Dai picchi d’Europa alla città del Tevere

Appunti per una rassegna biografica di Dora del Hoyo.

Opus Dei - Dai picchi d’Europa alla città del Tevere

Abstract:  Appunti sulla vita di Salvadora (Dora) del Hoyo (1914-2004), prima numeraria ausiliare dell’Opus Dei. Il racconto narra la sua origine, castigliana, e il suo successivo trasferimento a Madrid, nel 1940, dove lavorò per alcuni anni al servizio domestico in case benestanti. Narra poi del suo incontro con JosemarÍa Escrivá e le prime donne dell’Opus Dei nonché della sua successiva richiesta di ammissione nel 1946. In forma breve vengono presentati il suo trasferimento a Roma e il suo lavoro nei centri dell’Opera della Città Eterna, dove morì nel 2004.

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Il dieci gennaio del 2004, alle quattro e otto minuti di mattina, moriva in Albarosa, centro dell’Opus Dei sito in via di Grottarossa, vicino a via Flaminia Nuova, a pochi chilometri dal centro di Roma, una donna, chiamata Salvadora del Hoyo, alla quale mancavano appena ventiquattro ore per compiere i novanta anni d’età[1]. Avrebbe potuto morire nell’anonimato, che mai evitò nella sua lunga vita di lavoro, però non è facile mantenere il silenzio quando si apprezza il valore della sua vita di servizio.

Questa donna riposa definitivamente in Santa Maria della Pace, chiesa prelatizia dell’Opus Dei in Roma, dove si trovano e si venerano i resti del fondatore, san JosemarÍa  Escrivá, e del suo primo successore, monsignor Álvaro del Portillo[2]. Lì, la presenza di alcune nicchie, coperte da lapidi e ancora  vuote, si spiega in una scritta che indica che vi saranno sepolte persone dell’Opus Dei, di diversi Paesi e condizioni, senza che questo fatto faccia supporre un privilegio speciale.

Trovare che i resti di mortali di Salvadora del Hoyo, chiamata abitualmente Dora, occupino un luogo in questo spazio rappresentativo, mostra l’importanza che il fondatore diede sempre al lavoro di amministrazione domestica e alla cura dei centri dell’Opera. Questa dedicazione che, seppur non esclusiva ma sì prioritaria, esercitano le numerarie ausiliari, è stata qualificata ripetutamente dal suo fondatore come essenziale nell’Opera. Di questo compito si occupano alcune numerarie e le numerarie ausiliari che, come gli altri fedeli dell’Opus Dei, per vocazione divina sono chiamati a santificare il loro lavoro professionale ordinario. San JosemarÍa sottolineò molte volte che questo lavoro è l’apostolato degli apostolati, la spina dorsale di tutta l’azione apostolica dell’Opus Dei, e che risulta di capitale importanza per il clima di focolare cristiano che deve caratterizzare i centri dell’Opera, secondo lo spirito fondazionale[3].

Dora del Hoyo, nata nell’altopiano castigliano di León, ai piedi dei Picchi d’Europa, fu il primo anello, fortemente unito al fondatore, al quale seguì una catena formata da molte numerarie ausiliari, di tutte le razze e provenienti dai quattro punti cardinali.

Il principale valore di questo articolo si fonda sull’uso di due conversazioni avute con Salvadora del Hoyo. Sono state realizzate al fine di raccogliere i suoi ricordi su san Josemaría, specialmente negli anni quaranta, quando lo conobbe. La prima intervista la preparai personalmente e fu registrata su nastro magnetico il 4 giugno 1998, a Roma. La seconda fu realizzata da un gruppo di persone l’11 settembre 2000, sempre a Roma, e fu registrata in video. I ricordi di Dora del Hoyo erano nitidi quanto ai fatti, ma non parlò mai di date perché non riusciva a trattenerle nella memoria.

L’articolo è centrato, pertanto, sulla vita di Del Hoyo fino al suo viaggio a Roma nel 1946, perché di questo soprattutto si trattò nelle conversazioni menzionate. Per riassumere il resto della sua vita, ho utilizzato alcune biografie del fondatore e altri scritti, pochi, dell’Archivio Generale della Prelatura; ho consultato anche altri archivi, che verranno citati al momento opportuno. L’obiettivo è tracciare le grandi linee della sua biografia, situandola in un contesto geografico e storico, lasciando ad altri la ricerca dettagliata che darà luci sulla visione del servizio e del lavoro di casa che alimentò la sua vita.

VICINO AI PICCHI D’EUROPA

Salvadora del Hoyo Alonso nacque l’11 gennaio 1914, in un piccolo villaggio della provincia di León chiamato Boca de Huérgano, molto vicino a Riaňo, zona conosciuta per la sua grande bellezza geografica[4]. Eugenio Casado, parroco della chiesa di san Vincenzo Martire, scriveva a penna nel registro, a chiare lettere, che il 16 gennaio, in quella sua chiesa parrocchiale, aveva avuto luogo il battesimo solenne di una bambina, figlia legittima di Demetrio del Hoyo e Carmen Alonso, agricoltori, nativi del luogo e abitanti alla villa di Boca de Huérgano, alla quale fu messo nome Salvadora Honorata[5].

Boca de Huérgano si trova alla convergenza di ampie valli limitate da montagne di duemila metri della cordigliera cantabrica. Il fiume Esla si deve far largo attraverso queste altezze di calcare, ardesia e ombrosità boscose di faggi e querce. La valle dello Yuso, fiume che confluisce nell’Esla, si precipita verso Boca de Huérgano in uno splendido paesaggio di montagna con gole e pascoli.

La maggior densità di popolazione si trova intorno a Riaňo, a più di mille metri di altitudine, con invernate lunghe, coperte di neve, e piogge mitigate soltanto dalla vicinanza delle Cime d’Europa. Ci sono pascoli   tipici della montagna e grandi greggi nei tratturi leonesi. L’uomo modella, col suo sforzo secolare, la natura e il paesaggio; si vedono terreni da coltura dove crescono grano, orzo, segale, come pure patate e legumi. La  semina  si svolge in ottobre per i cereali  e  la raccolta  c’è a luglio.  L’estate  è il  momento  dei legumi  e l’autunno delle patate. La grande ricchezza però proviene dai pascoli e dalle greggi. Anche gli alberi da frutto, prugne, ciliegi, meli e peri, mettono fiori e frutti nella stagione di primavera[6].

León, capitale della provincia, esercita il suo influsso di riferimento essendo un pietra miliare nel percorso europeo del cammino di Santiago. Nella sua cattedrale si trova lo stile gotico più puro, in un’autentica lezione di eleganza, luce e austerità. Ma León ha altri tesori, come Sant’Isidoro, chiesa chiamata gioia del romanico, che risale al 1063. Lì regnano il silenzio e la penombra. Custodisce il panteon reale, nel quale dormono il loro riposo finale undici re, dodici regine, dieci bambini, nove conti e altri personaggi del passato. E San Marco, che fu foresteria per i pellegrini, ospedale, carcere e Casa Maggiore dell’Ordine di Santiago nel secolo XVI, è uno splendido sfoggio di stile plateresco[7].

Il patrimonio artistico di queste terre non si limita alle città: Huelde, Ancias, Pedrosa del Rey, Escaro e Riaňo acccolgono nelle loro valli e montagne eremi, chiese, case nobili, scudi, immagini e tavole di altare che illuminano e accolgono le tradizioni popolari di questo luogo privilegiato dell’altopiano castigliano[8].

