Dal 13 al 23 aprile 2026 papa Leone si recherà Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale per un viaggio apostolico. In questo articolo, aggiornato quotidianamente, verranno raccolti i suoi discorsi e omelie.
Lunedì 13 aprile (Roma - Algeri)
- Saluto ai giornalisti durante il volo Roma-Algeri
- Visita al monumento dei martiri Maqam Echahid
- Incontro con le autorità, con la società civile e con il corpo diplomatico nel Centro Convegni “Djamaa el Djazair”
-Incontro con la comunità Algerina
-Visita alla Grande Moschea di Algeri
-Visita alla casa di accoglienza per anziani delle piccole sorelle dei poveri
Martedì 14 aprile (Annaba)
-Visita alla Casa di Accoglienza per anziani delle Piccole Sorelle dei Poveri
-Santa Messa nella Basilica di Sant’Agostino
Mercoledì 15 aprile (Algeri - Yaoundé)
-Parole del Santo Padre ai giornalisti durante il volo diretto a Yaoundé
-Incontro con le Autorità, con la Società Civile e con il Corpo Diplomatico
-Visita all’Orfanotrofio Ngul Zamba
Giovedì 16 aprile (Yaoundé- Bamenda)
-Incontro per la Pace con la Comunità di Bamenda
Venerdì 17 aprile (Bamenda - Douala)
-Incontro con il Mondo Universitario
Sabato 18 aprile (Yaoundé- Luanda)
-Parole del Santo Padre ai giornalisti durante il volo diretto a Luanda
-Incontro con le Autorità, con la Società Civile e con il Corpo Diplomatico
Domenica 19 aprile (Luanda - Muxima)
Lunedì 20 aprile (Luanda - Saurimo)
-Visita alla Casa di Accoglienza per Anziani
-Incontro con i Vescovi, i Sacerdoti, i Consacrati, le Consacrate e gli Operatori Pastorali
Martedì 21 aprile (Luanda - Malabo)
-Conferenza stampa sul volo da Luanda a Malabo
-Incontro con le Autorità, con la Società Civile e con il Corpo Diplomatico
-Incontro con il Mondo della Cultura
-Visita agli Operatori e Assistiti dell’Ospedale psichiatrico “Jean Pierre Olie”
Mercoledì 22 aprile (Malabo - Mongomo - Bata)
-Incontro con i giovani e le famiglie
Giovedì 23 aprile (Malabo - Roma)
-Conferenza Stampa durante il volo diretto a Roma
Saluto ai giornalisti durante il volo Roma-Algeri
Buongiorno, buongiorno a tutti!
Welcome aboard, I’m happy to greet you all this morning!
Dico una parola subito. Questo viaggio, che è molto speciale per diverse ragioni, doveva essere il primo viaggio del pontificato. Già l’anno scorso nel mese di maggio avevo detto: come primo viaggio vorrei fare un viaggio in Africa. Altri subito hanno suggerito l’Algeria per Sant’Agostino, come sapete, e infatti sono molto contento di visitare di nuovo la terra di Sant’Agostino. Sant’Agostino poi offre un ponte molto importante nel dialogo interreligioso. È molto amato nella sua terra, come vedremo. E allora l’opportunità di visitare i luoghi della vita di Sant’Agostino, dove lui era vescovo nella città di Ippona - Annaba oggi - è veramente una benedizione anche per me personalmente, ma credo anche per la Chiesa e per il mondo, perché dobbiamo cercare sempre ponti per costruire la pace e la riconciliazione. E allora questo viaggio rappresenta davvero un’opportunità preziosissima per continuare con la stessa voce, con lo stesso messaggio, che vogliamo fare, promuovere la pace, la riconciliazione, il rispetto, la considerazione per tutti i popoli. Allora benvenuti tutti, sono contento di salutarvi! Buon viaggio e grazie per il servizio che offrite a tutti. Grazie!
Visita al monumento dei martiri Maqam Echahid
Cari fratelli e sorelle d'Algeria,
la pace sia con tutti voi! As-salamu alaykom!
Rendo grazie a Dio che mi dà la possibilità di visitare il vostro Paese come successore dell’apostolo Pietro, dopo averlo fatto già due volte in passato, come religioso agostiniano. È però soprattutto un fratello che si presenta davanti a voi, lieto di poter rinnovare, in questo incontro, i legami di affetto che avvicinano i nostri cuori.
Guardando a tutti voi, vedo il volto di un popolo forte e giovane, di cui già ho avuto modo di sperimentare ripetutamente l’ospitalità e la fraternità. Nel cuore algerino l’amicizia, la fiducia, la solidarietà non sono semplicemente parole, ma valori che contano e danno calore e solidità al vivere insieme.
L’Algeria è un Paese grande, dalla storia lunga e ricca di tradizioni, fin dai tempi di sant’Agostino e ben prima. Una storia dolorosa, anche, segnata da periodi di violenza, che però, proprio grazie alla nobiltà di spirito che vi caratterizza, e che sento viva anche adesso, qui, avete saputo superare, con coraggio e onestà.
Sostare presso questo Monumento è un omaggio a questa storia, e all’anima di un popolo che ha lottato per l’indipendenza, la dignità e la sovranità di questa Nazione.
In questo luogo ricordiamo che Dio desidera per ogni Nazione la pace: una pace che non è solo assenza di conflitto, ma espressione di giustizia e di dignità. E questa pace, che permette di andare incontro al futuro con animo riconciliato, è possibile solo nel perdono. La vera lotta di liberazione sarà definitivamente vinta solo quando si sarà finalmente conquistata la pace dei cuori. So quanto sia difficile perdonare, tuttavia, mentre i conflitti continuano a moltiplicarsi in tutto il mondo, non si può aggiungere risentimento a risentimento, di generazione in generazione.
Il futuro appartiene agli uomini e alle donne di pace. Alla fine la giustizia trionferà sempre sull’ingiustizia, così come la violenza, al di là di ogni apparenza, non avrà mai l’ultima parola.
In questa terra, crocevia di culture e religioni, il rispetto reciproco rappresenta la via perché i popoli possano camminare insieme. Possa l’Algeria, forte delle sue radici e della speranza dei suoi giovani, continuare a offrire un contributo di stabilità e di dialogo nella comunità delle nazioni e sulle sponde del Mediterraneo.
Ogni popolo custodisce un patrimonio unico di storia, cultura e fede. Anche l’Algeria possiede questa ricchezza, che ha sostenuto il suo cammino nei momenti difficili e continua a orientarne il futuro. In questo patrimonio, la fede in Dio occupa un posto centrale: essa illumina la vita delle persone, sostiene le famiglie e ispira il senso della fraternità. Un popolo che ama Dio possiede la ricchezza più vera, e il popolo algerino custodisce questa gemma nel suo tesoro. Il nostro mondo ha bisogno di credenti così, di uomini e donne di fede, assetati di giustizia e di unità. Per questo, di fronte a una umanità desiderosa di fratellanza e di riconciliazione, è un grande dono e un impegno benedetto il nostro dichiararci con forza ed essere sempre, insieme, fratelli tra noi e figli di Dio!
A chi va in cerca di ricchezze che svaniscono, che illudono e deludono, e spesso purtroppo finiscono per corrompere il cuore umano e generare invidie, rivalità, conflitti, Gesù ancora ripete la domanda che ha posto duemila anni fa: «Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?» (Mt 16,26). È una domanda fondamentale per tutti, a cui i morti che qui si onorano hanno dato la loro risposta: hanno perso la vita, ma in un altro senso, donandola per amore del proprio popolo. La loro storia sostenga il popolo algerino e tutti noi nel nostro cammino: perché la vera libertà non si eredita soltanto, si sceglie ogni giorno.
Permettetemi, perciò, di concludere ripetendo le parole di Gesù ai suoi discepoli, quelle che chiamiamo il Discorso della montagna o Beatitudini:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3-10).
Grazie della vostra accoglienza! Dio vi benedica!
Incontro con le Autorità, con la Società Civile e con il Corpo Diplomatico
Signor Presidente,
distinte Autorità e membri del Corpo Diplomatico,
Signore e Signori!
Esprimo profonda gratitudine per l’invito a visitare l’Algeria, giunto proprio all’inizio del mio Ministero Petrino. E grazie per la vostra accoglienza! Voi sapete che, come figlio spirituale di Sant’Agostino, già due volte – nel 2001 e nel 2013 – sono venuto ad Annaba, e sono grato alla Provvidenza divina, perché secondo il suo misterioso disegno, ha disposto che io vi tornassi come Successore di Pietro. Vengo in mezzo a voi come pellegrino di pace, desideroso di incontrare il nobile popolo algerino. Siamo fratelli e sorelle, perché abbiamo lo stesso Padre nei cieli: il profondo senso religioso del popolo algerino è il segreto di una cultura dell’incontro e della riconciliazione, di cui anche questa mia visita vuole essere segno. In un mondo pieno di scontri e incomprensioni, incontriamoci e cerchiamo di comprenderci, riconoscendo che siamo una sola famiglia! Oggi la semplicità di questa consapevolezza è la chiave per aprire molte porte chiuse.
