“Era una domenica”: la prima messa in onda del documentario “I cammini divini della terra”

Nell'ottobre 1978 la RAI trasmise “I cammini divini della terra”, un documentario realizzato in occasione del cinquantesimo anniversario dell’Opus Dei. Rimasterizzato oggi per la prima volta in HD, il video riporta alla luce le storie di uomini e donne che raccontano come cercare Dio nella vita quotidiana. Cosimo Di Fazio, numerario dell’Opera e testimone di quegli anni, ricorda il clima in cui nacque il documentario e l’impatto che ebbe la sua messa in onda.

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Opus Dei in Italia negli anni ’70: il contesto

Son passati quasi cinquant’anni da quando la RAI mandò in onda il documentario “I cammini divini della terra”. Penso che le persone dell’Opera proveranno una particolare gioia nel rivederlo, ricordando non solo il contenuto ma il clima psicologico di quell’autunno del 1978. Fra l’altro il cinquantesimo dell’Opera cadeva in un giorno di Sede Vacante, dopo l’improvvisa morte di Giovanni Paolo I (28 settembre 1978, N.d.R).

Negli anni che precedettero il documentario, la conoscenza dell’Opus Dei in Italia passava soprattutto attraverso la stampa, che spesso concentrava l’attenzione sui suoi possibili risvolti politici e istituzionali. Certamente vi erano anche articoli, e persino interviste a san Josemaría e reportage su importanti realizzazioni come la Fondazione RUI (Residenze Universitarie Internazionali) e il centro ELIS, ma non avevano grande risonanza. Ripensando a tali realtà, la visione del documentario stupì proprio per il totale contrasto con la produzione giornalistica.

La sorpresa era anzitutto motivata dalla novità: a parte il telegiornale del 21 novembre 1965, con la notizia del Papa al Tiburtino, e una breve intervista nel giugno 1976 a Paolo Arullani, oggi attuale presidente del Advisory Board della Rome Biomedical Campus University Foundation, non vi erano stati significativi interventi televisivi sull’Opera: la stessa morte del Fondatore e l’elezione del beato Álvaro come suo successore non superavano l’importanza e il tempo di qualunque notizia di cronaca.

La figura di san Josemaría era quindi conosciuta attraverso la proiezione privata, in diversi centri dell’Opera, di alcuni suoi incontri informali con persone dell’Opera ed amici, tenuti in diverse parti del mondo, nel corso dei suoi viaggi pastorali. Vi erano, infatti, in circuiti interni all’Opera, delle registrazioni di questi incontri svoltisi tra il 1972 e il 1974, la cui visione era laboriosa, soprattutto per ragioni tecniche. La traduzione era in diretta, attingendo alla trascrizione. Ma si trattava di realtà circostanziate, per quanto numerose fossero le proiezioni.

“I cammini divini della terra”: come nasce il documentario

Da qui, l’importanza del documentario girato da Alberto Michelini, all’epoca giornalista del TG1, e mandato in onda sulla RAI. “I cammini divini della terra” fu infatti il primo documentario professionale sull’Opus Dei destinato a una diffusione televisiva di grande portata e trasmesso dal servizio pubblico nazionale. Qualche anno prima era stato realizzato in America Latina un documentario sull’Opera, ma con mezzi molto più artigianali e senza una diffusione paragonabile. Anche per questo, la trasmissione della RAI rappresentò un passaggio nuovo: per la prima volta il volto internazionale dell’Opus Dei entrava nelle case di un pubblico vasto attraverso un prodotto televisivo di qualità professionale. L’idea nacque nell’ambito della celebrazione del cinquantesimo dell’Opera. Alberto Michelini e Pippo Corigliano, che ai tempi dirigeva l’Ufficio informazioni della Prelatura, vi lavorarono a lungo, con la collaborazione di molte persone. Basti pensare all’impegno che comportò l’ottenere dai paesi più disparati i filmati delle interviste. Furono coinvolte persone dell’Opera francesi, inglesi, tedesche, austriache, brasiliane, statunitensi, peruviane, messicane, nigeriane, keniote. Aggiungiamo che le comunicazioni non erano digitali come oggi e i tempi per le indicazioni e le risposte erano lunghi. Eppure a noi appare del tutto normale la successione di interviste che passavano disinvoltamente dall’Australia al Brasile, dalla Nigeria alla Germania.

Ricordo che i due e qualche collaboratore si riunivano in una stanza di un edificio che si trova all’angolo fra Viale Bruno Buozzi e Via Domenico Cirillo.

Il panorama dell’Opera di cinquant’anni fa resta sorprendente ancora oggi. Appena si notano le vecchie terminologie, dovute al fatto che l’Opera non era ancora una Prelatura Personale. Lo spettatore, che dell’Opera conosceva notizie distorte in chiave politica, si trovava davanti un universo di gente normale che viveva con spirito cristiano le incombenze quotidiane, dal lavoro alla famiglia. E sorprendeva ancora di più il modo in cui gli intervistati fossero esigenti nella preghiera e nell’apostolato, fondendoli con la vita quotidiana, e quindi con modalità diverse da quelle religiose. Non solo testimoniavano come la preghiera trae spunto dalla vita di ogni giorno e non da regole, ma anche che tutto questo era già una realtà piena in tutto il mondo.