Anche l’architettura risponde alle caratteristiche dei dintorni. Si conservano, ancora, resti di costruzioni asturiane e cantabriche. Le case tipiche di Riaňo sono caratterizzate da mura di pietra tagliata, consolidate con argilla, pietra lavorata negli spigoli e nelle mostre delle finestre, soffitti di legno e tetti a due spioventi. E vicino ad esse il granaio, sorretto da pilastri sopra il pavimento, per proteggere il grano mietuto dall’umidità e dagli animali nocivi.

L’abbigliamento regionale è molto variato. Possiamo trovare la veste tipica di León, maragato, il montaňés, il cabrarés, ecc. E si alternano sai, uose, mantelli, stivaletti del contadino spagnolo, zoccoli e cappelli.

L’anno svolge le sue stagioni con i lavori della campagna e le consuetudini popolari e religiose. Patroni, pellegrinaggi, falò di San Giovanni, corse di cavalli, corride di tori e giochi dei birilli. Tutto contribuisce a rendere piacevole la vita di giovani e vecchi[9].

BOCA DE HUÉRGANO

Questo il quadro nel quale Salvadora del Hoyo nacque e crebbe, fino al momento di allontanarsi dalla sua terra e dalla sua gente. I suoi genitori ebbero cinque figli: quattro femmine e un maschio. Dora era la quarta dei suoi fratelli[10].

Erano una famiglia di lavoratori che viveva degnamente, con il giusto. Dora del Hoyo accompagnava sempre suo padre nella fatica dei lavori della campagna. Lo descriveva come un uomo serio, amabile, di buon carattere e di assoluta rettitudine. Un castigliano puro, nato al limite delle montagne. Sua madre, secondo la definizione della stessa Dora del Hoyo, era travolgente, con un forte temperamento, al contrario di suo padre, sempre sereno e pacifico[11].

Gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza di Dora trascorsero circondati dall’affetto familiare. Lavorava insieme coi suoi, soprattutto nei tempi forti dei lavori agricoli. Mangiavano dei prodotti della terra: legumi, verdure, pane, patate. E latte e formaggio e carne provenienti dagli animali che il padre allevava e curava come riserva di cibo dell’anno[12].

Le sue amiche formavano un’allegra brigata. A scuola andò per soli sei anni e imparò a leggere con Don Quijote, unico libro disponibile che avevano i maestri di Boca de Huérgano. Giocavano a palla, correvano attraverso i campi, scioglievano indovinelli ecc.. Del Hoyo era una delle più grandi. Sempre però si distinse tra i più dotati per intelligenza, capacità di lavoro e ambizione. Non ci fu mai nei suoi progetti trascorrere la vita nei limiti del paese, nonostante tutto l’affetto che aveva per la sua terra e per la sua famiglia. Gli amici ricordano il suo contegno esteriore: sempre molto curato nei dettagli della cura personale. Durante l’adolescenza scoprì la vicinanza e l’affetto dei ragazzi del suo ambiente, compagni di feste, balli e pellegrinaggi. Uno arrivò ad abbozzare con lei piani per il futuro ma morì, e molto giovane, nella Guerra Civile spagnola del 1936-1939[13].

Quando i genitori morirono ella stava a Roma e non riuscì a tornare in Spagna. Demetrio del Hoyo morì il 30 marzo 1948 e Carmen Alonso quasi un mese dopo, il 28 aprile. Entrambi a settantadue anni di età[14]. Morirono nell’abbraccio degli aiuti della Chiesa Cattolica, della quale professarono sempre la fede. La loro figlia romana portò il loro costante ricordo nell’anima, con profonda gratitudine.

MADRID E IL SERVIZIO DOMESTICO

Un bel giorno Del Hoyo si mise in mente l’avventura di emigrare, che allora poteva offrirle nuovi orizzonti: andare a Madrid, città in cui convergevano ondate di persone giunte da tutte le province. Lì c’era lavoro. Ella aveva mani abili, capacità di maneggiare la zappa e l’ago, la carretta e il ferro da stiro, la raccolta del fieno e la cura della casa. L’ambiente familiare l’aveva fatta forte e serena per affrontare l’esistenza quotidiana. Però aveva anche una grande capacità di apprendimento, fatto che le facilitò comprendere le forme sociali e adattarsi ad ambienti totalmente diversi da quelli nei quali aveva vissuto.

Per una donna carente di titoli e di formazione specifica, la scalata iniziale non era altro che il cosiddetto servizio domestico[15]. Un lavoro che, allora, accoglieva persone con diverse caratteristiche; si trattava di badare alle necessità e alla cura della  casa di una famiglia, che poteva essere piccola o grande, con bambini o limitata ad un piccolo numero di persone grandi, di classe media o di alto rango sociale.

Il servizio domestico, in Spagna, è un fenomeno che ci fa risalire al secolo XIX e alla prima decade del XX. “L’evoluzione dell’appellativo, dall’antica ‘serva’ all’attuale ‘impiegata di casa’, passando per i termini come domestica, fantesca , inserviente…., non risponde ad una casuale varietà di nomi, ma riflette un’evoluzione sociale profonda della lavoratrice della casa nella sua propria coscienza e nella stima che di essa ha la società”[16].

Prima del Codice Civile del 1889 esisteva una chiara differenza tra servitori domestici, che mangiavano e vivevano nella casa dei loro padroni, e quelli che non condividevano questa convivenza ed erano semplicemente pagati.

Il nuovo Codice del 1889 annullava questa distinzione e integrava tutti i salariati nel titolo VI (Contratto di assunzione), capitolo III, sull’assunzione di opere e servizi. La prima sezione trattava del servizio dei giovani domestici e dei lavoratori salariati e ed era composta da quattro articoli. L’articolo 1583 stabiliva che si potevano avere contratti a tempo determinato, per un certo periodo o per una determinata opera; rimaneva proibita l’assunzione di questi impiegati per tutta la vita. Gli articoli 1584 e 1586 indicavano le differenze tra i giovani domestici e gli altri tipi di lavoratori, come contadini, operai, artigiani e altri lavoratori salariati. Mentre il giovane domestico poteva essere licenziato in qualunque momento, i lavoratori non domestici non potevano esserlo prima della scadenza senza una giusta causa e dovevano ricevere un indennizzo con il pagamento dello stipendio di quindici giorni[17].

Lo sviluppo economico del Paese evidenziò la necessità di creare una normativa giuridica per regolare il servizio domestico. Si tornò, però, a discutere se questo lavoro, date le sue caratteristiche speciali e la indeterminatezza dei compiti assegnati, poteva configurarsi in un rapporto di lavoro.

Durante ottanta anni i criteri furono diversi. Per esempio, nei contratti di lavoro del 1906 e nel progetto di legge del 1919 il lavoro domestico era considerato come gli altri impieghi stipendiati, però un Ordine Reale del 1920 e il Codice del Lavoro del 1926 tornarono ad escluderlo, perché non lo consideravano un vero contratto di lavoro. Neanche la legislazione della Seconda Repubblica del 1931 incluse la categoria dei giovani domestici nei benefici della giornata massima, infortuni, riposo domenicale, assicurazioni e maternità. Solo nel 1969 poterono essere integrati nel regime lavorativo generale. Il primo agosto 1985 si approvò il Decreto Reale1424/85 sul rapporto lavorativo particolare del servizio domestico in casa[18].

Le ragioni per un processo tanto ampio potrebbero riassumersi nei seguenti punti[19]:

a)      mantenimento di una mentalità che considerava il rapporto signore/inserviente in maniera paternalistica e non contrattuale;

b)     la condizione femminile di coloro che in maggioranza si dedicano a questo lavoro;

c)      le difficoltà del settore per organizzarsi ed esercitare una pressione collettiva in difesa dei propri diritti;

d)     la quasi inesistente organizzazione sindacale in questo àmbito;

e)     il poco interesse femminista nella difesa del tema.