Cari fratelli e sorelle, vengo a voi come testimone della pace e della speranza che il mondo desidera ardentemente e che il vostro popolo ha sempre cercato: un popolo mai sconfitto dalle sue prove, perché radicato in quel senso di solidarietà, di accoglienza e di comunità di cui è intessuta la vita quotidiana di milioni di persone umili e giuste. Sono loro i forti, sono loro il futuro: chi non si lascia accecare dal potere e dalla ricchezza, chi non sacrifica la dignità dei concittadini alla propria fortuna personale o di gruppo. In particolare, da molte parti ho testimonianza di come il popolo algerino dimostri grande generosità nei confronti sia dei connazionali, sia degli stranieri. Questo atteggiamento riflette un’ospitalità profondamente radicata nelle comunità arabe e berbere, quel dovere sacro che ovunque vorremmo trovare come valore sociale fondamentale. Ugualmente, l’elemosina (sadaka) è una pratica comune e naturale fra voi, anche per chi ha mezzi limitati. In origine la parola sadaka significa giustizia: non tenere per sé, ma condividere ciò che si ha, è infatti una questione di giustizia. Ingiusto è chi accumula ricchezze e resta indifferente agli altri. Questa visione della giustizia è semplice e radicale: riconosce nell’altro l’immagine di Dio. Una religione senza pietà e una vita sociale senza solidarietà sono uno scandalo agli occhi di Dio. Eppure, molte società che si credono avanzate precipitano sempre più nella diseguaglianza e nell’esclusione. Le persone e le organizzazioni che dominano sugli altri – questo l’Africa lo sa bene – distruggono il mondo che l’Altissimo ha creato perché vivessimo insieme.
Le drammatiche vicende storiche trascorse offrono al vostro Paese un particolare sguardo critico sugli equilibri mondiali. Se saprete entrare in dialogo con le istanze di tutti e solidarizzare con le sofferenze di tanti Paesi vicini e lontani, la vostra esperienza potrà contribuire a immaginare e a realizzare una maggiore giustizia fra i popoli. Non moltiplicando incomprensioni e conflitti, ma rispettando la dignità di ognuno e lasciandovi toccare dal dolore altrui, potrete infatti diventare protagonisti di un nuovo corso della storia, oggi più urgente che mai, a fronte di continue violazioni del diritto internazionale e di tentazioni neocoloniali.
Già i miei Predecessori hanno lucidamente percepito la portata epocale di questa sfida. Benedetto XVI osservò che «i processi di globalizzazione, se adeguatamente compresi e orientati, aprono possibilità senza precedenti di ridistribuzione su vasta scala della ricchezza a livello mondiale; se invece sono mal orientati, possono portare ad un aumento della povertà e delle disuguaglianze e potrebbero persino innescare una crisi globale» (Lett. enc. Caritas in veritate, 42). Papa Francesco, poi, forte di una lunga esperienza fra le contraddizioni del Sud globale, ha indicato l’importanza di ciò che può essere compreso solo alla periferia dei grandi centri di potere e di decisione: «Occorre pensare – scriveva – alla partecipazione sociale, politica ed economica in modalità tali che includano i movimenti popolari e animino le strutture di governo locali, nazionali e internazionali con quel torrente di energia morale che nasce dal coinvolgimento degli esclusi nella costruzione del destino comune» (Lett. enc. Fratelli tutti, 169).
Esorto, dunque, voi che avete autorità in questo Paese a non temere tale prospettiva e a promuovere una società civile viva, dinamica, libera, in cui specialmente ai giovani sia riconosciuta la capacità di contribuire ad allargare l’orizzonte della speranza per tutti. La vera forza di un Paese è data dalla cooperazione di tutti alla realizzazione del bene comune. Le autorità sono chiamate non a dominare, ma a servire il popolo e il suo sviluppo. L’azione politica trova quindi il suo criterio nella giustizia, senza la quale non vi è pace autentica, e si esprime nella promozione di condizioni eque e dignitose per tutti. Anche la Chiesa cattolica, con le sue comunità e iniziative, desidera contribuire al bene comune dell’Algeria, rafforzando la sua particolare identità di ponte fra Nord e Sud, fra Oriente e Occidente.
Il Mediterraneo, da una parte, e il Sahara, dall’altra, rappresentano infatti crocevia geografici e spirituali di enorme portata. Se ne approfondiamo la storia, senza semplificazioni e ideologie, vi troveremo nascosti immensi tesori di umanità, perché il mare e il deserto sono da millenni luoghi di reciproco arricchimento fra i popoli e le culture. Guai, se ne facciamo cimiteri dove muore anche la speranza! Liberiamo dal male questi immensi bacini di storia e di futuro! Moltiplichiamo le oasi di pace, denunciamo e rimuoviamo le cause della disperazione, combattiamo chi lucra sulla sventura altrui! Sono illeciti guadagni, infatti, quelli di chi specula sulla vita umana, la cui dignità è inviolabile. Uniamo, allora, le nostre forze, le nostre energie spirituali, ogni intelligenza e risorsa che renda la terra e il mare luoghi di vita, di incontro, di meraviglia. La loro maestosa bellezza ci tocchi il cuore; il loro aspetto sconfinato ci interroghi sulla trascendenza. Il Mediterraneo, il Sahara e il cielo immenso che li sovrasta ci sussurrano che la realtà ci supera da tutte le parti, che Dio è veramente grande e che tutto viviamo alla sua misteriosa presenza.
Questo pensiero ha enormi conseguenze sulla realtà. Sono molti oggi a sottovalutarne la portata. A ben vedere, anche la società algerina conosce la tensione fra senso religioso e vita moderna. Qui, come in tutto il mondo, tendono così a manifestarsi dinamiche opposte, di fondamentalismo o di secolarizzazione, per le quali molti perdono il senso autentico di Dio e della dignità di tutte le sue creature. Allora i simboli e le parole religiose possono diventare, da una parte, linguaggi blasfemi di violenza e sopraffazione, dall’altra, segni senza più significato, nel grande mercato di consumi che non saziano.
Queste assurde polarizzazioni, però, non devono spaventarci. Vanno affrontate con intelligenza. Sono il segno che viviamo un tempo straordinario, di grande rinnovamento, nel quale chi tiene libero il cuore e desta la coscienza può attingere dalle grandi tradizioni spirituali e religiose nuove visioni della realtà e motivazioni incrollabili di impegno. Occorre educare al senso critico e alla libertà, all’ascolto e al dialogo, alla fiducia che ci fa riconoscere nel diverso un compagno di viaggio, non una minaccia. Dobbiamo lavorare alla guarigione della memoria e alla riconciliazione fra antichi avversari. È il dono che chiedo per voi, per l’Algeria e per l’intero suo popolo, sul quale invoco abbondanti le benedizioni dell’Altissimo.
Incontro con la comunità Algerina
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Cari fratelli nell’episcopato,
Cari sacerdoti e diaconi, religiosi e religiose,
amati figli della Chiesa in Algeria!
È con grande gioia e affetto paterno che vi incontro oggi, voi che siete una presenza discreta e preziosa, radicata in questa terra, segnata da una storia antica e da luminose testimonianze di fede.
La vostra comunità ha radici molto profonde. Siete gli eredi di una schiera di testimoni che hanno donato la vita, spinti dall’amore per Dio e per il prossimo. Penso in particolare ai diciannove religiosi e religiose martiri d’Algeria, che hanno scelto di stare al fianco di questo popolo nelle sue gioie e nei suoi dolori. Il loro sangue è un seme vivo che non smette mai di dare frutto.
Siete anche eredi di una tradizione ancora più antica, che risale ai primi secoli del cristianesimo. In questa terra è risuonata la fervida voce di Agostino di Ippona, preceduta dalla testimonianza di sua madre, Santa Monica, e di altri santi. La loro memoria è un richiamo luminoso ad essere, oggi, segni credibili di comunione, dialogo e pace.
A tutti voi, carissimi, e a coloro che, non potendo essere presenti, seguono a distanza questo incontro, esprimo la mia gratitudine per l’impegno quotidiano con cui rendete visibile il volto materno della Chiesa. Ringrazio Sua Eminenza per le parole che mi ha rivolto, e anche Rakel, Ali, Monia e Suor Bernadette per ciò che hanno condiviso. Alla luce di quanto abbiamo ascoltato, vorrei che ci fermassimo a riflettere assieme su tre aspetti della vita cristiana che ritengo molto importanti, in particolare per la vostra presenza qui: la preghiera, la carità e l’unità.
Prima di tutto, la preghiera. Tutti ne abbiamo bisogno. Lo sottolineava San Giovanni Paolo II, parlando ai giovani: «L’uomo – diceva – non può vivere senza pregare, come non può vivere senza respirare» (Incontro con i giovani musulmani a Casablanca, 19 agosto 1985, 4). Presentava così il dialogo con Dio come un elemento indispensabile non solo per la vita della Chiesa, ma per quella di ogni persona. Lo aveva capito anche San Charles de Foucauld, che nell’essere presenza orante aveva riconosciuto la sua chiamata. Scriveva: «Io sono felice, felice di essere ai piedi del SS. Sacramento a tutte le ore» (Lettera a Raymond de Blic, 9 dicembre 1907) e raccomandava: «Pregate molto per gli altri. Consacratevi alla salvezza del prossimo con tutti i mezzi in vostro potere, preghiera, bontà, esempio» (Lettera a Louis Massignon, 1 agosto 1916).
In proposito Ali, parlando della sua esperienza di servizio a Notre Dame d’Afrique, ci ha detto che molti vengono qui per raccogliersi in silenzio, presentare e raccomandare le loro preoccupazioni e le persone che amano e incontrare qualcuno disposto ad ascoltarli e a condividere i pesi che portano nel cuore, e ha notato come tanti ripartono sereni e felici di essere venuti. La preghiera unisce e umanizza, rafforza e purifica il cuore, e la Chiesa in Algeria, grazie alla preghiera, semina umanità, unità, forza e purezza attorno a sé, raggiungendo luoghi e contesti che solo il Signore conosce.
