, risultavano ormai obsolete o inadeguate.
Ciò che distingue queste ultime Assemblee Regionali dalle precedenti è stata l’ampia partecipazione, resa possibile dalle nuove tecnologie, e un’impostazione orientata al dialogo, all’ascolto di persone che non appartengono all’Opus Dei e l’entusiasmo generale per la scoperta di nuovi ambiti e iniziative per rispondere alle necessità del nostro mondo.
È stata inoltre una gioia svolgerle nel contesto del cammino sinodale della Chiesa. La Segreteria del Sinodo ci ha incoraggiato a vivere le Assemblee Regionali della prelatura come un momento speciale di ascolto. Questo processo si è svolto in parallelo a quello di molti membri dell’Opus Dei nelle rispettive diocesi, dove hanno partecipato attivamente alle attività proposte nell’ambito del Sinodo.
In vista della celebrazione di un nuovo anniversario dell’inizio dell’Opus Dei tra le donne e in questo cammino verso il Centenario, vorremmo chiederti di affrontare alcuni temi più complessi, su cui l’Opera è stata oggetto di interrogativi.
C'è un riconoscimento di errori nei processi di discernimento?
La Chiesa – e al suo interno l’Opus Dei – segue da secoli l’eco di alcune parole di Gesù: «Vieni e seguimi». Qualsiasi annuncio del Vangelo, qualsiasi tentativo di mostrare e proporre un cammino di vita cristiana non ha altro scopo se non quello di condividere la possibilità di un incontro personale con Gesù Cristo, che è Colui che invita con amore e che dona la forza per rispondere alla Sua chiamata.
Il tono di Gesù è chiaro – un invito amorevole – ma nel trasmetterlo si possono commettere errori, e di fatto ne sono stati commessi. L’entusiasmo di condividere ciò che per qualcuno è un bene può aver portato, in alcuni casi, ad accelerare i tempi o a non favorire un ascolto attento e rispettoso. Il racconto di alcune persone ci ha fatto comprendere che, purtroppo, questo è accaduto. Ciò ci ha spinto non solo a riconoscerlo e a chiedere loro perdono personalmente, ma anche a prestare maggiore attenzione ai metodi adottati, affinando la cura e la sensibilità.
In una recente intervista, Lidia Vía, responsabile dei programmi di formazione per i giovani in Spagna, ha spiegato in dettaglio questo processo di miglioramento, portato avanti da anni, e il modo in cui sono state coinvolte anche le persone vicine agli apostolati dell’Opus Dei.
La preparazione al Centenario, che abbiamo voluto vivere attraverso tre dimensioni – la gratitudine per il dono ricevuto, il riconoscimento di esperienze negative e il sogno per il futuro – ci ha dato l’opportunità di correggere già lungo il cammino ciò che era possibile migliorare. Anche le testimonianze di persone che hanno vissuto difficoltà nell’Opera ci hanno aiutato a riconoscere errori e a chiedere perdono. Chiunque abbia un ruolo di responsabilità lo ha fatto frequentemente in ambito familiare, e il Prelato stesso lo ha fatto pubblicamente in diverse interviste. Inoltre, a livello istituzionale, quasi tutti i comunicati emessi dagli uffici di informazione per chiarire determinati fatti hanno incluso – con dolore – il riconoscimento di negligenze, errori di discernimento, mancanze di sostegno emotivo e altre situazioni che richiedevano una revisione attenta.
Alcune accuse riguardano l’eccessiva normativizzazione della vita nei centri, basata su criteri riportati in documenti di uso interno, accessibili solo a persone con incarichi di governo. Cosa diresti al riguardo? Di quali cose ci si è resi conto e quali cambiamenti ci sono stati?
I centri dell’Opus Dei vogliono essere spazi di formazione e di carità. Case in cui le persone dell’Opera possano ritrovarsi e prendersi cura gli uni degli altri, condividere progetti di evangelizzazione, ricevere accompagnamento spirituale e proposte continue di aggiornamento nella loro formazione cristiana.
Il centro appartiene a tutti ed è per tutti, ma vi risiedono persone dell’Opera celibi (circa il 12% del totale) che hanno la missione di renderlo un autentico spazio familiare cristiano. Il progetto comune è esigente, perché punta a beni ardui: la santità di ciascuna persona e una semina continua di bene.