Nelle prime decadi del secolo XX, molte di queste donne giungevano dalla campagna alla città e, di porta in porta, offrivano il loro lavoro a chi si arrischiava ad assumerle. Rischio che correvano anche loro entrando in un ambito sociale e familiare totalmente sconosciuto.

Per dare un aiuto a questo nucleo di lavoratrici sradicate, non protette ed esposte a tutte le vicissitudini, già nel 1843 era stata creata la Fondazione per Inservienti da parte dell’avvocato Manuel MarÍa Vicuňa. Più avanti, nel 1876, questa fondazione fu assunta nella recente congregazione delle Sorelle del Servizio Domestico, fondata dalla nipote di quell’avvocato, oggi santa Vicenta MarÍa López y Vicuňa. Tutto questo processo ebbe l’appoggio del vescovo di Madrid, cardinal Ciriaco MarÍa Sancha, che dal 1871 aveva dato impulso alla nuova congregazione religiosa, la cui prima sede era nella piazzetta di San Michele, a Madrid[20].

Quando Dora del Hoyo arrivò a Madrid nel 1940, il suo punto di riferimento furono le religiose del Servizio Domestico. Era già maggiorenne, aveva 26 anni, però i suoi genitori erano tranquillizzati sapendo che queste religiose si sarebbero curate della loro figlia e le avrebbero trovato un lavoro. In effetti, la poca sicurezza e l’abuso di molti sulla precarietà di questi impieghi fece delle religiose di Maria Immacolata un rifugio per le donne che arrivavano in città in cerca di un migliore livello di vita.

I PRIMI LAVORI A MADRID

Dora del Hoyo era una donna alta, di buon portamento[21]. Aveva uno sguardo diretto e franco attraverso i suoi occhi castani. Aveva dimostrato buone capacità di lavoro e interesse ad apprendere, ed era dotata di un’intelligenza e abilità manuale poco comuni. Le religiose del Servizio Domestico diedero il suo nome e la raccomandarono per lavorare in casa della marchesa di Almunia, che aveva richiesto personale di fiducia[22]. Le insegnarono, in un breve tempo, le regole e il comportamento che doveva avere con la padrona di casa, di origine valenzana, che aveva la sua residenza in via Espaňoleto di Madrid[23].

Dora del Hoyo si spostò lì e l’esperienza fu un successo.

Lasciò quel lavoro quando apparve un’altra opportunità migliore: i duchi di Nájera avevano bisogno di un’impiegata con le sue caratteristiche e offrivano un salario considerevolmente più elevato[24]. Del Hoyo cambiò ancora domicilio per farsi carico di questo impiego, nel quale subito fu ampiamente stimata per saper svolgere i lavori più esigenti.

Senza dubbio, Dora del Hoyo non ambiva soltanto ad un buon salario e ad un comodo alloggio. Voleva conoscere altre parti del mondo, dominare altre aree di servizio, imparare nuove lingue e culture. Per questo lasciò il suo lavoro in piazza del Marchese di Salamanca, per stipulare un nuovo contratto con la famiglia di un diplomatico tedesco che si trovava temporaneamente nella capitale spagnola, ma che in seguito sarebbe tornato a Berlino[25]. Era l’anno 1943.

I duchi di Nájera, che la apprezzavano sinceramente, provarono a dissuaderla dalla sua partenza, giacché andava incontro ad una situazione pericolosa. Il duca le disse chiaramente che poteva andarsene da sua casa quando voleva, se lo desiderava, ma che non doveva andare a Berlino, perché lì c’era la guerra e la sua vita avrebbe corso pericolo. Ciò nonostante, Del Hoyo, che non era abituata a revocare facilmente le sue decisioni, aveva terminato di fare la valigia ed era disposta a prendere il treno di Irún e attraversare, di lì a poco, la frontiera. Provvidenzialmente, arrivò un telegramma nel quale i suoi futuri padroni la consigliarono di rimanere in Spagna, con le spese rimborsate da loro, e intraprendere il rapporto con la nuova famiglia tedesca l’autunno successivo.

Davanti al cambiamento degli avvenimenti, Salvadora del Hoyo prese la via di Riaňo per congedarsi con calma e passare la stagione estiva con i suoi. Lì si ritrovò con il buon senso e l’affetto dei suoi genitori, che la fecero desistere da questa avventura. Dopo un’estate nei campi, tornando a respirare aliti di fieno, timo e ginestra e recuperando un linguaggio semplice, la pentola, la cena in famiglia e il fuoco del focolare, Dora del Hoyo tornò a casa dei duchi di Nájera[26].

Questo periodo, però, durò poco, perché le proposero un lavoro nella residenza Moncloa, gestita da persone dell’Opus Dei, che finì per accettare. Le religiose di Maria Immacolata conoscevano e apprezzavano profondamente il fondatore, JosemarÍa Escrivá e videro in Dora del Hoyo la persona adatta a quel compito[27].

LA RESIDENZA MONCLOA

Immediatamente finita la Guerra Civile, Josémaria Escrivá aveva deciso di riprendere l’attività apostolica che si svolgeva dalla residenza in via Ferraz. Questo edificio però era stato distrutto dai bombardamenti, cosicché dal 14 luglio 1939 si stabilì in un appartamento situato in via Jenner. Presto risultò insufficiente per accogliere le persone che lì arrivavano per studiare e ricevere formazione cristiana; a questo si aggiunse che il padrone dell’immobile, che aveva affittato di buon grado, richiedesse la disponibilità della casa. Questa situazione accelerò la ricerca di una nuova sede, ampia, di facile comunicazione con la Città Universitaria, e accessibile, tenendo conto delle precarie condizioni economiche del momento.

Dopo aver cercato per mesi, si trovarono due hotel posti al numero 3 e 4 del viale della Moncloa, molto vicini all’università, che avevano subìto dei danni durante la guerriglia. Il proprietario accettò di ripararli e di effettuare alcune modifiche all’interno, seguendo le indicazione di san JosemarÍa: avrebbero avuto spazio per cento residenti, e avrebbero potuto contare su una zona indipendente per le donne che si sarebbero incaricate della gestione domestica della residenza.

Al finire del luglio del 1943 si terminò il trasloco dalla residenza di via Jenner, nonostante le opere non fossero ancora concluse e la squadra dei muratori stesse ancora lavorando, ricostruendo e tramezzando  spazi. La residenza aprì le sue porte ufficialmente il primo ottobre di quell’anno, pur continuando i lavori di adattamento[28]. L’edificio che si conosceva come hotel quattro includeva la maggior parte delle camere dei residenti e disponeva di  una grande sala studio. Nell’hotel tre stavano le parti destinate alla direzione della residenza, sale per ricevere, mensa, alcune camere, un’altra sala studio e l’oratorio. Escrivá celebrò la prima messa in questa casa, che prese il nome della strada, Moncloa, la domenica 7 ottobre 1943.

La parte destinata all’amministrazione - per questa si intende tanto il personale come pure il suo alloggio e i lavori di cura domestica che realizzava - era stata occupata da donne dell’Opus Dei. Quando arrivarono, c’erano ancora operai in casa, calcinacci e disagi di varia natura, ai quali si aggiungeva il lavoro di curare i due villini, uno per ciascun lato della strada, per ciò che riguarda la mensa, la lavanderia e le pulizie.

A tutto questo si deve aggiungere che il Paese viveva un momento di carestia generale, dopo la Guerra Civile. Il combustibile universale era il carbone, di cattiva qualità, ed era necessario trovare alimenti nelle forme più strane, dato che i mercati erano mal forniti. I materiali di costruzione erano difettosi e i guasti frequenti, anche negli impianti appena montati.