Un secondo aspetto della vita ecclesiale su cui vorrei soffermarmi è quello della carità. Ce ne ha parlato, in particolare, Suor Bernadette, condividendo la sua esperienza di aiuto ai bambini con disabilità e ai loro genitori. In ciò che ha detto, cogliamo il valore della misericordia e del servizio non solo come sostegno ai più fragili, ma soprattutto come luogo di grazia, in cui chiunque si lasci coinvolgere cresce e si arricchisce. Suor Bernadette ci ha raccontato come da un semplice, iniziale gesto di vicinanza – la visita ai malati – sono nati, come germogli, prima un sistema di accoglienza e poi un’organizzazione assistenziale sempre più articolata, una vera comunità in cui tantissime persone partecipano agli eventi gioiosi e a quelli dolorosi, uniti da legami di fiducia, amicizia e familiarità. Un ambiente così è sano e risanante, e non stupisce che, in esso, chi soffre trovi le risorse necessarie per migliorare la propria salute, portando al tempo stesso gioia agli altri, come nel caso di Fatima.
Del resto, è proprio l’amore per i fratelli che ha animato la testimonianza dei martiri che abbiamo ricordato. Di fronte all’odio e alla violenza, sono rimasti fedeli alla carità fino al sacrificio della vita, assieme a tanti altri uomini e donne, cristiani e musulmani. Lo hanno fatto senza pretese e senza clamore, con la serenità e la fermezza di chi non presume né dispera, perché sa a Chi ha dato fiducia (cfr 2Tim 1,12). Per tutti, citiamo le parole semplici di Fratel Luc, l’anziano monaco medico della comunità di Notre-Dame de l'Atlas. Di fronte alla possibilità di partire e di mettersi in salvo da potenziali pericoli, a costo però di abbandonare i suoi pazienti e amici, egli rispondeva: «Io voglio restare con loro» (C. Henning - T. Georgeon, Fratel Luc di Tibhirine. Monaco, medico e martire, Città del Vaticano 2025, Introduzione), e così ha fatto. Papa Francesco, nel ricordare lui e tutti gli altri, in occasione della Beatificazione, diceva all’Angelus: «La loro coraggiosa testimonianza è fonte di speranza per la comunità cattolica algerina e seme di dialogo per l’intera società. Questa Beatificazione sia per tutti uno stimolo a costruire insieme un mondo di fraternità e di solidarietà» (8 dicembre 2018).
E veniamo così al terzo punto della nostra riflessione: l’impegno a promuovere pace e unità. Il motto di questa visita sono le parole di Gesù risorto: «La pace sia con voi!» (cfr Gv 20,21), e in un’immagine tratta dai mosaici di Tipasa si legge: “In Deo, pax et concordia sit convivio nostro”, che potremmo tradurre: “In Dio, possano la pace e l'armonia regnare nel nostro vivere insieme”. Pace e armonia sono state caratteristiche fondamentali della comunità cristiana fin dalle origini (cfr At 2,42-47), per desiderio stesso di Gesù (cfr Gv 17,23) che ha detto: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri"» (Gv 13,35). Sant’Agostino, in proposito, affermava che la Chiesa «partorisce popoli, ma sono membra di uno solo» (Sermo 192, 2) e San Cipriano scrive: «Il sacrificio più grande per Dio è la pace che regna tra noi, la nostra concordia di fratelli e il fatto di essere un popolo riunito nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (La preghiera del Signore, 23). È bello, oggi, sentire tanta ricchezza di parole e di esempi trovare eco in ciò che abbiamo ascoltato.
Ne è segno, come ci ha ricordato Sua Eminenza, questa stessa basilica, simbolo di una Chiesa di pietre vive in cui, sotto il manto di Nostra Signora d’Africa, si costruisce comunione tra cristiani e musulmani. Qui l’amore materno di Lalla Meryem raccoglie tutti come figli, ciascuno ricco della sua diversità, accomunati dalla stessa aspirazione alla dignità, all’amore, alla giustizia e alla pace. Figli desiderosi di camminare insieme, di vivere, pregare, lavorare e sognare, in una fede che non isola ma apre, unisce ma non confonde, avvicina senza uniformare e fa crescere una vera fraternità, come ci ha detto Monia, e come ha testimoniato Rakel, condividendo la sua esperienza nella Tlemcen Fellowship. In un mondo dove divisioni e guerre seminano dolore e morte tra le nazioni, nelle comunità e perfino nelle famiglie, il vostro vivere uniti e in pace è un segno grande. Uniti, diffondete fratellanza, ispirando a chi vi circonda desideri e sentimenti di comunione e di riconciliazione, con un messaggio tanto più forte e limpido in quanto testimoniato nella semplicità e nell’umiltà.
Una parte considerevole del territorio di questo Paese è occupata dal deserto, e nel deserto non si sopravvive da soli. Le asperità della natura ridimensionano ogni presunzione di autosufficienza e ricordano a tutti che abbiamo bisogno gli uni degli altri, e che abbiamo bisogno di Dio. È la fragilità riconosciuta che apre il cuore al sostegno vicendevole e all’invocazione di Colui che può donare ciò che nessun potere umana è in grado di garantire: la riconciliazione profonda dei cuori e con essa la pace vera.
Perciò, fratelli e sorelle carissimi, vi incoraggio a continuare il vostro lavoro in Terra algerina, come comunità di fede coesa e aperta, presenza della Chiesa «sacramento universale di salvezza» (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48). Grazie per tutto ciò che fate, per la vostra preghiera, per la vostra carità, per la vostra testimonianza di unità. Vi assicuro il mio ricordo al Signore e, affidandovi a Maria Notre Dame d’Afrique, vi benedico di cuore.
Visita alla Grande Moschea di Algeri
Il Santo Padre risponde in italiano alle parole di benvenuto del Rettore della Grande Moschea, Mohamed Mamoun Al Qasimi.
Ringrazio per questa riflessione e per queste parole, tanto importanti in questa visita, da un luogo che rappresenta lo spazio che è di Dio, uno spazio divino, sacro, dove tante persone vengono per pregare, per trovare la presenza dell’Altissimo, di Dio, nella loro vita.
Come Lei sa, vengo con molta gioia in Algeria perché è la terra anche del mio Padre spirituale Sant’Agostino, che ha voluto insegnare tanto al mondo, soprattutto con la ricerca della verità, la ricerca di Dio, riconoscendo la dignità di ogni essere umano e l’importanza di costruire la pace.
Cercare Dio è riconoscere anche l’immagine di Dio in ogni creatura, nei figli di Dio, in ogni uomo e donna creati ad immagine e somiglianza di Dio. Questo per noi significa che è molto importante imparare a vivere insieme con rispetto per la dignità di ogni persona umana.
C’è un altro valore che voi avete voluto includere in questo bellissimo centro: precisamente con la Moschea, luogo di preghiera, vi è anche un centro di studio. Quanto è importante che l’essere umano sviluppi la capacità intellettuale che Dio ha dato all’uomo, perché possiamo scoprire quando è grande la creazione, quanto è grande ciò che Dio ci ha lasciato in tutta la creazione e specialmente nell’essere umano!
Con lo spirito, con questo luogo di preghiera, con la ricerca della verità, anche attraverso lo studio, e con la capacità di riconoscere la dignità di ogni essere umano, noi sappiamo – e oggi questo incontro ne è la prova – che possiamo imparare a rispettarci mutuamente, vivere in armonia e costruire un mondo di pace.
Questo pomeriggio prego per voi, per il popolo di Algeria, per tutti i popoli della terra, affinché la pace e la giustizia del Regno di Dio si faccia presente anche in mezzo a noi, e perché siamo tutti sempre più convinti della necessità di essere promotori di pace, di riconciliazione, di perdono e di ciò che è davvero la mente di Dio per tutta la sua creazione.
Visita alla casa di accoglienza per anziani delle piccole sorelle dei poveri
Eccellenze,
Care Sorelle,
cari fratelli e sorelle, buongiorno! As-salamu alaykom!
Vi ringrazio di accogliermi in questa casa! Sono contento perché qui abita Dio, perché dove c’è amore e servizio, lì c’è Dio.
Ringrazio le Piccole Sorelle dei Poveri insieme al Personale della Casa. Grazie, Madre Filomena, per il benvenuto che mi ha rivolto.
Grazie, caro Monsignor Desfarges, per le Sue parole, le sue toccanti parole! AscoltandoLa e vedendo la Sua presenza qui in mezzo ai fratelli e alle sorelle anziani, viene spontaneo lodare Dio e ringraziarlo. Come fece Gesù quel giorno, in cui gioì nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza» (Lc 10,21).
Ringrazio il Signor Salah Bouchemel per la sua testimonianza, così bella e consolante. Penso che il Signore, dal Cielo, vedendo una casa come questa, dove si cerca di vivere insieme nella fraternità, possa pensare: allora c’è speranza! Sì perché il cuore di Dio è straziato dalle guerre, dalle violenze, dalle ingiustizie e dalle menzogne. Ma il cuore del nostro Padre non è con i malvagi, con i prepotenti, con i superbi: il cuore di Dio è con i piccoli, con gli umili, e con loro porta avanti il suo Regno d’amore e di pace, giorno per giorno. Come cercate di fare qui nel vostro servizio quotidiano, nella vostra amicizia, nel vivere insieme.
Grazie, care sorelle e cari fratelli, di questo incontro! Vi porto nella mia preghiera e di cuore vi lascio la mia benedizione.
Visita alla Casa di Accoglienza per anziani delle Piccole Sorelle dei Poveri
Eccellenze,
Care Sorelle,
cari fratelli e sorelle, buongiorno! As-salamu alaykom!