Come in qualsiasi altro contesto di convivenza umana, sono necessarie alcune minime norme per evitare che chi vive nello stesso luogo si senta un estraneo, per garantire tempi e condizioni adeguate alla preghiera, al riposo e al recupero delle energie. Si tratta di norme di vita familiare (un semplice orario condiviso, accordi per l’uso degli spazi comuni, ecc.) e di tradizioni che rafforzano il senso di appartenenza a qualcosa con radici e storia. Proprio per questa natura familiare, devono essere vissute con flessibilità e spontaneità: quando queste mancano, per qualsiasi motivo, si può effettivamente generare un senso di oppressione o di rigidità.
In questo ambito, i processi di apprendimento sono simili a quelli di molte famiglie e di altre istituzioni: si è andati nella direzione di uno stile di organizzazione e di direzione più orizzontale, coinvolgendo tutti, affrontando con affetto e generosità le sfide dell’intergenerazionalità, evitando la fretta per poter meglio prendersi cura degli altri e trovando soluzioni creative alle tensioni che molte persone nel mondo incontrano nel conciliare vita professionale e familiare.
Quando san Josemaría iniziò a mostrare il cammino dell’Opera a coloro che lo seguivano, si rese conto che si trattava di un processo di prova ed errore, in cui alcune cose funzionavano bene e altre meno. Fu significativo il fatto che volesse coinvolgere tutti i primi membri dell’Opus Dei e chiedesse loro di scrivere le proprie esperienze per condividere ciò di cui si rendevano conto nel tempo. A mano a mano che l’Opus Dei cresceva e coinvolgeva migliaia di persone, queste esperienze si trasformarono in piccoli protocolli basati su buone o cattive pratiche. Tali esperienze, che erano dinamiche e soggette a cambiamento, come la vita stessa, nel corso degli anni Settanta e Ottanta assunsero una rigidità maggiore rispetto a quella che avrebbero dovuto avere. Inoltre, forse non si raccolse con sufficiente attenzione il feedback necessario per verificare se ciò che era stato positivo in un’epoca lo fosse ancora. È comprensibile, perché si desiderava rimanere il più possibile fedeli al fondatore e si pensava che il modo migliore per farlo fosse mantenere anche le piccole cose. Questo è un fenomeno comune a molte istituzioni di origine carismatica. Con il passare del tempo, però, l’Opera ha dovuto affrontare nuovi contesti, si è arricchita grazie alle giovani generazioni e ha imparato dalla loro esperienza. L’Opus Dei ha accolto persone provenienti da contesti culturali e percorsi di vita sempre più diversi, e la revisione delle buone pratiche orientata a far sì che le persone potessero vivere con libertà e gioia il proprio cammino verso Dio è stata forse inizialmente lenta, ma negli ultimi anni è stata portata avanti con maggiore consapevolezza.
Questi documenti formativi sono sempre stati a disposizione della Santa Sede. All’interno dell’Opera, erano accessibili a coloro che avevano funzioni di formazione. Poiché il contesto attuale richiede maggiore trasparenza e orizzontalità anche nell’Opera, così come nelle famiglie, si è provveduto a introdurre cambiamenti. Oggi esistono pochi documenti normativi, come gli Statuti, attualmente in fase di revisione. C’è un libro che definisce lo spirito e le consuetudini dell’Opera, disponibile per i membri, e ci sono esperienze di formazione a livello locale.
In che misura l’Opus Dei ascolta i suoi membri, anche coloro che hanno uno sguardo più critico e pongono interrogativi su alcuni temi?
Penso che il lavoro che stiamo portando avanti negli ultimi anni – in sintonia con quanto accade anche nella società e nelle famiglie – sia quello di migliorare le risposte che diamo, il modo in cui integriamo questo ascolto e queste voci nei processi decisionali. Si sta anche dando maggiore rilievo alla progettazione di processi partecipativi, già previsti da san Josemaría e adattati al momento attuale. Come dicevo, lo svolgimento delle Assemblee Regionali è stata una dichiarazione eloquente del desiderio di ascoltare e integrare le voci di tutti. Inoltre, abbiamo voluto che il feedback fosse una priorità in tutto questo percorso, e per questo ci siamo impegnati affinché venisse valorizzato in tutti i Paesi.
Le persone con responsabilità di governo nell’Opera hanno le porte aperte a chiunque e dedicano molto tempo all’ascolto. Personalmente, trovo di grande aiuto il confronto con persone che pongono domande difficili.