L’équipe di impiegate che erano state assunte e le donne che dirigevano questi servizi non avevano  esperienza di un lavoro di tale ampiezza. Il fondatore, quindi, ricorse a madre Carmen Barrasa, religiosa del  Servizio Domestico, affinché gli procurasse alcune impiegate con capacità e preparazione sufficienti a portare a termine questo compito.

Quando venne aperta la residenza, gli studenti riempivano la mensa in due turni ed erano, logicamente, schiamazzatori, disordinati e propensi a divertirsi sempre e dovunque. All’abituale daffare si dovevano aggiungere anche le frequenti visite di giornalisti e altri inviti che si facevano per far conoscere il Collegio Maggiore Moncloa. Il lavoro era eccessivo: molte ore del giorno e della notte se ne andavano nel calcolare le spese, studiando  un’alimentazione sufficiente e facendo attenzione alle mille necessità e agli imprevisti che presenta un progetto non finito.

Nel frattempo Salvadora del Hoyo continuava la sua vita a Madrid. Aveva ripreso, come già detto, il suo lavoro in casa dei duchi di Nájera, che avevano una dozzina di persone addette al servizio, delle quali faceva parte anche una delle sue sorelle. Era ben pagata, come conveniente: lavorava, imparava e si divertiva[29].

Un giorno, a quanto pare nel gennaio del 1944, la madre Carmen Barrasa, verso la quale aveva un grande debito di gratitudine, le domandò qualcosa di insolito: che lasciasse il suo lavoro e si trasferisse a Moncloa, un collegio maggiore universitario recentemente aperto a Madrid. Le spiegò che si trattava di una iniziativa apostolica intrapresa da JosemarÍa Escrivá, insieme con diversi membri dell’Opus Dei e amici. Oltre ad accogliere studenti che avrebbero vissuto lì, la residenza sarebbe stata aperta ad altri ragazzi che desideravano partecipare alle attività formative e sociali che si sarebbero organizzate in e da questo centro.

Inizialmente Dora del Hoyo fece resistenza: perché abbandonare una situazione comoda e stabile per andare verso qualcosa di sconosciuto e che non sembrava molto confortevole? La religiosa insistette con fermezza. Finalmente, Del Hoyo accettò di trasferirsi nella nuova residenza, però lo fece con il proposito di ritornare appena aver compiuto l’impegno[30].

Con i nomi di Narcisa (Nisa) Gonzáles Guzmán, direttrice, e di Encarnación Ortega, segretaria, si diresse a Moncloa.

Arrivando alla residenza si rese conto di cosa avrebbe significato questo nuovo lavoro: tutto era in cantiere, anche la cucina, la stireria, le camere. Tutto pieno di polvere, umidità e le conseguenti difficoltà. Bastava guardare.

Rimase lì un mese senza togliere completamente le sue cose dalla valigia, perché in qualunque momento pensava di andarsene. Occupava una cameretta, con tende, che era necessario pulire per potersi coricare quando gli operai terminavano la loro giornata. Finalmente, nel disfare la sua valigia, disposta a restare, contrasse delle angine colossali dovute al’umidità, che la obbligarono a tornare alla residenza del Servizio Domestico. Rimase lì otto o dieci giorni, finché migliorò.

E  tornò a Moncloa. Perché? Mai seppe spiegarlo. Dai suoi ricordi estraeva alcune ragioni: glielo avevano chiesto le religiose. Da un’altra parte, Encarnación Ortega e Narcisa G. Guzmán erano due donne giovani, senza esperienza del lavoro che in quel momento dovevano affrontare e possedevano un tratto e affetto eccellenti. Si rendeva conto del sacrificio e della passione che quelle ponevano nel portar avanti quel progetto, nonostante le difficoltà. Le facevano pena. Lavoravano molto, erano poche, giovani e con inservienti senza sufficiente esperienza[31].

All’inizio, mentre c’erano ancora lavori in casa, stiravano nella mensa della residenza, unendo i tavoli. Nella cucina dovevano aprire un ombrello, perché filtrava l’acqua dalle fessure; il carbone, tipico del dopoguerra,  era per metà terra e non ardeva. I pasti dovevano essere abbondanti e ben fatti, nonostante il budget ridotto[32].

Del Hoyo conobbe Escrivá in una delle visite che era solito fare il sabato alla zona dell’amministrazione della residenza. Immediatamente fu attratta dal suo stile diretto, allegro e ottimista. Nel primo incontro che ebbero, san JosemarÍa mostrò il suo interesse per ognuna; domandò il loro nome, che lavoro facevano, se si sentivano ben curate dalle seňoritas (come allora era solito chiamarle), se erano contente ecc. In altre occasioni, oltre a chiedere come stavano, le invogliava a fare i lavori di casa con amore di Dio, avendo cura delle piccole cose, scendendo a volte a dettagli che aiutavano a conservare bene la casa, visto che era nuova. Per esempio, una volta insegnò loro il modo di aprire le imposte, agganciando la catenina che avevano, per evitare che si urtassero e si rompessero; spiegò loro che, nel pulire le camere, dovevano lasciare le cose al loro posto. In ogni incontro insisteva sul fatto che dovevano stare allegre, frutto di sapersi figlie di Dio e che qualunque preoccupazione avessero potevano dirla alle seňoritas. Parlava loro dell’importanza delle loro occupazioni e di quanto fossero necessarie, tanto quanto quelle del medico o dell’architetto; le portava a sentirsi orgogliose di essere impiegate di casa, a realizzare il loro lavoro in maniera professionale e ad amare la propria uniforme come la ama un militare, un pilota, un marinaio. In queste occasioni consigliava anche di trattare con confidenza la Vergine Maria e di esercitarsi in altre pratiche di pietà, in maniera da acquisire vita spirituale. A loro piaceva tanto che ogni settimana chiedevano a Nisa G. Guzmán se il sabato sarebbe venuto il sacerdote[33].

In questo periodo, Salvadora del Hoyo cominciò a leggere e a meditare le considerazioni spirituali che il fondatore dell’Opus Dei aveva pubblicato in Cammino[34].

Il lavoro era abbondante. Consisteva nel pulire gli hotel che formavano la residenza, allora chiamati tre e quattro. Servivano a tavola - due turni di commensali - per cui si alternavano Dora del Hoyo e un’altra impiegata, Concepción Andrés: mentre una curava la mensa, l’altra stirava[35]. Andandosene a cenare accendevano la carbonella in un fornello, sopra al quale poggiavano i ferri da stiro per scaldarli. In questi anni si usava portare camicie inamidate, si impregnavano cioè di amido lo sparato, il colletto e i polsini, ciò che richiedeva stirarli bagnati. Ogni residente - arrivarono ad essere centoventi - era solito avere sette o otto camicie. I fazzoletti potevano arrivavare a ottocento o mille ogni settimana. Per questo, molte volte del Hoyo e Andrés rimanevano a stirare fino alle due della mattina. Quando Gonzáles Guzmán y Ortega se ne resero conto cambiarono l’organizzazione del lavoro: Dora del Hoyo, invece di andare a pulire, avrebbe stirato[36].

Nell’estate del 1945, prima che Dora del Hoyo partisse per Riaňo, Narcisa G. Guzmán si congedò da lei invitandola ad accompagnarla in una nuova residenza che si sarebbe aperta presto in un altro posto. Dora del Hoyo fu d’accordo, Ma chiarì schiettamente che non voleva andare né a Bilbao né a Zamora: “mi piacciono questi posti ma non per viverci”[37].