Vi ringrazio di accogliermi in questa casa! Sono contento perché qui abita Dio, perché dove c’è amore e servizio, lì c’è Dio.
Ringrazio le Piccole Sorelle dei Poveri insieme al Personale della Casa. Grazie, Madre Filomena, per il benvenuto che mi ha rivolto.
Grazie, caro Monsignor Desfarges, per le Sue parole, le sue toccanti parole! AscoltandoLa e vedendo la Sua presenza qui in mezzo ai fratelli e alle sorelle anziani, viene spontaneo lodare Dio e ringraziarlo. Come fece Gesù quel giorno, in cui gioì nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza» (Lc 10,21).
Ringrazio il Signor Salah Bouchemel per la sua testimonianza, così bella e consolante. Penso che il Signore, dal Cielo, vedendo una casa come questa, dove si cerca di vivere insieme nella fraternità, possa pensare: allora c’è speranza! Sì perché il cuore di Dio è straziato dalle guerre, dalle violenze, dalle ingiustizie e dalle menzogne. Ma il cuore del nostro Padre non è con i malvagi, con i prepotenti, con i superbi: il cuore di Dio è con i piccoli, con gli umili, e con loro porta avanti il suo Regno d’amore e di pace, giorno per giorno. Come cercate di fare qui nel vostro servizio quotidiano, nella vostra amicizia, nel vivere insieme.
Grazie, care sorelle e cari fratelli, di questo incontro! Vi porto nella mia preghiera e di cuore vi lascio la mia benedizione.
Santa Messa nella Basilica di Sant’Agostino
Cari fratelli e sorelle,
la parola divina attraversa la storia e la rinnova con la voce umana del Salvatore. Oggi ascoltiamo il Vangelo, buona notizia per tutti i tempi, in questa basilica di Annaba dedicata a sant’Agostino, Vescovo dell’antica Ippona. Lungo i secoli, i luoghi che ci ospitano hanno cambiato nome, ma i santi sono rimasti come nostri patroni e testimoni fedeli di un legame con la terra, che viene dal cielo. È proprio questa la dinamica che il Signore illumina nella notte di Nicodemo: è questa la forza che Cristo infonde alla debolezza della sua fede e alla tenacia della sua ricerca.
Inviato dallo Spirito di Dio, «che non sai di dove viene e dove va» (Gv 3,8), Gesù è per Nicodemo un ospite speciale. Lo chiama infatti a vita nuova, consegnando al proprio interlocutore e anche a noi un compito sorprendente: «dovete rinascere dall’alto» (v. 7). Ecco l’invito per ogni uomo e ogni donna che cerca la salvezza! Dall’appello di Gesù scaturisce la missione per la Chiesa tutta, e quindi per la comunità cristiana d’Algeria: nascere nuovamente dall’alto, cioè da Dio. In questa prospettiva, la fede vince le fatiche terrene e la grazia del Signore fa fiorire il deserto. Eppure la bellezza di quest’esortazione porta con sé una prova, che il Vangelo ci chiama ad attraversare insieme.
Le parole di Cristo, infatti, hanno tutta la forza di un dovere: dovete rinascere dall’alto! Tale imperativo suona ai nostri orecchi come un comando impossibile. Ascoltando con attenzione Colui che lo dà, capiamo però che non si tratta di una dura imposizione, né di una forzatura o, tanto meno, di una condanna al fallimento. Al contrario, il dovere espresso da Gesù è per noi un dono di libertà, perché ci rivela una possibilità insperata: possiamo rinascere dall’alto, grazie a Dio. Dobbiamo farlo, dunque, secondo la sua volontà d’amore, che desidera rinnovare l’umanità chiamandola a una comunione di vita, che inizia con la fede. Mentre Cristo ci chiede di rinnovare da capo tutta la nostra esistenza, pure ci dà la forza per farlo. Lo attesta bene sant’Agostino, che prega così: «Da’, o Signore, quel che comandi e comanda quello che vuoi» (Confessiones, X, 29, 40).
Allora, quando ci chiediamo come sia possibile un futuro di giustizia e di pace, di concordia e di salvezza, ricordiamoci che stiamo facendo a Dio la stessa domanda di Nicodemo: ma davvero la nostra storia può cambiare? Siamo così carichi di problemi, insidie e tribolazioni! Davvero la nostra vita può ricominciare da capo? Sì! L’affermazione del Signore, così piena d’amore, riempie i nostri cuori di speranza. Non importa quanto siamo oppressi dal dolore o dal peccato: il Crocifisso porta tutti questi pesi con noi e per noi. Non importa quanto siamo sfiduciati dalle nostre debolezze: proprio allora si manifesta la forza di Dio, che ha risuscitato Cristo dai morti per dare la vita al mondo. Ciascuno di noi può sperimentare la libertà della vita nuova che viene dalla fede nel Redentore. Di nuovo, sant’Agostino ce ne offre l’esempio: prima ancora che per la sua sapienza, guardiamo a lui per la sua conversione. In questa rinascita, provvidenzialmente accompagnata dalle lacrime della madre, santa Monica, egli divenne sé stesso esclamando: «Io non sarei, Dio mio, non sarei affatto, se Tu non fossi in me. O meglio, non sarei, se non fossi in te» (Confessiones, I, 2).
Sì, dunque: i cristiani nascono dall’alto, rigenerati da Dio come fratelli e sorelle di Gesù, e la Chiesa che li nutre con i Sacramenti è grembo accogliente per tutti i popoli della terra. Come abbiamo ascoltato poco fa, gli Atti degli Apostoli ne danno testimonianza raccontando lo stile che contraddistingue l’umanità rinnovata dallo Spirito Santo (cfr At 4,32-37). Anche oggi occorre accogliere e realizzare questo canone apostolico, meditandolo come autentico criterio di riforma ecclesiale: una riforma che inizia dal cuore, per essere vera, e riguarda tutti, per diventare efficace.
In primo luogo, infatti, «la moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola» (v. 32). Questa unità spirituale è una concordia: parola che significa bene la comunione di cuori che palpitano insieme, perché uniti a quello di Cristo. La Chiesa nascente non si basa dunque su un contratto sociale, ma su un’armonia nella fede, negli affetti, nelle idee, nelle scelte di vita che ha al centro l’amore di Dio, fatto uomo per salvare tutti i popoli della terra.
In secondo luogo, ammiriamo l’effetto materiale di quest’unità spirituale dei credenti: «Ogni cosa era fra loro comune» (v. 32). Tutti hanno tutto, partecipando ai beni di ciascuno come membra di un unico corpo. Nessuno viene privato di qualcosa, perché ognuno condivide quel che è proprio. Trasformando il possesso in dono, questa dedizione fraterna non rappresenta un’utopia se non per cuori rivali tra loro e animi avidi per sé. Al contrario, la fede nell’unico Dio, Signore del cielo e della terra, unisce gli uomini secondo una giustizia perfetta, che invita tutti alla carità, cioè ad amare ogni creatura con l’amore che Dio ci dona in Cristo. Perciò, soprattutto davanti all’indigenza e all’oppressione, i cristiani hanno come codice fondamentale la carità: facciamo a chi ci sta accanto quel che vorremmo venisse fatto a noi (cfr Mt 7,12). Animata da questa legge, che Dio scrive nei cuori, la Chiesa è sempre nascente, perché dove c’è disperazione accende speranza, dove c’è miseria porta dignità, dove c’è conflitto porta riconciliazione.
In terzo luogo, nel testo degli Atti troviamo il fondamento di questa vita nuova, che coinvolge popoli di ogni lingua e cultura: «Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande favore» (At 4,33). La carità che li anima, prima che impegno morale, è segno di salvezza: gli Apostoli proclamano che la nostra vita può cambiare perché Cristo è risorto dai morti. Il primo compito dei pastori, ministri del Vangelo, è dunque dare testimonianza di Dio al mondo con un cuor solo e un’anima sola, senza che le preoccupazioni ci corrompano con la paura né le mode ci indeboliscano con il compromesso. Insieme a voi, fratelli nell’episcopato, e a voi, presbiteri, rinnoviamo costantemente questa missione per il bene di quanti ci sono affidati, affinché la Chiesa intera sia, nel suo servizio, messaggio di vita nuova per coloro che incontriamo.
In questa terra, carissimi cristiani di Algeria, rimanete come segno umile e fedele dell’amore di Cristo. Testimoniate il Vangelo con gesti semplici, relazioni vere e un dialogo vissuto giorno per giorno: così date sapore e luce là dove vivete. La vostra presenza nel Paese fa pensare all’incenso: un granello incandescente, che spande profumo perché dà gloria al Signore e letizia e conforto a tanti fratelli e sorelle. Quest’incenso è un piccolo, prezioso elemento, che non sta al centro dell’attenzione, ma invita a rivolgere i nostri cuori a Dio, incoraggiandoci l’un l’altro a perseverare nelle difficoltà del tempo presente. Dal turibolo del nostro cuore si levano infatti la lode, la benedizione, la supplica, diffondendo il soave odore (cfr Ef 5,2) della misericordia, dell’elemosina e del perdono. La vostra storia è fatta di accoglienza generosa e di tenacia nella prova: qui hanno pregato i martiri, qui sant’Agostino ha amato il suo gregge cercando la verità con passione e servendo Cristo con fede ardente. Siate eredi di questa tradizione, testimoniando nella carità fraterna la libertà di chi nasce dall’alto come speranza di salvezza per il mondo.
Parole del Santo Padre ai giornalisti durante il volo diretto a Yaoundé
Buongiorno a tutti! Spero che siate tutti riposati e pronti per questa prossima tappa del nostro viaggio.