Come vengono studiati i temi nel governo dell’Opera? Come si gestisce la comunicazione e l’attuazione dei cambiamenti? Esistono strumenti di verifica per garantire che vengano applicati in tutte le regioni?
In un certo senso, credo che gran parte delle perplessità o degli errori imputati all’Opera derivino da una comunicazione interna debole, con canali insufficienti. In un mondo come quello di oggi, caratterizzato dall’immediatezza della comunicazione, dalla richiesta di trasparenza e di rendicontazione, condividere le informazioni sui cambiamenti e le loro motivazioni non solo è necessario, ma è anche desiderato. Posso affermare che abbiamo fatto molti passi avanti in questo ambito, anche se non sempre al ritmo che vorremmo, né in modo uniforme in tutte le parti del mondo e in tutti i casi.
Chi dimostra concretamente il desiderio di arrivare direttamente a ogni singola persona dell’Opus Dei è il Prelato. Ha voluto che tutte le informazioni relative ai recenti cambiamenti canonici dell’Opus Dei giungessero a tutti in modo uguale, attraverso il sito web, assumendo egli stesso il ruolo di portavoce. Infatti, molte persone hanno chiesto chiarimenti agli organi di governo dei loro Paesi, pensando che disponessero di maggiori informazioni, e sono rimaste sorprese nel constatare che l’accesso alle informazioni era stato realmente uniforme. Come in ogni organizzazione, esistono informazioni che vengono gestite in base al ruolo ricoperto, ma molte altre sono un diritto di tutti. Stiamo lavorando per migliorare questo processo.
In cosa consiste il piano di vita così come lo proponeva san Josemaría? Qual è il suo scopo?
L’aspetto più affascinante della fede cristiana è che ci fa conoscere un Dio con un volto umano, un nome. È un Dio vicino, incarnato, ma pur sempre Dio: non si vede né si sente con i sensi. Se vogliamo conoscerlo e rapportarci a Lui, dobbiamo fissare degli appuntamenti, flessibili ma frequenti, che ci aiutino a guardarlo con gli occhi della fede, ad ascoltare la Sua parola contenuta nelle Scritture, ad imparare a riconoscerlo e adorarlo nell’Eucaristia e a trovarlo dentro di noi. Questi momenti sparsi lungo la giornata formano un piano, un piano di vita cristiana. Ma questo piano di vita non è un fine in sé stesso. Il suo scopo è permetterci, in molti momenti della giornata, di fare esperienza della gioia di un nuovo incontro con Gesù Cristo, che passa e ci aiuta, ci sostiene, ci rialza, ci consola e ci insegna. Con questa forza divina, possiamo affrontare la vita con serenità, gioia e libertà, cercando di permeare tutte le nostre attività e le nostre relazioni con l’amore.
Nell’Opus Dei esiste un piano di vita comune a tutti, che deve però adattarsi alle circostanze e agli impegni di ciascuno, in base al momento professionale, alla fase della vita o alle varie responsabilità. Viene proposto come uno strumento per vivere in ogni istante con la consapevolezza di essere figli di Dio.
Sin dall’inizio, san Josemaría ha messo in guardia contro alcuni possibili errori di prospettiva, che potrebbero trasformare questo piano in un peso: considerarlo un fine in sé stesso e accontentarsi di “adempiere” meccanicamente; attribuire un peso eccessivo agli inevitabili fallimenti nel seguirlo; viverlo senza creatività, cadendo nella routine; interpretarlo in maniera eccessivamente intimista, allontanandosi dalle necessità degli altri. L’essenziale è non perdere mai di vista che lo viviamo per unirci a Cristo e per portare il Suo amore a tutto il mondo.
Nella tua vita ti sei dedicata in modo particolare alla formazione di donne che hanno ricoperto incarichi di direzione. Su quali aspetti hai posto maggiore attenzione? Quali “vizi” hai temuto di più e perché? Quali acquisizioni ritieni siano state fatte?
Guidare un’organizzazione cristiana non può significare altro che servire. Ammiro la dedizione e le capacità di tutte quelle donne (che rappresentano una percentuale molto piccola del totale) che, in ogni Paese dove è presente l’Opus Dei, si impegnano professionalmente per promuovere la formazione religiosa delle persone che si avvicinano agli apostolati dell’Opera, per incanalare il loro desiderio di diffondere il Vangelo, e per mettere a disposizione mezzi concreti (risorse, attività, accompagnamento spirituale, ecc.) affinché la chiamata ricevuta da Dio rimanga viva e giovane. Imparo molto da loro.