LA RESIDENZA ABANDO, IN BILBAO

Negli ultimi giorni di agosto del 1945, arrivò una lettera presso il domicilio della famiglia di Dora del Hoyo a Boca de Huérgano. Narcisa G. Guzmán l’aspettava per lavorare con loro nella nuova residenza Abando, a Bilbao. Allora commentò ad alta voce: “Lì non vado”. Suo padre intervenne dicendole che aveva dato la sua parola che sarebbe andata, perciò doveva mantenerla. All’insistenza della figlia, tornò a dirle la stessa cosa, aggiungendo che avrebbe potuto lasciare se non le fosse piaciuto, ma avendo detto che sarebbe andata doveva presentarsi[38].

Del Hoyo ripetè sempre che doveva la sua vocazione nell’Opera a suo padre, a quell’uomo capace di trovare risorse per la sua famiglia in mezzo alle difficoltà, di non rifiutare nessun lavoro degno, di insegnare ai suoi figli la nobiltà di svolgere al meglio i compiti del proprio lavoro. E così arrivò a Bilbao il 19 settembre del 1945[39]. Cercando la casa, incontrò una religiosa del servizio Domestico, alla quale chiese di accompagnarla perché, se non avesse trovato il posto, sarebbe tornata al collegio con lei. In un posto dove c’erano tutte rovine, vide Pedro Casciaro e Manuel Botas, quelli che aveva visto a Moncloa. Dedusse che quella sarebbe stata la residenza, salutò la religiosa e suonò alla porta. Di fatto lì l’aspettavano e la salutarono calorosamente. La situazione di Abando era la stessa di Moncloa quando arrivò: operai, umidità ….., cioè le difficoltà degli inizi. La cucina funzionava in maniera precaria, la stireria non era finita, non c’era ancora il lavatoio e dovevano lavare i panni nei bagni. Questa situazione durò un mese[40]. Quelle che stavano lì erano Narcisa Gonzáles Guzmán, Carmen Gutiérrez RÍos, Digna Margarit e Guadalupe Ortiz de Landázuri, che appartenevano all’Opus Dei[41]. C’era anche Conceptión Andrés e una donna più anziana che cucinava, di nome MarÍa[42].

Salvadora del Hoyo faceva di tutto: cucinava insieme a Concepción Andrés - soprattutto quando la cuoca si arrabbiava per il menù richiesto e non voleva farlo - facevano le pulizie, stiravano. Mantenevano i pavimenti di legno brillanti, passando la cera[43].

Nel novembre di questo anno, il 1945, Nisa G. Guzmán cominciò a parlare a Dora del Hoyo dell’Opus Dei. Poco si poteva spiegare di un’istituzione che era agli inizi e della quale non c’era nulla di simile. Dora del Hoyo comprese l’essenziale e provò a spiegarlo ai suoi genitori prima di concretizzare il passo che voleva fare: si trattava di una chiamata di Dio a dare la sua vita interamente - non si sarebbe sposata - attraverso il suo lavoro ordinario, senza essere religiosa. Avrebbe continuato a fare quello che già faceva, per amore di Dio, come aveva imparato a fare a Moncloa e ad Abando; avrebbe vissuto con le altre donne dell’Opera e avrebbe scritto loro molto, molto[44]. Di nuovo fu suo padre che le parlò chiaramente, dicendole che era maggiorenne e la decisione era una questione sua, ma doveva pensarci bene, perché non poteva successivamente abbandonare quel cammino[45].

Il 14 marzo 1946, Salvadora del Hoyo scrisse a san JosemarÍa chiedendo di appartenere all’Opus Dei; il giorno seguente lo fece Concepción Andrés[46].

Esse furono le due prime numerarie ausiliari nel mondo, con preparazione e dedicazione professionale da impiegate di casa[47].

Il 3 maggio di questo anno, entrambe di trasferirono a Los Rosales, una casa recentemente acquisita in Villaviciosa de Odón, paesino molto vicino a Madrid[48]. Avrebbero ricevuto lì la formazione necessaria per vivere bene la loro donazione a Dio: lezioni di dottrina cristiana e sullo spirito dell’Opus Dei. Ebbero occasione di vedere diverse volte il fondatore che, come padre, esponeva loro il cammino che stavano intraprendendo: nell’Opera ognuno continuava il proprio lavoro o compito - quello che faceva prima di appartenere all’Opus Dei - però con una differenza: l’aspirazione a santificarsi attraverso queste occupazioni[49]. In queste occasioni, san JosemarÍa tornava a mostrare loro la proiezione soprannaturale del proprio lavoro; la dimensione apostolica universale della loro donazione. Dal fondatore appresero, inoltre, molte idee e dettagli per migliorare il loro compito. E tutto avvolto da un vero affetto e nella sicurezza di poter contare sulla lealtà di ognuna di quelle donne.

ROMA, CITTA’ ETERNA

Il 23 giugno 1946, Escrivá si era trasferito a Roma. Lo consigliava il carattere universale dell’Opera e lo sviluppo degli apostolati in nuovi Paesi. Ottenere la benedizione e l’approvazione pontificie era condizione imprescindibile per lanciarsi in tutti i cammini del mondo.

Il primo domicilio del fondatore e di altri membri dell’Opus Dei fu un piccolo appartamento in un edificio di piazza Città Leonina, molto vicino al Vaticano. In una lettera di quello stesso mese di giugno, anticipava che alcune donne dell’Opera si sarebbero trasferite a Roma perché lo si vedeva conveniente per lo sviluppo dell’Opera[50].

A luglio di quell’anno, Dora del Hoyo seppe che, se voleva, era una di quelle che sarebbero andate a Roma[51]. Il 27 dicembre 1946 arrivarono all’aeroporto di Ciampino Encarnación Ortega, Dorotea Calvo, Julia Bustillo, Dora del Hoyo e RosalÍa López. Le prime due erano numerarie, le altre tre numerarie ausiliari.

Pochi anni dopo, nel 1949, potettero accomodarsi in un appartamento un poco più ampio, in un settore indipendente della casa che prima aveva occupato la Legazione dell’Ungheria, che era stata acquistata a condizioni eccezionali. I risparmi e la generosità di quanti stavano iniziando il cammino dell’Opus Dei in molti diversi luoghi contribuirono anche a pagare i crediti che richiedeva il poter ottenere tutto l’immobile[52]. All’inizio la zona in cui visse il fondatore e gli altri membri dell’Opera era la zona che occupavano i portieri della Delegazione. Il Pensionato, come chiamarono quell’edificio, subito godette di pulizia e ordine.

Per di più, il 29 giugno del 1948 san JosemarÍa eresse il Collegio Romano della Santa Croce, nel piccolo spazio che offriva il Pensionato. Lì un ridotto numero di alunni si installò per convivere e studiare[53]. Ad ottobre del 1950 ne arrivarono venti di più.

L’amministrazione domestica di questo centro era composta da varie donne dell’Opus Dei. Il gruppo iniziale era cambiato, ma tra esse continuava ad esserci Dora del Hoyo.

Durante i quasi trenta anni in cui Dora del Hoyo visse e lavorò in questi edifici, ebbe l’opportunità di occuparsi anche dei servizi domestici nelle stanze di san JosemarÍa in diverse località. Tra il 1958 e il 1972, il fondatore partì da Roma nei mesi estivi allo scopo di allontanarsi dalle occupazioni abituali, riposarsi un po’ e dedicare tempo a qualche lavoro speciale. Così, tra il 1958 e il 1962 passò i mesi di luglio e agosto a Londra; nelle estati del 1963 e 1964 stette rispettivamente a Reparacea e a Elorrio,  al nord della Spagna; dal 1965 fino al 1972 rimase in Italia durante le estati ma fuori Roma: Castelletto del Trebbio, Gagliano Aterno, Sant’Ambrogio Olona, Premeno, Caglio e Civenna. Da questi luoghi andò in Francia, Spagna, Germania, Austria e Svizzera per visitare i fedeli dell’Opus Dei e rafforzarli nel loro compito[54].