Sono lieto di salutarvi tutti questa mattina, dopo quelli che, a mio avviso, sono stati un viaggio e una visita in Algeria davvero benedetti. E vorrei iniziare esprimendo un ringraziamento a tutte le autorità algerine, che hanno reso possibile questa visita. Come avete visto, ci hanno persino concesso l’onore di una scorta mentre sorvoliamo lo spazio aereo algerino. È un segno della bontà, della generosità, del rispetto che il popolo algerino e il governo algerino hanno voluto mostrare alla Santa Sede, a me stesso. Desidero quindi rivolgere loro un ringraziamento. Così come un ringraziamento va alla presenza, molto piccola ma molto significativa, della Chiesa Cattolica in Algeria.
Abbiamo avuto, come sapete, alcune visite molto speciali sia nella Basilica di Notre Dame d’Afrique, sia ieri ad Annaba, nella Basilica di Sant’Agostino, sulla collina che domina sia la città moderna di Annaba, sia le rovine della città romana di Ippona. E questo di per sé, direi, è anche simbolicamente significativo, perché Sant'Agostino, che fu vescovo, come sapete, di Ippona per più di trent'anni, è in realtà una figura che oggi, da un lontano passato, ci parla di tradizione, ci parla della vita della Chiesa, di come la Chiesa è cresciuta nei primi secoli. Ancora oggi è una figura di grande rilievo, poiché i suoi scritti, il suo insegnamento, la sua spiritualità, il suo invito a cercare Dio e a cercare la verità sono elementi di cui c'è grande bisogno nel nostro tempo; un messaggio che è molto attuale per tutti noi oggi, come credenti in Gesù Cristo, ma anche per ogni persona.
E come avete visto, anche il popolo algerino, la cui grande maggioranza non è cristiana, onora e rispetta profondamente la memoria di sant’Agostino, come di uno dei grandi figli della propria terra. È stata quindi una benedizione speciale per me personalmente tornare ancora una volta ad Annaba ieri, ma anche offrire alla Chiesa e al mondo una visione che sant’Agostino ci offre in termini di ricerca di Dio e di lotta per costruire comunità, per cercare l’unità tra tutti i popoli e il rispetto per tutti i popoli nonostante le differenze.
Quindi, in questi due giorni in Algeria, penso che abbiamo davvero avuto una meravigliosa opportunità di continuare a costruire ponti, a promuovere il dialogo. Penso che la visita alla Moschea [di Algeri] sia stata significativa e che abbia dimostrato che, sebbene abbiamo credenze diverse, modi diversi di pregare e modi diversi di vivere, possiamo convivere in pace. E dunque penso che promuovere questo tipo di visione sia qualcosa di cui il mondo ha bisogno oggi, e che insieme possiamo continuare a offrirla nella nostra testimonianza mentre proseguiamo questo viaggio apostolico.
Vi auguro un ottimo viaggio. È stato bello vedervi tutti. Grazie ancora per il vostro servizio, grazie!
Incontro con le Autorità, con la Società Civile e con il Corpo Diplomatico
Signor Presidente,
distinte Autorità e membri del Corpo Diplomatico,
Signore e Signori!
Ringrazio di cuore per la calorosa accoglienza riservatami e per le parole di benvenuto che mi sono state rivolte. È con profonda gioia che mi trovo in Camerun, spesso definito «Africa in miniatura» per la ricchezza dei suoi territori, delle sue culture, delle sue lingue e delle sue tradizioni. Questa varietà non è una fragilità: è un tesoro. Costituisce una promessa di fraternità e un solido fondamento per costruire una pace duratura.
Vengo tra voi come pastore e come servitore del dialogo, della fraternità e della pace. La mia visita esprime l’affetto del successore di Pietro per tutti i camerunesi, nonché il desiderio di incoraggiare ciascuno a proseguire, con entusiasmo e perseveranza, nella costruzione del bene comune. Viviamo un tempo, infatti, in cui la rassegnazione dilaga e il senso di impotenza tende a paralizzare il rinnovamento che i popoli avvertono profondamente. Quanta fame e sete di giustizia! Quanta sete di partecipazione, di visioni, di scelte coraggiose e di pace! È mio grande desiderio raggiungere il cuore di tutti, in particolare dei giovani, chiamati a dare forma, anche politica, a un mondo più equo. Intendo inoltre manifestare la volontà di rafforzare i legami di cooperazione tra la Santa Sede e la Repubblica del Camerun, fondati sul rispetto reciproco, sulla dignità di ogni persona umana e sulla libertà religiosa.
Il Camerun conserva nella memoria le visite dei miei Predecessori: quella di San Giovanni Paolo II, messaggero di speranza per tutti i popoli dell’Africa, e quella di Benedetto XVI, che ha sottolineato l’importanza della riconciliazione, della giustizia e della pace, nonché la responsabilità morale dei governanti. So che questi momenti hanno segnato la vostra storia nazionale, come esortazioni impegnative allo spirito di servizio, all’unità e alla giustizia. Possiamo quindi interrogarci: a che punto siamo? In che modo la Parola che ci è stata annunciata ha portato frutto? E che cosa resta da fare?
Sant’Agostino, milleseicento anni fa, scriveva parole di grande attualità: «Coloro che comandano sono a servizio di coloro ai quali apparentemente comandano. Non comandano infatti nella brama del signoreggiare ma nel dovere di provvedere, non nell’orgoglio dell’imporsi, ma nella compassione del premunire» (De civitate Dei, XIX, 14). In questa prospettiva, servire il proprio Paese significa dedicarsi con mente lucida e coscienza integra al bene comune di tutto il popolo: della maggioranza, delle minoranze e della loro reciproca armonia.
Oggi, come molte altre Nazioni, il vostro Paese sta attraversando prove complesse. Le tensioni e le violenze che hanno colpito alcune regioni del Nord-Ovest, del Sud-Ovest e dell’Estremo Nord hanno provocato profonde sofferenze: vite perdute, famiglie sfollate, bambini privati della scuola, giovani che non vedono un futuro. Dietro le statistiche ci sono volti, storie, speranze ferite. Di fronte a situazioni così drammatiche, all’inizio dell’anno in corso ho invitato l’umanità a rifiutare la logica della violenza e della guerra, per abbracciare una pace fondata sull’amore e sulla giustizia. Una pace che sia disarmata, cioè non fondata sulla paura, sulla minaccia o sugli armamenti; e disarmante, perché capace di risolvere i conflitti, di aprire i cuori e di generare fiducia, empatia e speranza. La pace non può essere ridotta a slogan: va incarnata in uno stile, personale e istituzionale, che ripudi ogni forma di violenza. Per questo ribadisco con forza: «Il mondo ha sete di pace […]. Basta guerre, con i loro dolorosi cumuli di morti, distruzioni, esuli!» (Discorso in presenza dei capi religiosi in occasione dell’Incontro Mondiale per la Pace, 28 ottobre 2025). Questo grido vuol essere un appello alla volontà di contribuire a una pace autentica, anteponendola a qualunque interesse di parte.
La pace, infatti, non si decreta: si accoglie e si vive. È un dono di Dio, che si sviluppa in un’opera paziente e collettiva. È responsabilità di tutti, in primo luogo delle autorità civili. Governare significa amare il proprio Paese e anche i Paesi vicini; vale anche nelle relazioni internazionali il comandamento: ama il tuo prossimo come te stesso! Governare significa ascoltare realmente i cittadini, stimare la loro intelligenza e la loro capacità di contribuire a costruire soluzioni durature ai problemi. Papa Francesco ha indicato la necessità di superare «quell’idea delle politiche sociali concepite come una politica verso i poveri, ma mai con i poveri, mai dei poveri e tanto meno inserita in un progetto che riunisca i popoli» (Discorso ai partecipanti al 3° Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari, 5 novembre 2016).
In questo cambio di approccio, la società civile è da considerare una forza vitale per la coesione nazionale. È un passaggio a cui anche il Camerun è pronto! Associazioni, organizzazioni di donne e di giovani, sindacati, ONG umanitarie, leader tradizionali e religiosi: tutti svolgono un ruolo insostituibile nella tessitura della pace sociale. Sono loro i primi a intervenire quando sorgono tensioni; sono loro che accompagnano gli sfollati, sostengono le vittime, aprono spazi di dialogo e incoraggiano la mediazione locale. La loro vicinanza al territorio permette di comprendere le cause profonde dei conflitti e di intravvedere risposte adeguate. La società civile contribuisce inoltre a formare le coscienze, a promuovere la cultura del dialogo e il rispetto delle differenze. In questo modo, è al suo interno che si prepara un futuro meno esposto all’incertezza. Vorrei sottolineare con gratitudine il ruolo delle donne. Spesso, purtroppo, sono le prime vittime di pregiudizi e violenze, eppure restano instancabili artefici di pace. Il loro impegno nell’istruzione, nella mediazione e nella ricostruzione del tessuto sociale è ineguagliabile e rappresenta un freno alla corruzione e agli abusi di potere. Anche per questo la loro voce deve essere pienamente riconosciuta nei processi decisionali.
Davanti a tanta generosa dedizione all’interno della società, la trasparenza nella gestione delle risorse pubbliche e il rispetto dello Stato di diritto sono essenziali per ripristinare la fiducia. È tempo di osare un esame di coscienza e un coraggioso salto di qualità. Istituzioni giuste e credibili diventano pilastri di stabilità. L’autorità pubblica è chiamata ad essere ponte, mai fattore di divisione, anche dove sembra regnare l’insicurezza. La sicurezza è una priorità, ma va sempre esercitata nel rispetto dei diritti umani, unendo rigore e magnanimità, con particolare attenzione ai più vulnerabili. Una pace autentica nasce quando ciascuno si sente protetto, ascoltato e rispettato, quando la legge è un argine sicuro all’arbitrio del più ricco e del più forte.