In tal senso il messaggio di quelle immagini è tuttora validissimo. E, a sessant’anni dalla Lumen gentium, richiamata nell’intervista al Cardinale König, invita ancora a riflettere. Da una parte, non si può ignorare quanto, in questi decenni, sia fiorita una ricca santità laicale, nei movimenti ecclesiali, nelle parrocchie e in molte altre realtà della Chiesa. Dall’altra, ancora oggi una certa mentalità clericale fa fatica a riconoscere che anche le decine di migliaia di fedeli dell’Opera hanno ricevuto una specifica vocazione divina all’interno della Chiesa, radicale nella sua esigenza di santità, da vivere nel mezzo del mondo.

Per queste ragioni, vedendo il documentario, in molti potrebbe destare meraviglia la testimonianza dell’operaio che prega lavorando, trovando Dio nel manovrare la fresa; o del pilota d’aereo che non si confonde fra i fusi orari perché l’ordine bisogna averlo prima in testa, cioè nella presenza di Dio. Ne “I cammini divini della terra” appare la gamma più ampia possibile di lavori: il sindaco e il fabbro, il filosofo e la dentista, la scrittrice e la collaboratrice domestica, il conducente di autobus e la maestra. Su ogni sequenza si percepisce la fonte dell’insegnamento del Fondatore che compare in alcuni incontri collettivi. La forza del suo insegnamento non ha perso nulla della chiarezza e dell’incisività di allora. E del coraggio. Basti pensare al suo intervento sulla vera liberazione, durante un incontro in Sudamerica: spiegava con forza che la liberazione è quella della Croce e l’aveva appresa nei suoi primi anni di sacerdozio, andando negli ospedali e prendendosi cura dei malati di tubercolosi. Quando lo si vede esclamare: “Questa è la mia liberazione!”, viene spontaneo pensare al contesto di quegli anni, segnato da forti tensioni sociali e da un intenso dibattito sulla liberazione cristiana. In quel clima, infatti, si sviluppavano diverse correnti della teologia della liberazione, con impostazioni anche molto differenti tra loro.

L’Opus Dei entra nelle case degli italiani: la messa in onda e le reazioni al documentario

Una simpatica aneddotica si creò subito intorno all’evento. Nei giorni precedenti alla messa in onda del documentario, si fece un’ampia propaganda perché quanta più gente possibile potesse vedere il programma. A parte le comunicazioni verbali, vi fu una massiccia distribuzione di promemoria con la firma di Pippo Corigliano. E si ricorse a una preghiera straordinaria perché in molti restassero a casa all’ora di pranzo.

E arrivò il giorno della trasmissione. Era una domenica: tutti ci meravigliammo per il maltempo che si riversò sull’Italia, con pioggia insistente per tutto il giorno. E così le famiglie restarono a casa, l’accoglienza fu numerosa e si raccolsero nei giorni successivi alcune impressioni a caldo.

A Verona, un amico di una persona dell’Opera gli telefonò dopo la trasmissione, dicendogli: “Ho visto per caso sul giornale la notizia e ho acceso la televisione. È stata una cosa meravigliosa, stupenda, durante il programma ho pianto per la commozione”. Roberto Castellano, che avrebbe chiesto l’ammissione all’Opera l’anno successivo, era già un campione di basket; giocava nella squadra del Banco Roma (l’odierna Virtus Roma). Quella domenica si trovava in trasferta, in albergo, attendendo l’inizio della partita. Propose all’allenatore lo spostamento dell’orario del pranzo e così tutti poterono vedere la trasmissione.

Alcuni amici di un soprannumerario romano ritenevano che l’Opera fosse esclusivista. Dopo la trasmissione gli dissero di aver capito che l’Opera era veramente per uomini e donne di tutte le razze e di tutte le classi sociali. E ci furono poi testimonianze commoventi di suore infermiere che fecero vedere il programma ai malati, di parroci e anche di alcuni che, rimasti colpiti, chiesero come si potesse far parte dell’Opera.

Nel susseguirsi di tantissime immagini nell’arco di mezz’ora, forse quella che rimase più impressa fu l’ultima, che il regista ferma per qualche secondo. È san Josemaría che alla fine di un incontro, in mezzo alla folla, riceve una rosa. Così finisce il filmato, con un riferimento mariano.

Arrivarono alla redazione della RAI molti complimenti per telefono, lettera e telegramma. Il documentario fu poi prodotto in quattro lingue e fu richiesto da un gran numero di reti televisive europee, americane e asiatiche. Se ne fece un largo uso informativo nel lavoro apostolico.

Ma la storia del documentario non si concluse con la trasmissione televisiva. Poiché i diritti erano dell’Opera e non della RAI, già l’anno successivo ne furono prodotte delle videocassette, che cominciarono a circolare: diverse persone le facevano vedere a casa propria, invitando amici e famiglie. Era ovviamente ancora un uso relativamente pionieristico del video domestico, che sarebbe diventato molto più comune negli anni successivi con la crescente diffusione dei videoregistratori e delle videocassette. Una dinamica che si sarebbe ripetuta, su scala ancora maggiore, con il documentario del 1982, “Lo chiamano Padre nei cinque continenti”, sempre con l’aiuto di Alberto Michelini.


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