​Ottavario per l’unità dei cristiani (giorno 7, 24 gennaio)

Settima meditazione dell’ottavario per l’unità dei cristiani (24 gennaio). Temi: Cristo sceglie san Pietro e i suoi successori; il Romano Pontefice è la conferma della cattolicità nell’unità; l’unione con il Papa è anche unione al suo magistero.

Testi di vita cristiana
Opus Dei - ​Ottavario per l’unità dei cristiani (giorno 7, 24 gennaio)

Giorno 7, 24 gennaio

Cristo sceglie san Pietro e i suoi successori.

Il Romano Pontefice è la conferma della cattolicità nell’unità.

L’unione con il Papa è unione anche al suo magistero.

Gesù impiega i tre anni della sua vita pubblica ad annunciare per tutto il territorio di Israele l’arrivo del regno dei cieli. Lo fa con la sua predicazione, con i suoi miracoli e con la sua presenza. A un certo punto, vista la rigidità di alcuni capi del popolo, decide di ritirarsi con i suoi apostoli nelle regioni limitrofe. Questi viaggi sono considerati un preludio dell’universalità del Vangelo. È proprio a Cesarea di Filippo che il Signore, davanti ai suoi, dice pubblicamente a Pietro: «E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa» (Mt 16, 18). In quel momento si trattava di una promessa futura; erano ancora di là da venire la passione e la morte, il tradimento di Pietro e la codardia degli altri apostoli. Gesù risorto, in una conversazione vicino al lago dopo la pesca miracolosa di centocinquantatre grossi pesci, ripete ciò che aveva anticipato a suo tempo a Pietro e gli conferisce ufficialmente un incarico speciale nel gruppo che si era scelto: «Pasci i miei agnelli. [...] Pasci le mie pecorelle» (Gv 21, 15-16).

Benedetto XVI ricorda che, in effetti, san Pietro «iniziò il suo ministero a Gerusalemme, dopo l’Ascensione del Signore e la Pentecoste». Più tardi si diresse ad Antiochia, che era la terza metropoli dell’Impero Romano, e «da lì, la Provvidenza condusse Pietro a Roma. [...] Per questo la sede di Roma, che aveva ricevuto il maggior onore, raccolse anche l'onere affidato da Cristo a Pietro di essere al servizio di tutte le Chiese particolari per l'edificazione e l'unità dell'intero Popolo di Dio»[1].

L’istituzione del primato mette in evidenza che il regno fondato da Gesù Cristo non è un’utopia, ma una realtà presente già in questo mondo, sotto forma di una società visibile, sicuramente formata da persone piene di difetti. Eppure Cristo ha promesso che la sua grazia non mancherà a chi lo avrebbe rappresentato sulla terra nel corso dei secoli. «Ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22, 31-32). Se riflettiamo su questa realtà, non ci sorprende l’emozione filiale di san Josemaría quando arrivò a Roma. Il 23 giugno 1946, nello scorgere dall’auto la cupola di San Pietro si commosse visibilmente e recitò il Credo ad alta voce. Poi, nella piccola terrazza della casa in cui abitava, nei pressi del Vaticano, passò quella prima notte romana in veglia di preghiera per la Chiesa e il Romano Pontefice. «Pensate con quanta fiducia ho pregato per il Papa [...] contemplando le finestre degli appartamenti pontifici». San Josemaría ripeteva continuamente che «l’amore al Romano Pontefice deve essere in noi vibrante e appassionato, perché in lui vediamo Cristo»[2].

Uno degli episodi più importanti narrato negli Atti degli Apostoli è il battesimo di Cornelio, un militare romano, che diventa cristiano insieme alla sua famiglia. San Pietro, invitato in casa del soldato, dove si erano riuniti parecchi parenti e amici, spiegò: «Dio mi ha mostrato che non si deve dire profano o immondo nessun uomo» (At 10, 28). Dopo aver risposto ad alcune domande, aggiunse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto» (At 10, 34-35). Si tratta del primo discorso rivolto a persone non giudee. Mentre spiegava queste cose, fra la sorpresa generale, lo Spirito Santo discese su quelli che si erano lì riuniti. Commentando questo episodio san Girolamo dice: «Colui che era stato battezzato dall’Apostolo consacrò la salvezza dei gentili»[3].

Fin dai primi momenti dell’espansione del cristianesimo, la missione di Pietro fu quella di tenere uniti i suoi fratelli e confermare la cattolicità della Chiesa fondata da Cristo, a lui affidata come suo principio visibile. In questo senso Benedetto XVI afferma che «il cammino di san Pietro verso Roma, come rappresentante dei popoli del mondo, sta soprattutto sotto la parola «una»: il suo compito è di creare l’unità della catholica, della Chiesa formata da giudei e pagani, della Chiesa di tutti i popoli. Ed è questa la missione permanente di Pietro: far sì che la Chiesa non si identifichi mai con una sola nazione, con una sola cultura o con un solo Stato. Che sia sempre la Chiesa di tutti. Che riunisca l’umanità al di là di ogni frontiera e, in mezzo alle divisioni di questo mondo, renda presente la pace di Dio, la forza riconciliatrice del suo amore»[4].