A ben vedere, fratelli e sorelle, le alte cariche che ricoprite esigono una duplice testimonianza. La prima testimonianza si realizza nella collaborazione tra i diversi organi e livelli amministrativi dello Stato a servizio del popolo e specialmente dei più poveri; la seconda testimonianza si realizza collegando le vostre responsabilità istituzionali e professionali a un’integra condotta di vita (cfr Discorso ai Prefetti della Repubblica Italiana, 16 febbraio 2026). Perché si affermino la pace e la giustizia, infatti, occorre rompere le catene della corruzione, che sfigurano l’autorità, svuotandola di autorevolezza. Occorre liberare il cuore da quella sete di guadagno che è idolatria: il vero guadagno è lo sviluppo umano integrale, ossia la crescita equilibrata di tutti gli aspetti che rendono la vita in questa terra una benedizione.
Il Camerun possiede le risorse umane, culturali e spirituali necessarie per superare le prove e i conflitti e avanzare verso un futuro di stabilità e prosperità condivisa. Bisogna che l’impegno comune a favore del dialogo, della giustizia e dello sviluppo integrale trasformi le ferite del passato in sorgenti di rinnovamento. Come dicevo, i giovani rappresentano la speranza del Paese e della Chiesa. La loro energia e la loro creatività sono ricchezze inestimabili. Naturalmente, quando disoccupazione ed esclusione persistono, la frustrazione può generare violenza. Investire nell’istruzione, nella formazione e nell’imprenditorialità dei giovani è allora una scelta strategica per la pace. È l’unico modo per contenere l’emorragia di meravigliosi talenti verso altre regioni del Pianeta. È anche il solo modo di contrastare le piaghe della droga, della prostituzione e dell’apatia, che devastano troppe giovani vite, in modo sempre più drammatico.
Grazie a Dio, ai giovani camerunesi non manca una profonda spiritualità, che resiste ancora all’omologazione del mercato. Si tratta di un’energia che rende preziosi i loro sogni, radicati nelle profezie che alimentano la loro preghiera e i loro cuori. Le tradizioni religiose, quando non vengono stravolte dal veleno dei fondamentalismi, ispirano profeti di pace, giustizia, perdono e solidarietà. Favorendo il dialogo interreligioso e coinvolgendo i leader religiosi nelle iniziative di mediazione e riconciliazione, la politica e la diplomazia possono avvalersi di forze morali in grado di placare le tensioni, di prevenire le radicalizzazioni e di promuovere una cultura di stima e rispetto reciproco. La Chiesa cattolica in Camerun, attraverso le sue opere educative, sanitarie e caritative, desidera continuare a servire tutti i cittadini senza distinzioni. Desidera collaborare lealmente con le autorità civili e con tutte le forze vive della nazione per promuovere la dignità umana e la riconciliazione. Dove possibile, intende facilitare la cooperazione con altri Paesi e i legami fra i camerunesi nel mondo e le loro comunità di provenienza.
Che Dio benedica il Camerun, sostenga i suoi dirigenti, ispiri la società civile, illumini il lavoro del Corpo diplomatico e conceda a tutto il popolo camerunese – cristiani e non cristiani, responsabili politici e cittadini – di accogliere il Regno di Dio, costruendo insieme un futuro di giustizia e di pace.
Visita all’Orfanotrofio Ngul Zamba
Cari bambini, cari amici,
sono molto felice di entrare in questo Orfanotrofio che è diventato per voi la vostra casa. In questo luogo, è innanzitutto il vostro Padre del Cielo che vi accoglie con amore come suoi figli. Egli vuole manifestarvi la sua tenerezza e stringervi al suo cuore, e anch’io desidero farlo, nel suo Nome. Voi formate una vera famiglia e qui incontrate fratelli e sorelle che condividono con voi una storia dolorosa. E in questa famiglia il vostro Fratello maggiore è Gesù! Questa fraternità riunita attorno a Lui vi rende forti, vi aiuta a portare insieme i pesi della vita e vi fa sperimentare la vera gioia.
In un mondo spesso segnato dall’indifferenza e dall’egoismo, questa casa ci ricorda che siamo tutti custodi dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, e che, nella grande famiglia di Dio, nessuno è mai uno straniero o un dimenticato, per quanto piccolo possa essere.
Cari bambini, so che molti di voi hanno attraversato prove difficili. Alcuni hanno conosciuto il dolore dell’assenza attraverso la perdita dei genitori o dei propri cari. Altri hanno sperimentato la paura, il rifiuto, l’abbandono, la mancanza, l’incertezza. Siete chiamati a un futuro più grande delle vostre ferite. Siete portatori di una promessa. Perché là dove può esserci miseria, sofferenza o ingiustizia, Dio è presente e conosce i vostri volti, vi è vicinissimo. Il Vangelo ci ricorda che Gesù aveva una speciale benevolenza per i bambini come voi, li metteva al centro. Sappiate che Lui guarda ognuno di voi, oggi, con lo stesso affetto.
Vorrei anche salutare con gratitudine tutti coloro che accompagnano questi bambini: i responsabili, gli educatori, il personale, i volontari e, naturalmente, le suore. Il vostro fedele impegno è una bella testimonianza di amore. Prendendovi cura di questi piccoli bambini, pregustate la gioia promessa dal Signore a chi serve i piccoli (cfr Mt 25,40). La vostra premura ha il volto della misericordia divina. Attraverso di essa e la vostra dedizione, offrite ben più di un sostegno materiale: offrite a questi bambini una presenza, un ascolto, una famiglia, un futuro. Tramite voi si manifesta la tenerezza di Dio, una tenerezza fedele, che non viene meno nelle prove e non delude mai. Vi ringrazio per tutto ciò che fate e vi invito a perseverare con coraggio in questa bella opera intrapresa.
Mentre con tutto il cuore vi do la mia benedizione, affido ciascuno di voi alla protezione della Vergine Maria, nostra Madre. Ella vegli sempre su di voi, vi consoli nei momenti di tristezza e vi aiuti a crescere come veri amici del suo Figlio Gesù.
Incontro per la Pace con la Comunità di Bamenda
Sorelle e fratelli carissimi,
è una gioia per me essere in mezzo a voi in questa regione così martoriata. E come le vostre testimonianze hanno appena dimostrato, tutto il dolore che ha travolto la vostra comunità rende oggi più dirompente la consapevolezza: Dio non ci ha mai abbandonato! In Dio, nella sua pace, possiamo sempre ricominciare!
Sua Eccellenza l’Arcivescovo ricordava la profezia che esclama: «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace!» (Is 52,7). Salutava così la mia venuta in mezzo a voi, ma ora vorrei rispondere: come sono belli anche i vostri piedi, impolverati da questa terra insanguinata, ma feconda, da questa terra oltraggiata, ma ricca di vegetazione e generosa di frutti. Sono i piedi che vi hanno portato fin qui e che, pur incontrando prove e ostacoli, vi hanno mantenuto sulle strade del bene. Che tutti possiamo proseguire sulle strade del bene che portano alla pace! Vi ringrazio, perché – è vero! – sono qui per annunciare la pace, ma subito trovo che voi la annunciate a me e al mondo intero. Infatti, come poco fa ha ricordato uno di voi, la crisi che ha sconvolto queste regioni del Camerun ha avvicinato più che mai le comunità cristiane e musulmane, tanto che i vostri leader religiosi si sono uniti e hanno fondato un Movimento per la Pace, attraverso il quale cercano di mediare tra le parti avverse.
In quanti luoghi del mondo vorrei che avvenisse così! La vostra testimonianza, il vostro impegno per la pace può essere un modello per il mondo intero! Gesù ci dice: “Beati gli operatori di pace!”. Guai, invece, a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici o politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso. Sì, miei cari fratelli e sorelle, voi affamati e assetati di giustizia, voi poveri, misericordiosi, miti e puri di cuore, voi che avete pianto siete la luce del mondo (cfr Mt 5,3-14)! Bamenda, tu oggi sei la città sul monte, splendida agli occhi di tutti! Sorelle e fratelli, siate a lungo il sale che dà sapore a questa terra. non perdete il vostro sapore, anche negli anni a venire! Fate tesoro di quanto vi ha avvicinati e avete condiviso nell’ora del pianto. Facciamo tutti tesoro di questo giorno in cui siamo venuti insieme ad impegnarci per la pace! Siate olio che si riversa sulle ferite umane.
A questo proposito, il mio grazie va a tutti coloro – in particolare alle donne, laiche e religiose – che si prendono cura delle persone traumatizzate dalla violenza. È un lavoro immenso, invisibile, quotidiano e, come ha ricordato Sr. Carine, esposto al pericolo. I signori della guerra fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire. Fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare. Chi rapina la vostra terra delle sue risorse, in genere investe in armi buona parte dei profitti, in una spirale di destabilizzazione e di morte senza fine. È un mondo a rovescio, uno stravolgimento della creazione di Dio che ogni coscienza onesta deve denunciare e ripudiare, scegliendo quell’inversione a U – la conversione – che conduce nella direzione opposta, sulla strada sostenibile e ricca della fraternità umana. Il mondo è distrutto da pochi dominatori ed è tenuto in piedi da una miriade di fratelli e sorelle solidali! Sono la discendenza di Abramo, incalcolabile come le stelle del cielo e i granelli di sabbia sulla spiaggia del mare. Guardiamoci negli occhi: siamo già questo popolo immenso! La pace non è da inventare: è da accogliere, accogliendo il prossimo come nostro fratello e come nostra sorella. Nessuno sceglie i suoi fratelli e le sue sorelle: ci dobbiamo soltanto accogliere! Siamo una sola famiglia e abitiamo la stessa casa, questo meraviglioso pianeta di cui le antiche culture per millenni si sono prese cura.
