- Gesù è il buon pastore.
- Dare la vita per le pecore.
- Tutti siamo pecora e pastore.
I Vangeli proclamati nelle domeniche delle prime settimane di Pasqua narravano le apparizioni di Cristo risorto. Oggi, invece, ci troviamo davanti al discorso in cui Gesù si presenta come il buon pastore e spiega ai suoi ascoltatori le caratteristiche di chi veglia sulle pecore: la sua attenzione, il suo spirito di sacrificio, la sua unione con il Padre, la sua piena libertà nell’assumere la missione… E sembra incoraggiare chi lo ascolta a confidare in lui e a desiderare di far parte del suo gregge. Oggi, domenica del buon pastore, la Chiesa ci invita a entrare nel gregge di Cristo risorto, a lasciare che sia Lui la nostra guida.
La liturgia della Messa di oggi inizia rivolgendo a Dio Padre una preghiera che ci pone davanti a una necessità: «Conducici all’assemblea gioiosa del cielo, perché la debolezza del gregge giunga là dove l’ha preceduta la forza del Pastore» [1]. Gesù conosce la nostra situazione e sa che abbiamo bisogno della sua forza risanatrice. Le ferite del nostro peccato non sono motivo di scoraggiamento, ma possono portarci a confidare ancora di più nel Signore. Egli ci aiuta a guardare la realtà con comprensione e a posare maggiormente lo sguardo su Dio. Gesù ci ha preceduto nel cammino verso la vita eterna: apre la via e ci indica il cammino verso la felicità.
La luce della Pasqua illumina la figura del buon pastore. Possiamo dire che Gesù «è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce» (Sal 23,1-2), perché ha vinto la morte ed è tornato alla vita. «Dopo aver trionfato sull’inferno – esprime un inno liturgico – il Restauratore del genere umano ritorna al cielo, risorto, portando sulle sue spalle la sua pecora»[2]. In quella pecora possiamo trovare un’immagine dell’umanità, un’immagine di ciascuno di noi.
«Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore» (Gv 10,11). Con queste brevi parole Gesù ci dice come si riconosce il buon pastore: è colui che dona se stesso per prendersi cura delle anime che gli sono state affidate. Questo compito è, per lui, la cosa più importante. Esiste un rapporto stretto tra il buon pastore e le pecore che gli sono affidate: le conosce una per una, trascorre il tempo in mezzo a loro, riconosce il loro belato, il modo in cui camminano… Il buon pastore non abbandona mai le sue pecore, perché esse fanno parte della sua vita, mentre il «mercenario», colui che non le ama come proprie, si impegna appena il giusto nella loro cura.
Gesù sottolinea che egli dà la vita per le pecore come atto di libertà e, quindi, di amore: «Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio".» (Gv 10,17-18). Quanta speranza dà sapere di essere amati da un pastore così! Se la passione del Signore ci mostra fino a che punto arriva il suo amore per noi, la sua risurrezione ci dice che vale la pena lasciarsi conquistare da questo amore, perché in esso troviamo la forza per iniziare a camminare, già qui, secondo una vita nuova. «Dio mio, - prega san Josemaría - com'è facile perseverare, sapendo che Tu sei il Buon Pastore, e noi — tu e io… — pecore del tuo gregge! — Perché sappiamo bene che il Buon Pastore dà tutta la sua vita per ciascuna delle sue pecore» [3].
Come pecore del gregge di Cristo, sapremo andare in quei luoghi dove egli ci dona la vita: in quei momenti di preghiera quotidiana, nelle pratiche di pietà che scandiscono le nostre giornate… Ma, soprattutto, nei sacramenti, perché attraverso di essi veniamo rinnovati nella vita divina. Allora possiamo dire con il salmista: « Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici. Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca. Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita» (Sal 23,5-6).
LA DOMENICA DEDICATA al buon pastore è un buon giorno per chiedere che nella Chiesa siano sempre presenti le cure del buon pastore. Offrire queste cure è una missione del tutto speciale dei ministri sacri. Tuttavia, in un certo senso, tutti i battezzati, identificati con Cristo, siamo chiamati a essere pastori degli altri: ad aiutare con l’esempio, la preghiera e il consiglio. Per questo, san Josemaría diceva che tutti siamo pecora e pastore.
Per essere buoni pastori dobbiamo imitare Gesù quando serve, guarisce, accompagna, ascolta… In definitiva, quando dona la vita per gli altri in modo gratuito. «L’intermediario fa il suo lavoro e prende la paga (…). Il mediatore invece perde sé stesso per unire le parti, dà la vita, dà sé stesso, il prezzo è quello: la propria vita, paga con la propria vita, la propria stanchezza, il proprio lavoro, tante cose» [4]. Al mercenario della parabola non importano le pecore, solo il guadagno che può ricavarne.
Il buon pastore guarda ognuno con la stessa gratuità di Dio; vede figli di Dio, la condizione fondamentale di ogni persona, chiamati alla gloria e a partecipare al suo amore. Per questo serve tutti con gioia, che genera una fiducia sincera e desiderio di avvicinarsi al pastore perché si sa che cerca la loro felicità. E la ricompensa di questa dedizione è anche una gioia che non finisce mai: «E quando apparirà il Pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce» (1Pt 5,4).
[1] Messale Romano, Colletta, IV Domenica di Pasqua.
[2] Inno Salve dies.
[3] San Josemaría, Forgia, n. 319.
[4] Papa Francesco, Omelia, 9-XII-2016.