Gesù, nell’istituire un capo visibile per la sua Chiesa pellegrina sulla terra, non stava circoscrivendo i suoi seguaci in un gruppo chiuso in se stesso. Tutto il contrario. Il Sommo Pontefice, successore di san Pietro, che presiede tutti nella carità, veglia perché tutti coloro che sono chiamati a seguire Cristo abbiano la certezza di ascoltare la sua parola in qualunque posto essi si trovino. Pietro e gli altri apostoli, il Papa e i vescovi in comunione con lui, costituiscono una garanzia per la trasmissione della vera Chiesa di Cristo. All’inizio lo faceva con i gentili dell’impero romano; oggi, con tutte le nazioni della terra. «Io venero con tutte le mie forze la Roma di Pietro e di Paolo – ha scritto san Josemaría –, bagnata dal sangue dei martiri, centro di espansione per tanti che hanno propagato nel mondo intero la parola salvifica di Cristo. Essere romano non racchiude nessun significato di particolarismo, bensì di ecumenismo autentico: presuppone il desiderio di allargare il cuore, di aprirlo a tutti con l’ansia redentrice di Cristo, che tutti cerca e tutti accoglie, perché tutti ha amato per primo»[5].

San Paolo, nei mesi e anni successivi alla rivelazione di Damasco, approfondisce con audacia il mistero di Cristo, fino a riconoscere se stesso quale apostolo. Tuttavia, fa riflettere molto che dopo alcuni anni di attività apostolica vada a vedere Pietro, capo della Chiesa, per confrontare la propria dottrina con lui: «Andai a Gerusalemme per consultare Cefa – scrive ai Galati –, e rimasi presso di lui quindici giorni [...]. Dopo quattordici anni, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Barnaba, portando con me anche Tito: vi andai però in seguito a una rivelazione. Esposi loro il Vangelo che io predico tra i pagani, ma lo esposi privatamente alle persone più ragguardevoli, per non trovarmi nel rischio di correre o di aver corso invano» (Gal 1, 18; 2, 1-2). Sin dalle origini della Chiesa, i cristiani hanno visto in Pietro e nei suoi successori i garanti dell’unità, anche nell’articolazione dottrinale del Vangelo che trasmettevano.

In questo senso – afferma san Josemaría –, «non può esservi altra disposizione in un cattolico: difendere “sempre” l’autorità del Papa; ed essere “sempre” docilmente deciso a rettificare la propria opinione, di fronte al Magistero della Chiesa»[6]. Com’è logico, questo desiderio di fedeltà deve concretizzarsi, fra l’altro, nel «conoscere il pensiero del Papa, espresso nelle encicliche o in altri documenti, e fare quanto è in noi perché tutti i cattolici diano ascolto al magistero del Santo Padre, e adeguino a questi insegnamenti il loro agire nella vita»[7]. Perciò faremo in modo che la nostra unione al successore di Pietro sia una unione affettiva ed effettiva; non soltanto seguendo con intelligenza le sue indicazioni e il suo magistero, ma adoperandoci anche nel comprendere, in profondità, ciò che lo Spirito Santo vuole donare al mondo attraverso la sua persona.

«Ubi Petrus, ibi Ecclesia, ibi Deus»[8], era solito ripetere san Josemaría. «Vogliamo stare con Pietro, perché con lui c’è la Chiesa, con lui c’è Dio; e senza di lui non c’è Dio. Per questo ho voluto romanizzare l’Opera. Amate molto il Santo Padre. Pregate molto per il Papa. Amatelo molto, amatelo molto! Perché ha bisogno di tutto l’affetto dei suoi figli»[9]. Una parte importante e indispensabile della nostra attività apostolica consiste nell’unire i cristiani a colui che lo Spirito Santo ha posto nei vari momenti storici a capo del Popolo di Dio. Tutti, con Pietro, porteremo anime a Gesù, con la mediazione materna di Maria. A lei chiediamo, in quanto Madre della Chiesa, che, come a Pentecoste, ci riunisca attorno a lei e avvicini con stretti legami tutti i discepoli di suo Figlio. Le chiediamo in modo speciale il dono di una comunione affettiva ed effettiva con il dolce Cristo in terra, l’espressione che santa Caterina da Siena impiegava quando si riferiva al successore di Pietro.


[1] Benedetto XVI, Udienza generale, 22-II-2006.

[2] San Josemaría, Lealtà alla Chiesa, in La Chiesa nostra Madre, Ares, Milano 1993, n. 30.

[3] San Girolamo, Epistola 79, 2.

[4] Benedetto XVI, Omelia, 29-VI-2008.

[5] San Josemaría, Lealtà alla Chiesa, in La Chiesa nostra Madre, Ares, Milano 1993, n. 28.

[6] San Josemaría, Forgia, n. 581.

[7]Ibid., n. 633.

[8] Sant’Ambrogio, In Ps. 40, 30.

[9] San Josemaría, Appunti presi durante una riunione familiare, 11-V-1965.