Le linee guida per orientarle nell’esercizio della loro responsabilità derivano dall’esperienza di san Josemaría: che in ogni questione esprimano la propria opinione con onestà; che siano aperte alle idee e alle opinioni del resto del team; che in ogni studio – anche il più semplice o materiale – non si perda mai di vista l’attenzione alla persona nella sua unicità; che nelle decisioni che riguardano le persone si assicuri un ascolto attento e si rispetti scrupolosamente la loro libertà. Inoltre, è importante che approfittino del periodo in cui ricoprono il loro incarico per accrescere le proprie conoscenze e competenze, in modo da facilitare la loro transizione professionale verso altri ambiti una volta terminato il mandato.
In un lavoro del genere, il vizio più pericoloso è la mancanza di fede: non considerare l’azione di Dio e non saper trasmettere la speranza soprannaturale. Su un altro piano, si stanno adottando misure per evitare stili autoritari, rigidità o carenze di creatività. Inoltre, si sta lavorando per garantire un ricambio periodico ed efficace, affinché gli incarichi non si protraggano oltre il necessario.
Dato il crescente riconoscimento della salute mentale come una sfida globale che colpisce persone in vari ambiti della società, come è evoluta l’attenzione e l’accompagnamento in questo campo all’interno dell’Opera nel corso dei decenni? In che modo l’istituzione si è adattata alle nuove sensibilità e agli approcci attuali sul benessere psicologico?
All’Opus Dei si avvicinano persone comuni, persone della strada. E quella strada è piena di gente che affronta problemi, inclusi quelli legati alla salute mentale. Come le famiglie e le altre realtà umane, abbiamo dovuto – e continuiamo a farlo – imparare a identificarli, a non stigmatizzarli, a prenderci cura delle fragilità e a incoraggiare le persone a ricevere l’assistenza specializzata necessaria in base a ogni situazione.
Il campo della psichiatria e della psicologia è molto cambiato nelle ultime decadi. Dopo un periodo fortemente influenzato dalla psicoanalisi e, successivamente, dallo sviluppo dei farmaci, oggi è molto più diffuso un approccio psicoterapeutico basato su terapie non farmacologiche. Alcune esperienze del passato possono essere comprese alla luce di questo contesto. Abbiamo imparato a non mescolare l’aspetto spirituale con quello terapeutico.
Posso dire con certezza che oggi c’è maggiore sensibilità nella prevenzione: si incoraggia la cura di sé, si favorisce il riposo e si cerca di evitare sovraccarichi di lavoro e di incarichi. Inoltre, si coinvolgono molto di più le famiglie, soprattutto quando si tratta di giovani.
Non è un ambito facile per nessuno e c’è ancora molto da imparare.
Come concilia un membro dell’Opus Dei – in particolare i membri celibi – il rapporto con la propria famiglia e con l’istituzione?
Un aspetto cruciale dell’Opera è il suo carattere familiare. Chi chiede l’ammissione e inizia a vivere il carisma dell’Opus Dei scopre una nuova famiglia, ma allo stesso tempo proviene già da una famiglia e continua ad averla. E non sempre siamo riusciti a integrare al meglio queste due dimensioni. In alcuni casi, ci sono state tensioni, e su questo aspetto abbiamo imparato molto. Alcune persone hanno lasciato l’Opera proprio a causa di ferite o difficoltà in questo ambito, non sentendosi accompagnate in questo processo di integrazione. Allo stesso tempo, ci rendiamo conto di quanto sia importante curare il modo di essere famiglia all’interno dell’Opus Dei. La chiamata all’Opera è una chiamata a donarsi agli altri in un compito di evangelizzazione e di formazione, che in determinati momenti richiede una dedizione esclusiva. Quello che abbiamo appreso è che la decisione su dove ciascuno debba essere in ogni fase della vita deve essere soprattutto una scelta personale, maturata nel dialogo con Dio.
Pensi che lo stile di vita dell’Opus Dei sia esigente?
L’ideale del cristiano è vivere amando Dio e facendo il bene agli altri. Se fosse solo una meta da raggiungere, potrebbe sembrare un traguardo irraggiungibile e logorante. Ma questo ideale è un dono che riceviamo: amare Dio e, con Lui, gli altri. Questa dinamica è fonte di gioia, pace, fede e speranza. Aiuta a dare equilibrio alla vita, costruendola su basi solide e con un’unità di intenti che la rende coerente.