Nel gruppo delle donne che curarono i lavori domestici durante questi periodi estivi era presente Dora del Hoyo, eccetto a Reparacea e a Elorrio. Insieme ad altre cose, il suo lavoro consistette, la maggior parte delle volte, nel sistemare i locali prestati o affittati dai loro proprietari, convertendoli in un posto gradevole affinché il fondatore e i suoi pochi accompagnatori - abitualmente Álvaro del Portillo, Javier EchevarrÍa e un terzo, potessero lavorare e riposare. Facevano gli acquisti, preparavano i diversi pasti, mantenevano pulita e in buono stato la casa, lavavano e stiravano i vestiti. Molte volte fu necessario, in più, trovare soluzioni ingegnose per superare difficoltà dovute a scarsità di mobili. Grazie al lavoro ben fatto di coloro che si incaricavano delle faccende di casa, Escrivá poté realizzare i compiti che si era proposto di concludere in quei  periodi, come la revisione dei documenti di governo dell’Opus Dei, lettere dirette alla formazione dei membri dell’Opera e libri che avrebbe dato alla  pubblicazione[55].

Quasi trent’anni della sua vita Dora del Hoyo spese nel lavoro della sede centrale dell’Opus Dei nella Città del Tevere. Il fondatore aveva riposto in lei tutta la sua fiducia e sapeva che il suo sforzo contribuiva a mantenere viva questa occupazione dell’amministrazione dei centri, che definì come “la colonna vertebrale dell’Opus Dei”.

CAVABIANCA

Gli edifici della sede definitiva del Collegio Romano della Santa Croce si terminarono nel settembre del 1976. Però prima, il 22 giugno del 1975, il fondatore tenne lì l’ultimo incontro con i membri dell’Opus Dei provenienti da molti Paesi; quattro giorni dopo entrò nella dimora definitiva di Dio.

Per Dora del Hoyo fu la sua ultima casa. Dopo molti anni in Villa Tevere, molto vicina alla presenza del fondatore, accettò - con la sua allegria abituale - di trasferirsi ad Albarosa, nome del centro che si occupa dell’amministrazione domestica del Collegio Romano della Santa Croce da poco costruito. Sapeva, per richiesta di san JosemarÍa, che il suo lavoro e la sua esperienza sarebbero stati necessari, ancora una volta, per metter in marcia questi edifici.

Nonostante l’eccellente costruzione della casa, i primi giorni furono duri: pulizie, freddo, mancanza di riscaldamento e di acqua calda, ecc. Del Hoyo tornò ad essere un esempio di fortezza, animando tutte.

Con frequenza, Álvaro del Portillo - successore di JosemarÍa Escrivá a capo dell’Opus Dei -  visitava Cavabianca e passava al centro annesso per parlare un pochino con chi viveva lì. In uno di questi incontri, a marzo del 1984, disse loro: “Figlie mie, è logico che oggi starò con voi un pochino: si compiono dieci anni di questa casa. Di recente abbiamo fatto un calcolo approssimato dei sacerdoti che sono usciti da qui in questo tempo: circa cinquecento. Se possono stare a lavorare in tutto il mondo - e lo fanno molto bene – è, in parte, grazie al vostro lavoro, figlie mie. Che Dio vi benedica! Si realizza ciò che diceva nostro Padre: non vi si vede, ma il frutto del vostro lavoro è sparso per tutta la terra [56] .

FINE DEL CAMMINO

Dal mese di agosto del 2003, lo stato di salute di Dora del Hoyo andò peggiorando. La sua resistenza fu sempre proverbiale fino a che, nel 1987, ebbe un infarto cardiaco, ma recuperò soddisfacentemente. Quando compì gli ottanta anni, a gennaio del 1994, Álvaro del Portillo chiese a tutte le donne della casa che la festeggiassero in modo speciale. E così fu: una allegra festa, ripercorrendo i posti del mondo nei quali era stata, lasciando, indirettamente, la sua impronta e la sua vita. In questo anno la sua cagionevolezza fisica era manifesta e aveva un’insufficienza polmonare che non la lasciava riposare.

A partire dal 9 gennaio 2004 il suo stato si fece terminale. Tutta la casa seguiva da vicino l’evoluzione del suo stato di salute. Javier EchevarrÍa, allora prelato dell’Opus Dei, riceveva  tutte le informazioni dai medici che la curavano. Si palpava in giro la semplicità e la grandezza di un affetto e di una gratitudine autentica. Dall’alba del giorno di sabato 10, il cuore di Dora del Hoyo cominciò a venir meno. Poco prima delle quattro la sua respirazione si fece impercettibile e dopo pochi minuti, con il crocifisso in mano, abbandonò il suo lungo e fecondo camminare sulla terra per entrare nell’eternità di Dio.

Si preparò la veglia funebre nell’oratorio del centro, dedicato a Santa Maria Regina. Javier EchevarrÍa celebrò la Santa Messa e, in un’omelia breve e profonda, fece presente che tutti dobbiamo ricevere la staffetta con la stessa grazia con cui essa lo fece e ringraziare molto Dio per Dora de Hoyo. Si chiudeva un’altra tappa storica dell’Opera, perché lei era la prima numeraria ausiliare [57].

I resti mortali di Salvadora del Hoyo furono sistemati nel feretro dalle numerarie ausiliari di tutto il mondo: Ria van der Ower, dell’Olanda; Marcelina Orduňa Arredondo, del Messico, Rosa Ane Waithira Karobia, del Kenia; Felicity Simpson, dell’Australia; e Vilma Tibi Sysonn delle Filippine. Il corpo fu traslato a Santa Maria della Pace, nella sede centrale dell’Opus Dei a Roma. Alle tre e mezza del giorno 11 gennaio si chiuse definitivamente il feretro, per essere depositato in un lato della cripta, vicino alla tomba di Álvaro del Portillo e sotto l’altare dove riposano i resti di san JosemarÍa Escrivá.

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Ana Sastre, Dottore in medicina. Premio della Real Accademia di Madrid. Specialista in Medicina Interna, Endocrinologia e Nutrizione. Capo dell’Unità di Nutrizione Clinica nell’Ospedale Ramón y Cajal di Madrid fino al 1999. Professoressa della Facoltà di Medicina dell’Università di Navarra, dell’Università Autonoma e di quella di Alcalà de Henares (Madrid). E’ intervenuta in più di duecento congressi, nazionali e internazionali. Premi: Dottor  Maraňon, al migliore scienziato nel campo dell’alimentazione (1990); Abraham GarcÍa Almansa, alla promozione della nutrizione clinica in Spagna (1996). Prima medaglia d’oro della Società Spagnola di nutrizione di base e applicata. Come scrittrice, ha prodotto una biografia di JosemarÍa Escrivá (Madrid, Rialp, 1989).

e-mail: [email protected] [1] Dal 1974 Cavabianca, sede del Collegio Romano della Santa Croce, centro di formazione e seminario internazionale della Prelatura dell’Opus Dei in Roma, si trova in prossimità della Città Eterna. Nei locali annessi, indipendenti, si ubica un altro centro, chiamato Albarosa, dove alcune donne dell’Opera curano l’amministrazione domestica di Cavabianca.

[2] La tomba del fondatore si trova sotto l’altare della suddetta chiesa, in viale Bruno Buozzi, 75. Nella cripta della chiesa è sepolto Álvaro del Portilllo, e in una sottocripta si trova la tomba di Carmen Escrivá de Balaguer, sorella del fondatore che, senza essere dell’Opus Dei, dedicò gran parte della sua vita alla cura domestica dei centri della Prelatura.