Papa Francesco ha scritto nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium qualcosa che mi tornava alla mente ascoltando le vostre parole: «La missione al cuore del popolo non è una parte della mia vita, o un ornamento che mi posso togliere, non è un’appendice, o un momento tra i tanti dell’esistenza. È qualcosa che non posso sradicare dal mio essere se non voglio distruggermi. Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo» (n. 273).
Cari fratelli e sorelle di Bamenda, è con questi sentimenti che sono oggi fra voi! Serviamo insieme la pace! «Bisogna riconoscere sé stessi come marcati a fuoco da tale missione di illuminare, benedire, vivificare, sollevare, guarire, liberare. Lì si rivelano l’infermiera nell’animo, il maestro nell’animo, il politico nell’animo, quelli che hanno deciso nel profondo di essere con gli altri e per gli altri» (ibid.). Così il mio amato Predecessore ci ha esortati a camminare insieme, ognuno nella propria vocazione, allargando i confini delle nostre comunità, con la concretezza di chi comincia dal proprio lavoro locale per arrivare all’amore del prossimo, chiunque e ovunque sia. È la rivoluzione silenziosa di cui voi siete testimoni! Come ha detto l’Imam, ringraziamo Dio che questa crisi non sia degenerata in una guerra religiosa, e che tutti stiamo ancora cercando di amarci gli uni gli altri! Andiamo avanti senza stancarci, con coraggio, e soprattutto insieme, sempre insieme!
Camminiamo insieme, nell’amore, cercando sempre la pace!
[Uscito sul sagrato]
Miei cari fratelli e sorelle, oggi il Signore ci ha scelti tutti come operatori di pace in questa terra! Rivolgiamo tutti una preghiera al Signore, affinché la pace regni veramente tra noi, affinché, mentre liberiamo queste colombe bianche — simbolo di pace —, la pace di Dio scenda su tutti noi, su questa terra, e ci mantenga tutti uniti nella sua pace. Sia lodato il Signore!
Cari fratelli e sorelle in Cristo,
come pellegrino di pace e di unità, vengo in mezzo a voi e vi esprimo la gioia di trovarmi qui a visitare la vostra regione e soprattutto a condividere il vostro cammino, le vostre fatiche, le vostre speranze.
Le manifestazioni festose che accompagnano le vostre liturgie e la gioia che sgorga dalla preghiera che elevate a Dio sono il segno del vostro abbandono fiducioso in Lui, della vostra incrollabile speranza, del vostro aggrapparvi, con tutte le forze, all’amore del Padre che si fa vicino e guarda con compassione le sofferenze dei suoi figli. Nel Salmo che abbiamo pregato insieme, viene cantata questa fiducia in Lui che oggi siamo chiamati a rinnovare: «Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, egli salva gli spiriti affranti» (Sal 34,19).
Fratelli e sorelle, tanti sono i motivi e le situazioni che spezzano il cuore e ci gettano nell’afflizione. Le speranze in un futuro di pace e di riconciliazione, infatti, in cui ciascuno viene rispettato nella sua dignità e a ciascuno vengono garantiti i diritti necessari, sono continuamente prosciugate dai tanti problemi che segnano questa bellissima terra: le numerose forme di povertà, che anche di recente interessano moltissime persone con una crisi alimentare in corso; la corruzione morale, sociale e politica, legata soprattutto alla gestione della ricchezza, che impedisce lo sviluppo delle istituzioni e delle strutture; i gravi e conseguenti problemi che interessano il sistema educativo e quello sanitario, così come la grande migrazione all’estero, in particolare dei giovani. E alle problematiche interne, spesso alimentate dall’odio e dalla violenza, si aggiunge anche il male causato dall’esterno, da coloro che in nome del profitto continuano a mettere le mani sul continente africano per sfruttarlo e saccheggiarlo.
Tutto questo rischia di farci sentire impotenti e di disseccare la nostra fiducia. Eppure, questo è il momento di cambiare, di trasformare la storia di questo Paese. Oggi e non domani, adesso e non in futuro, è giunto il momento di ricostruire, di comporre nuovamente il mosaico dell’unità mettendo insieme le diversità e le ricchezze del Paese e del Continente, di edificare una società in cui regnino la pace e la riconciliazione.
È vero, quando una situazione si è consolidata da tempo, il rischio è quello della rassegnazione e dell’impotenza, perché non ci aspettiamo alcuna novità; eppure, la Parola del Signore apre spazi di nuovi e genera trasformazione e guarigione, perché è capace di mettere il cuore in movimento, di mettere in crisi l’andamento normale delle cose a cui facilmente rischiamo di abituarci, di renderci protagonisti attivi del cambiamento. Ricordiamoci questo: Dio è novità, Dio crea cose nuove, Dio ci rende persone coraggiose che, sfidando il male, costruiscono il bene.
Lo vediamo nella testimonianza degli Apostoli, così come abbiamo ascoltato nella Prima Lettura: mentre le autorità del sinedrio interrogano gli Apostoli, li rimproverano e li minacciano perché essi stanno annunciando pubblicamente il Cristo, essi rispondono: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo a una croce» (At 5,29-30).
Il coraggio degli Apostoli si fa coscienza critica, si fa profezia, si fa denuncia del male, e questo è il primo passo per cambiare le cose. Obbedire a Dio, infatti, non è un atto di sottomissione che ci opprime o annulla la nostra libertà; al contrario, l’obbedienza a Dio ci rende liberi, perché significa affidare la nostra vita a Lui e lasciare che sia la sua Parola a ispirare il nostro modo di pensare e di agire. Così, come abbiamo ascoltato dal Vangelo, che ci riporta l’ultima parte del dialogo tra Gesù e Nicodemo, «chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla secondo la terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti» (Gv 3,31). Chi obbedisce a Dio prima che agli uomini e al modo di pensare umano e terreno, ritrova la propria libertà interiore, riesce a scoprire il valore del bene e a non rassegnarsi al male, riscopre la via della vita, diventa costruttore di pace e di fraternità.
Fratelli e sorelle, la consolazione per i cuori spezzati e la speranza nel cambiamento della società sono possibili se ci affidiamo a Dio e alla sua Parola. Il richiamo dell’Apostolo Pietro, però, dobbiamo sempre conservarlo nel cuore e riportarlo alla nostra memoria: obbedire a Dio, non agli uomini. Obbedire a Lui, perché Lui solo è Dio. E questo ci invita a promuovere l’inculturazione del Vangelo e a vigilare con attenzione, anche sulla nostra religiosità, per non cadere nell’inganno di seguire quei percorsi che mescolano la fede cattolica con altre credenze e tradizioni di tipo esoterico o gnostico, che in realtà hanno spesso delle finalità politiche ed economiche. Solo Dio libera, solo la sua Parola apre sentieri di libertà, solo il suo Spirito ci rende persone nuove che possono cambiare questo Paese.
Vi accompagno con la mia preghiera costante e benedico in particolare la Chiesa qui presente: tanti sacerdoti, missionari, religiosi e laici che lavorano per essere fonte di consolazione e di speranza. Vi incoraggio a continuare su questa strada e vi affido all’intercessione di Maria Santissima, Regina degli Apostoli e Madre della Chiesa.
Cari fratelli e sorelle,
il Vangelo che abbiamo ascoltato (Gv 6,1-15) è parola di salvezza per tutta l’umanità. In ogni luogo viene oggi proclamata questa Buona Notizia, che per la Chiesa in Camerun risuona come annuncio provvidenziale dell’amore di Dio e della nostra comunione.
La testimonianza dell’apostolo Giovanni ci racconta infatti di una grande folla (cfr vv. 2-5), come siamo noi adesso, qui. Per tutta quella gente, però, c’è pochissimo cibo: solo «cinque pani d’orzo e due pesci» (v. 9). Osservando questa sproporzione, Gesù oggi chiede a noi, come allora chiese ai suoi discepoli: in che modo risolvete questo problema? Vedete quanta gente affamata, oppressa dalla fatica. Che cosa fate?
Questa domanda è rivolta a ciascuno di noi: è rivolta ai padri e alle madri che custodiscono le loro famiglie. È rivolta ai pastori della Chiesa, che vegliano sul gregge del Signore. È rivolta a quanti hanno la responsabilità sociale e politica di guardare al popolo e al suo bene. Cristo rivolge questa domanda ai potenti e ai deboli, ai ricchi e ai poveri, ai giovani e agli anziani, perché tutti abbiamo fame allo stesso modo. Questa indigenza ci ricorda che siamo creature. Abbiamo bisogno di mangiare per vivere. Non siamo Dio: ma appunto, dov’è Dio davanti alla fame della gente?
Mentre attende le nostre risposte, Gesù dà la sua: «Prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano» (v. 11). Un grave problema viene risolto benedicendo quel poco cibo che c’è e dividendolo per tutti quelli che hanno fame. La moltiplicazione dei pani e dei pesci accade nella condivisione: ecco il miracolo! C’è pane per tutti se a tutti lo si dona. C’è pane per tutti se viene preso non con una mano che afferra, ma con una mano che dona. Osserviamo bene il gesto di Gesù: quando il Figlio di Dio prende il pane e i pesci, anzitutto rende grazie. È riconoscente al Padre per un bene che diventa dono e benedizione per tutto il popolo.