Tuttavia, mantenere nella pratica la centralità di questi valori evangelici richiede sia l’aiuto della grazia di Dio, sia un impegno quotidiano.
Nell’Opus Dei si offrono occasioni per ricevere la grazia e, al tempo stesso, si incoraggia a non tirarsi indietro davanti alle richieste audaci di Dio. È un cammino esigente perché mira a un bene arduo, ma è anche un cammino amabile, perché il fine è l’amore, compatibile con le fragilità e i limiti di ciascuno.
Migliaia di persone in tutto il mondo hanno trovato la felicità in questo percorso. Il segreto sta nel viverlo con la massima libertà e con un amore sempre rinnovato per Gesù Cristo, che ci ha chiamati, e per gli altri.
Quale relazione ha la mortificazione corporale, come il cilicio o le discipline, con la vita di una persona chiamata a vivere in mezzo al mondo? Sono pratiche obbligatorie? Quale bene portano?
La Chiesa cattolica è un popolo che da ventuno secoli segue Gesù di Nazareth e cerca l’unione intima con Lui. Non esiste Gesù senza la Croce, e non c’è cristiano che possa esserlo senza condividerla con Lui. Il modo di stare nel mondo per un cristiano è amare la Croce.
Oltre alle sofferenze e ai dolori che la vita porta con sé, la generosità e l’amore dei cristiani di ogni epoca – giovani e adulti – hanno trovato modi per partecipare al dolore redentore del Signore: digiuni, privazioni, piccole scomodità volontarie… Un patrimonio spirituale che include anche pratiche di mortificazione che, in modo simbolico, fanno rivivere nel corpo la Passione di Gesù, come l’uso del cilicio e delle discipline. Le ha usate san Tommaso Moro, padre di famiglia e Cancelliere d’Inghilterra; le hanno cercate i pastorelli di Fatima.
L’Opus Dei attinge le sue proposte di vita cristiana da questa tradizione secolare. Ai membri celibi si raccomanda, come un mezzo in più per avvicinarsi al Signore, un minimo di mortificazione corporale, sempre secondo questi criteri: moderazione, buon senso e sotto il consiglio della direzione spirituale.
Quale spazio ha la libertà personale in quello che sembra uno stile di vita molto regolato (norme, orari, disciplina esterna…)?
La fede cristiana è sempre un ambito di libertà, perché ci pone davanti a Dio come figli, non come schiavi. Le Sue chiamate hanno sempre il tono di un invito e attendono una risposta libera e responsabile.
L’Opus Dei è formato da persone adulte e libere, che hanno scelto un cammino di vita cristiana, sanno a cosa si impegnano e lo vivono liberamente. Questa scelta di vita li porta ad amare profondamente il proprio ambiente, a essere immersi nella società, ad affrontarne le sfide insieme agli altri, a donare amicizia e affetto con generosità. Sono seminatori di pace e di gioia, mentre camminano fianco a fianco con tutti.
Dal momento in cui percepiscono la chiamata di Dio a questo cammino, ricevono spiegazioni sul modo specifico di vivere alcune virtù cristiane, sul piano di vita spirituale che viene proposto, sui mezzi di formazione permanente necessari per la loro missione di evangelizzazione. È logico: l’Opus Dei è un cammino nella Chiesa, un cammino ampio, ma con contorni chiari. Chi scopre nel proprio cuore la chiamata a questa vocazione è la prima persona interessata a viverla nel miglior modo possibile. Per questo, gli incontri formativi a cui si fa riferimento sono un requisito essenziale prima dell’ingresso giuridico nell’Opera: nessuno viene ammesso senza conoscere a cosa si sta impegnando e senza sceglierlo liberamente.
Oltre a questa conoscenza teorica, gli anni che precedono il vincolo definitivo servono a verificare se questa proposta di vita si può realmente incarnare nel quotidiano, sempre con lotte e con errori, che sono parte dell’esperienza umana. Questo fa parte del processo di discernimento vocazionale, sia da parte dell’Opera, sia da parte della persona interessata. Su questo punto l’Opus Dei non è diverso dalle altre istituzioni della Chiesa.