[3] Cfr. Il Lavoro dell’Amministrazione, Roma 1993, AGP (Archivio Generale della Prelatura), p 19; Andrés Vazques de Prada, Il fondatore dell’Opus Dei, vol. II, Madrid, Rialp, 2002, pp. 578-588.

[4] Cfr. Pedro Gómez Gómez, La lotta secolare per la sopravvivenza nella Montagna di Riaňo, Oviedo, Università di Oviedo, 2006.

[5] Cfr. Libro parrocchiale (1914), Parrocchia di san Vincenzo Martire (Boca de Huérgano, León), fol 37.

[6] Su questa zona di León, cfr. Enrique Martínez Fidalgo, Riaňo, León, Direzione, 1987; Lorenzo López Trigal, La provincia di León, Santiago García, 1996.

[7] Cfr. Alfonso García, León e la sua provincia, León, Edilesa, 2002, e Antonio Viňayo, León, Madrid, Everest, 1977.

[8] Cfr. Julio Llamazares, Il fiume dell’oblio, Barcellona, Seix Barral, 1996.

[9] Cfr. José Augusto Martínez Ruiz (Azorin), Castilla, Madrid, Incafo, 1986.

[10] Intervista di Ana Sastre a Dora del Hoyo, 4 giugno 1998.

[11] Idem.

[12] Idem.

[13] Cfr. nota del Patrocinio Rodríguez del Hoyo, León, 10 gennaio 2005.

[14] Cfr. Libro parrocchiale (1948), Parrocchia di San Vincenzo Martire (Boca de Huérgano, León), fol. 93v-94.

[15] Cfr. Su questo tema Liborio Acosta De La Torre, Il servizio domestico e il centro protettore della donna, Madrid, R. Velasco, 1878; Jesús María Vázques, Il servizio domestico nel pensiero di Pio XII, Madrid, Azione Cattolica Spagnola, 1958; Leonor Meléndez, Il servizio domestico in Spagna, Consiglio Nazionale delle Donne dell’Azione Cattolica, Madrid, Cóndor, 1962. Per una visione aggiornata del lavoro domestico, cfr. María PÍa Chirinos, Chiave per l’antropologia del lavoro, Pamplona, Eunsa, 2006.

[16] MarÍa Digna DÍaz Pérez, Storia delle Religiose di Maria Immacolata. Alcune notizie sull’origine, la fondazione e lo sviluppo del nostro Istituto (1843-1890), Madrid, Editabor, 2002, pp. 62-63.

[17] Cfr. Codice civile, Madrid, Edizione Giuridica Spagnola, 1889.

[18] Cfr. Gaspar Rullán Buades, La grande sconosciuta. Studio sociologico sull’impiegata di casa in Madrid, Madrid, RMI-TEA, 1998; IDEM, Anonima nella grande città. Studio di un collettivo marginale: l’impiegata di famiglia. Deputazione Provinciale di Cordoba - Caja di Castilla La Mancha, 1995.

[19] Cfr. MarÍa Ángeles SALLÉ ALONSO, Situazione del servizio domestico in Spagna, Madrid, Istituto della Donna, 1985, pp. 38.59. Su tale questione si può anche consultare LuÍs SUÁREZ, Cronaca della Sessione Femminile, Madrid, Associazione Nueva Andadura, 1992; María Fernanda De CHURRUCA, Guida del servizio domestico, Madrid, Esoasa, 2002.

[20] Cfr. DÍaz Pérez, Storia delle Religiose, p. 295; cfr. anche José Fernández Montaňa (ed.), Vita della reverenda madre Vicenta María López y Vicuňa, angelica fondatrice dell’Istituto delle Figlie di Maria Immacolata per il servizio domestico, scritta da sue religiose contemporanee, con carte e documenti, Madrid, Imp. Di Gabriel López y del Hoyo, 1910; José Artero, Vita della venerabile madre Vicenta Maria. Fondatrice delle figlie di Maria Immacolata per il servizio domestico e protezione delle giovani in generale, Madrid, Aldus, 1943.

[21]Encarnación Ortega - che conobbe Dora del Hoyo negli anni quaranta - raccoglie il seguente aneddoto, che raccontò Dora del Hoyo, sul modo in cui la assunsero in una delle case in cui lavorò: «Alla domestica di quella casa, la sua signora le chiese se conosceva qualche compagna che fosse efficiente, responsabile e di bella presenza, “ma che non fosse aggraziata”. Le occorreva come domestica del marito. Questa ragazza, amica mia, pensò a me e mi portò. Nel vedermi la signora disse: “è esattamente quello che desideravo”. Il fatterello riflette la classe di Dora del Hoyo, che non è brutta ma sa ridere di se stessa». Relazione testimoniale di Encarnación Ortega Pardo su Josémaria Escrivá, AGP, serie A-5, 232-1-2. Rosalia López, che visse molti anni con Dora del Hoyo, ricorda di averla sentita raccontare un altro aneddoto, in senso contrario: in una casa non avevano voluto assumerla perché aveva tinto biondi i suoi capelli e la signora non riteneva opportuno che una ragazza bionda servisse suo marito. Cfr. nota di RosalÍa López, 28 novembre 2009, AGP, serie S.2.4; nota di Isabel GarcÍa MartÍn, 20 ottobre 2009, AGP, serie S.2.4.

[22] La famiglia degli Almunia risale al secolo XIV. Durante il secolo XX, il marchesato di Almunia fu occupato da LuÍs de Almunia e Bordalogna, VI marchese di Almunia, sposato con MarÍa Vicenta de León y Núňez Robres. Suo erede fu JoaquÍn Almunia de León (1901-1995), ingegnere civile, sposato con MarÍa Begoňa Amman MartÍnez de Baeza, genitori di JoaquÍn Almunia Amman, ministro del governo spagnolo dal 1982 al 1991, membro distaccato del Partito Socialista Operaio Spagnolo.

[23] Cfr. intervista di Ana Sastre a Dora del Hoyo a Roma, 4 giugno 1998.

[24] Cfr. intervista di Ana sastre a Dora del Hoyo a Roma, 4 giugno 1998. Nel 1944 il duca di Nájera era Don Juán Travesedo, capitano onorario della cavalleria e gentiluomo di camera; nato a Madrid il 25 gennaio 1890 e sposato dal 15 ottobre 1920 con MarÍa del Carmen MartÍnez Rivas, figlia del fondatore di Astilleros Nervión. Vivevano in piazza del Marchese di Salamanca, 6. Dati forniti da José LuÍs Sampedro Escolar, membro della Reale Accademia Madrilena di Araldica e Genealogia. Il ducato di Nájera fu concesso dai Re Cattolici alla famiglia Manrique de Lara, vincolata a Logroňo. Questa famiglia è anche conosciuta perché Ignazio di Loyola fu temporaneamente gentiluomo o paggio del duca di Nájera, Antonio Manrique de Lara. Su questa famiglia, cfr. Waldo GIMÉNEZ ROMERA, Cronaca della provincia di Logroňo, Madrid, Rubio e Compaňia, 1867; Tomás LERENA - Demetrio GUINEA, Signori della guerra, tiranni e vassalli,  Logroňo, Piedra del Rayo, 2006.

[25] Cfr., intervista di Ana Sastre a Dora del Hoyo a Roma, 4 giugno 1998.

[26] Purtroppo non ci sono notizie dei lavori di Salvadora del Hoyo prima di porsi in contatto con la residenza Moncloa. Ciò che si è scritto si basa sui suoi propri ricordi, sui quali non posso dare dati più concreti.

[27] Cfr. intervista di Ana Sastre a Dora del Hoyo a Roma, 4 giugno 1998. Anni più tardi, nel 1975, dopo la morte di JosemarÍa Escrivá, una delle religiose della congregazione di Maria Immacolata, scrisse sulla persona del fondatore dell’Opus Dei: “Nell’autunno del 1943 vidi per la prima volta mons. Escrivá a Madrid (..). Don JosemarÍa spiegò che stava mettendo in piedi a Madrid la prima grande residenza universitaria: la Moncloa, e ci chiedeva se potevano fornirgli impiegate di casa per quella residenza. Allo stesso tempo ci chiese consigli pratici sui lavori di amministrazione che potevamo trasmettere alle associate dell’Opera che stavano per cominciare ad occuparsi di queste attività. Il Padre aveva un grande impegno per rendere qualificato il lavoro delle persone che si dedicavano ai lavori domestici, dandogli dignità, livello professionale e responsabilità grande, perché è molto ciò che si chiede loro spiritualmente e umanamente (…). Potemmo offrirgli alcune delle nostre ragazze che si inserirono perfettamente nella residenza e avemmo la soddisfazione che a due di loro Dio diede la vocazione all’Opus Dei, dove hanno perseverato con fedeltà ed efficacia: Salvadora del Hoyo e Concepción Andrés (...). Don JosemarÍa mai dimenticò l’aiuto che potemmo prestargli agli inizi della Residenza Moncloa e tornava spesso a ripetere il suo ringraziamento, ogni volta che poteva (…). Ogni volta che veniva a farci visita, mi colpiva l’affetto con cui parlava del lavoro delle sue figlie nell’amministrazione di Moncloa, che non si imponevano ma lo inorgoglivano e riempivano di ammirazione. Ci diceva: “tutti gli inizi sono molto duri e difficili, però le mie figlie non si perdono d’animo”. E aggiungeva “Lei, Madre, le aiuti”. Testimonianza di Carmen Barrasa, 18 novembre 1975. AGP, serie A-5, 195-3.3.

[28] Cfr. Ana Sastre, Tempo di camminare, Madrid, Rialp, 1999, pp. 305-308.

[29] Coloro che la conobbero anni dopo, riferivano che Dora del Hoyo era un’appassionata del gioco del calcio, le piaceva il cinema e la musica classica. Probabilmente acquisì questi gusti in quegli anni. Cfr. per esempio, le testimonianze di Paula Assen (datata in Sidney, il 17 marzo 2004), Maria del Carmen Cominges (Valencia, 12 marzo 2005) e Ángeles Calvo Gonzáles (Madrid, 22 marzo 2004), AGP, serie S.2.4.

[30] In questo tira e molla, Del Hoyo cedette, ma non accettò la data che le dettero per presentarsi; desiderava passare il suo onomastico con la famiglia dove lavorava. Arrivò a Moncloa il giorno seguente. Cfr. intervista a Dora del Hoyo, Roma, 11 settembre 2000. Sembra si tratti del suo compleanno (10 gennaio) e non del suo onomastico (6 agosto), perché il primo diario dell’amministrazione della residenza cominciò ad essere scritto in data 28 settembre 1943, giorno in cui si trasferì in questa casa il gruppo di persone che si sarebbero incaricate della cura domestica. Inoltre, lì si parla di una nuova domestica che arrivò a gennaio e che si ammalò di angina (come si vedrà più avanti), anche se non si dice il suo nome. Cfr. diario dell’amministrazione di Moncloa, 8 e 27 gennaio 1944, AGP, serie U-2.2, D-1217.

[31] Cfr. intervista di Ana Sastre a Dora del Hoyo a Roma, 4 giugno 1998. Nell’intervista del 2000, Del Hoyo ricordava che c’erano pure MarÍa Amparo RodrÍguez Casado, che per infermità non poteva lavorare, e circe sette ragazze assunte (a parte quella che andava a lavare e Concepción Andrés che era collaboratrice, cioè andava a ore, e che poi rimase a vivere lì).

[32] Cfr. intervista de Ana Sastre a Dora del Hoyo a Roma, 4 giugno 1998.

[33] Cfr. intervista di Ana sastre a Dora del Hoyo a Roma, 4 giugno 1998 e intervista dell’11 settembre del 2000. Racconto raccolto in Ricordi di nostro Padre, Roma, 2002, pp. 283 e 290 AGP, P22.

[34] Cfr. “Iniciativas”, 2006, p. 267, AGP, P16.

[35] Su Concepcion Andres, cfr. note 27 e 33.

[36] Cfr. Intervista a Dora del Hoyo, Roma, 11 settembre 2000.

[37] Intervista di Ana sastre a Dora del Hoyo a Roma, 4 giugno 1998.

[38] Cfr. Intervista di Ana Sastre a dora del Hoyo a Roma, 4 giugno 1998 e intervista dell’11 settembre del 2000.

[39] Cfr. Diario dell’amministrazione de Abando, 19 settembre 1945, AGP, serie U-2.2, D-241.

[40] Cfr. intervista a Dora del Hoyo, Roma, 11 settembre 2000.

[41] Avevano traslocato lì il 16 settembre. Cfr. diario dell’amministrazione di Abando, 16 settembre 1943, AGP, serie U-2.2, D- 241.

[42] Cfr. Intervista di Ana Sastre a Dora del Hoyo a Roma, 4 giugno 1998.

[43] Cfr. intervista di Ana sastre a Dora del Hoyo a Roma, 4 giugno 1998 e intervista dell’11 settembre 2000. Del Hoyo ricordava che i primi residenti erano molto disordinati, il che moltiplicava il lavoro. Poco a poco cambiarono.

[44] Cfr. intervista a Dora del Hoyo, Roma, 11 settembre 2000.

[45] Cfr. intervista di Ana Sastre a Dora del Hoyo a Roma, 4 giugno 1998.

[46] Cfr. diario dell’amministrazione di Abando, 14 e 15 marzo 1946, AGP, serie U-2.2, D-243.

[47] In quegli anni si chiamavano numerarie inservienti, giacché questo era il nome del lavoro che svolgevano; più tardi, nel 1965, san JosemarÍa cambiò la denominazione in numerarie ausiliari. Cfr. Il lavoro dell’Amministrazione, p.16, AGP, P 19.

[48] Cfr. diario dell’amministrazione di Los Rosales, 3 maggio 1946, AGP. Serie U-2.2, D-1359.

[49] Cfr. “Iniciativas”, 2006, pp. 454-456, AGP, P16.

[50] Cfr. “Iniciativas”, 2006, p. 458, AGP, P16.

[51] Cfr. diario dell’amministrazione di Los Rosales, 22 luglio 1946, AGP, serie U-2.2, D 1360.

[52] Cfr. SASTRE, Tempo di camminare, p. 339.

[53] Alcuni di questi studenti saranno chiamati al sacerdozio, per curare particolarmente i fedeli dell’Opus Dei.

[54] Cfr. Pilar Urbano, L’uomo di Villa Tevere. Gli anni romani di JosemarÍa Escrivá, Barcellona, Plaza e Janés, 1995, pp. 375-433.

[55] Sugli scritti del fondatore dell’Opus Dei, cfr. José Luis ILLANES, Opera scritta e predicazione di san Josémaria Escriva, “Studia et Documenta” 3 (2009), pp. 203-276.

[56] «Noticias», 1984, pp, 284-285, AGP, P02

[57] Cfr. relazione sul decesso di Dora, pp. 4, AGP, serie S.2.4. Non è datata né firmata. Fu scritta da una testimone di questi giorni poco tempo dopo la morte di Dora del Hoyo.

  • Ana Sastre // Studia et Documenta, vol. 5 - 2011