Gli esseri umani sono imperfetti: siamo liberi, ma dobbiamo imparare a vivere e a sentire questa libertà. Dal punto di vista dell’organizzazione, l’apprendimento più importante è come promuovere e valorizzare sempre meglio la libertà, che è il motore principale della vita di abnegazione: una libertà plasmata dall’amore ricevuto da Dio. In questo processo è essenziale eliminare stili formativi autoritari e rigidi, e individuare anche atteggiamenti volontaristici o perfezionistici, che alla lunga generano solo ansia e tristezza.
Sicuramente ti è capitato di accompagnare l’uscita di diverse persone dall’Opera o di aiutare chi deve accompagnare questi processi. Quali insegnamenti ne hai tratto e quali consigli daresti a chi si trova a gestire queste situazioni?
Le persone che hanno lasciato l’Opera non sono per me un collettivo, ma volti della mia preghiera, persone in carne e ossa con cui ho condiviso sogni e progetti e che, per motivi diversi in ciascun caso, a un certo punto del cammino hanno deciso di andarsene. In molti casi, si è trattato di un normale processo di discernimento e, con il passare degli anni, alcune di loro hanno chiesto nuovamente l’ammissione. In altre occasioni, i motivi sono stati diversi, e quelle persone hanno mantenuto una certa vicinanza rispettosa con l’Opera.
Quello che più mi addolora sono le ferite di chi se n’è andato con dolore o rabbia. Ho conosciuto da vicino alcuni casi e mi dispiace profondamente non essere riuscita ad arrivare in tempo, ad accompagnare meglio o a mantenere un’amicizia nonostante le divergenze.
Mi rattrista che si siano verificate queste situazioni. Negli anni abbiamo imparato ad accompagnare meglio queste uscite e a cercare di non lasciare nessuno solo.
In ogni caso, ho visto più volte come Dio si sia servito di questi percorsi, talvolta tortuosi, per portare molto bene sia alle persone coinvolte – quelle che hanno lasciato l’Opera e quelle che sono rimaste –, sia all’Opus Dei stesso.
Qual è l’origine degli “uffici deputati a risanare e a dare soluzioni”? Stanno risultando efficaci?
Il nostro desiderio è che le persone che lasciano l’Opus Dei possano farlo accompagnate da coloro che sono loro vicini in quel momento e che si tenga conto delle loro circostanze personali. Negli ultimi anni ci siamo impegnati particolarmente su questo fronte, e molte persone hanno ricevuto sostegno e aiuto sia nel momento in cui hanno lasciato l’Opera, sia successivamente, quando si sono riavvicinate.
Sappiamo, però, che non sempre è stato così. Ed è proprio per questa consapevolezza che il Prelato ha voluto che in tutti i Paesi esistesse un protocollo di attenzione come prima misura fondamentale, in vigore da marzo 2024. In alcuni luoghi, questo protocollo si è concretizzato con la creazione di uffici deputati a risanare e a dare soluzioni, che garantiscono uno spazio per coloro con cui si è perso il contatto o che preferiscono questo canale per esprimere le proprie esigenze. Il mio desiderio sarebbe che questi uffici non fossero necessari, perché ciò significherebbe che siamo stati capaci di accompagnare adeguatamente chi lascia l’Opus Dei, qualunque sia la ragione della sua scelta.
Se dovessi scegliere un ambito in cui ritieni che l’istituzione abbia ancora molto da imparare, quale sarebbe?
Quando arriveremo al centenario dell’Opera, dopo un secolo di cammino percorso da decine di migliaia di persone uniche, mi piacerebbe che si potesse dire di noi qualcosa di simile a ciò che i contemporanei dicevano dei primi cristiani: “Guardate come si amano!”, guardate come si prendono cura gli uni degli altri, come amano appassionatamente il mondo e come contribuiscono a renderlo migliore.
Per arrivare a questo, dobbiamo continuare a crescere nella capacità di formare più profondamente nella e a partire dalla libertà personale, affinché ognuno si sappia, si senta e si mostri conosciuto e amato, spinto a sviluppare i propri talenti e a metterli al servizio del bene comune.
Ci sono molti ambiti aperti: autenticità evangelica, spiritualità incarnata, libertà, apertura e dinamismo missionario, sensibilità sociale e collaborazione con chi non la pensa come noi. Queste sono le proposte emerse nelle Assemblee Regionali per guardare avanti. E non si tratta solo di qualcosa che deve fare l’istituzione come tale, ma di un compito che spetta a ciascuno di noi, perché, in fin dei conti, l’Opus Dei siamo noi, le persone che lo formiamo.