Così facendo, il cibo abbonda: non viene razionato per emergenza, non viene rubato per contesa, non viene sprecato da chi si ingozza davanti a quanti non hanno nulla da mangiare. Passando dalle mani di Cristo a quelle dei suoi discepoli, il cibo aumenta per tutti, anzi, sovrabbonda (cfr vv. 12-13). Ammirata per ciò che Gesù ha fatto, la gente esclama: «Questi è davvero il profeta!» (v. 14), cioè colui che parla a nome di Dio, il Verbo dell’Onnipotente. Ed è vero, ma Gesù non usa queste parole in vista di un successo personale: non vuole diventare re (cfr v. 15), perché è venuto per servire con amore, non per dominare.
Il miracolo che ha compiuto è segno di questo amore: ci fa vedere non solo come Dio nutre l’umanità con il pane della vita, ma come noi possiamo portare questo cibo a tutti gli uomini e le donne che hanno fame di pace, di libertà, di giustizia come noi. Ogni gesto di solidarietà e perdono, ogni iniziativa di bene è un boccone di pane per l’umanità bisognosa di cura. E tuttavia questo non basta. Al cibo che alimenta il corpo occorre infatti unire con uguale carità il nutrimento dell’anima, che alimenta la nostra coscienza, che ci sostiene nell’ora buia della paura, tra le tenebre della sofferenza. Questo cibo è Cristo, che sempre nutre in abbondanza la sua Chiesa e ci rafforza nel cammino con il suo Corpo.
Sorelle e fratelli, l’Eucaristia che stiamo celebrando diventa perciò sorgente di una fede rinnovata, perché Gesù è presente in mezzo a noi. Il Sacramento non ravviva un ricordo lontano nel tempo, ma realizza una “com-pagnia” che ci trasforma, perché ci santifica. Beati gli invitati alla cena del Signore! Attorno all’Eucaristia, questa stessa mensa diventa annuncio di speranza nelle prove della storia e nelle ingiustizie che vediamo attorno a noi. Diventa segno della carità di Dio, che in Cristo ci invita a condividere quel che abbiamo, affinché sia moltiplicato nella fraternità ecclesiale.
Il Signore abbraccia il cielo e la terra, conosce il nostro cuore e tutte le situazioni, lieti o tristi, che sperimentiamo. Facendosi uomo per salvarci, Egli ha voluto condividere i bisogni dell’umanità, a partire da quelli più semplici e quotidiani. La fame rivela allora non solo la nostra indigenza ma soprattutto il suo amore: ricordiamolo ogni volta che incrociamo lo sguardo con il fratello e la sorella che manca del necessario. Quegli occhi, infatti, ci ripetono la domanda posta da Gesù ai suoi discepoli: che fate per tutta questa gente? Certo, essere testimoni di Cristo, imitando i suoi gesti d’amore, comporta spesso difficoltà e ostacoli, sia fuori che dentro di noi, dove l’orgoglio può corrompere il cuore. In questi momenti, però, ripetiamo col salmista: «Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore?» (Sal 27,1). Se anche qualche volta vacilliamo, Dio ci incoraggia sempre: «Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore» (v. 14).
Carissimi giovani, rivolgo soprattutto a voi questo invito, perché siete i figli amati della terra d’Africa! Come fratelli e sorelle di Gesù, moltiplicate i vostri talenti con la fede, la tenacia, l’amicizia che vi animano. Siate voi per primi i volti e le mani che portano al prossimo il pane della vita: cibo di sapienza e di riscatto da tutto ciò che non ci nutre, ma anzi confonde i nostri buoni desideri e ci ruba dignità.
Anche nel vostro Paese così fecondo, il Camerun, molti sperimentano la povertà, sia quella materiale sia quella spirituale. Non cedete alla sfiducia e allo scoraggiamento; rifiutate ogni forma di sopruso e di violenza, che illudono promettendo guadagni facili ma induriscono il cuore e lo rendono insensibile. Non dimenticate che il vostro popolo è ancora più ricco di questa terra, perché il suo tesoro sono i suoi valori: la fede, la famiglia, l’ospitalità, il lavoro. Siate dunque protagonisti del futuro, seguendo la vocazione che Dio dona a ciascuno, senza lasciarvi comprare da tentazioni che sperperano le energie e non servono al progresso della società.
Per fare del vostro spirito fiero una profezia del mondo nuovo, prendete come esempio ciò che abbiamo ascoltato negli Atti degli Apostoli. I primi cristiani danno infatti testimonianza coraggiosa del Signore Gesù davanti a difficoltà e minacce, e perseverano anche tra gli oltraggi (cfr At 5,40-41). Questi discepoli «ogni giorno, nel tempio e nelle case, non cessavano di insegnare e di annunciare che Gesù è il Cristo» (v. 42), cioè il Messia, il Liberatore del mondo. Sì, il Signore libera dal peccato e dalla morte. Annunciare con costanza questo Vangelo è la missione di ogni cristiano: è la missione che affido specialmente a voi giovani e a tutta la Chiesa che vive in Camerun. Diventate la buona notizia per il vostro Paese, come lo è, ad esempio, il Beato Floribert Bwana Chui per il popolo congolese.
Fratelli e sorelle, insegnare vuol dire lasciare il segno, come fa il contadino con l’aratro nel campo, affinché ciò che semina porti frutto. È così che l’annuncio cristiano cambia la nostra storia, trasformando le menti e i cuori. Annunciare Gesù Risorto significa tracciare segni di giustizia in una terra sofferente e oppressa, segni di pace tra rivalità e corruzioni, segni di fede che ci liberano dalla superstizione e dall’indifferenza. Con questo Vangelo nel cuore, tra poco condivideremo il Pane eucaristico, che ci sazia per la vita eterna. Con fede gioiosa, chiediamo al Signore di moltiplicare tra noi il suo dono, per il bene di tutti.
Incontro con il Mondo Universitario
Signor Gran Cancelliere,
cari fratelli nell’Episcopato,
Signor Rettore,
illustri membri del corpo docente,
cari studenti,
distinte Autorità,
Signore e Signori!
È per me una grande gioia rivolgermi a voi in questa Università Cattolica dell’Africa Centrale, luogo di eccellenza per la ricerca, la trasmissione del sapere e la formazione di tanti giovani. Esprimo la mia gratitudine alle Autorità accademiche per la loro calorosa accoglienza e per il loro costante impegno al servizio dell’educazione. È motivo di speranza che questa istituzione, fondata nel 1989 dall’Associazione delle Conferenze Episcopali dell’Africa Centrale, sia un faro al servizio della Chiesa e dell’Africa, nella sua ricerca della verità e nella promozione della giustizia e della solidarietà.
Oggi più che mai è necessario che le Università, a maggior ragione gli Atenei cattolici, divengano vere e proprie comunità di vita e di ricerca, che introducano studenti e docenti a una fraternità nel sapere, «per fare esperienza comunitaria della gioia della Verità e per approfondirne il significato e le implicazioni pratiche. Ciò che il Vangelo e la dottrina della Chiesa sono chiamati oggi a promuovere, in generosa e aperta sinergia con tutte le istanze positive che fermentano la crescita della coscienza umana universale, è un’autentica cultura dell’incontro, una cultura anzi, possiamo ben dire, dell’incontro tra tutte le autentiche e vitali culture, grazie al reciproco scambio dei propri rispettivi doni nello spazio di luce dischiuso dall’amore di Dio per tutte le sue creature. Come ha sottolineato Papa Benedetto XVI, la verità è “logos” che crea “dia-logos” e quindi comunicazione e comunione»(Francesco, Cost. ap. Veritatis gaudium, 4b).
Difatti, mentre molti nel mondo sembrano perdere i propri punti di riferimento spirituali ed etici, trovandosi imprigionati nell’individualismo, nell’apparenza e nell’ipocrisia, l’Università è per eccellenza un luogo di amicizia, di cooperazione e insieme di interiorità e di riflessione. Alle sue origini, nel Medioevo, i suoi iniziatori le diedero come meta la Verità. Ancora oggi, docenti e studenti sono chiamati a proporsi come fine e, al tempo stesso, come stile di vita, la ricerca comune della verità, poiché, come ha scritto San John Henry Newman, «tutti i principi veri traboccano di Dio, tutti i fenomeni conducono a Lui» (S. J.H. Newman, L’idée d’université, Genève 2007, 97).
D’altra parte, quella che Newman chiamava “luce gentile”, ossia «la luce della fede, in quanto unita alla verità dell’amore, non è aliena al mondo materiale, perché l’amore si vive sempre in corpo e anima; la luce della fede è luce incarnata, che procede dalla vita luminosa di Gesù. Essa illumina anche la materia, confida nel suo ordine, conosce che in essa si apre un cammino di armonia e di comprensione sempre più ampio. Lo sguardo della scienza riceve così un beneficio dalla fede: questa invita lo scienziato a rimanere aperto alla realtà, in tutta la sua ricchezza inesauribile. La fede risveglia il senso critico, in quanto impedisce alla ricerca di essere soddisfatta nelle sue formule e la aiuta a capire che la natura è sempre più grande. Invitando alla meraviglia davanti al mistero del creato, la fede allarga gli orizzonti della ragione per illuminare meglio il mondo che si schiude agli studi della scienza»(Francesco, Lett. enc. Lumen fidei, 34).
Carissimi, l’Africa può contribuire in modo fondamentale ad allargare gli orizzonti troppo angusti di un’umanità che fatica a sperare. Nel vostro magnifico Continente la ricerca è particolarmente sfidata ad aprirsi a prospettive interdisciplinari, internazionali e interculturali. E oggi abbiamo urgente bisogno di pensare la fede all’interno degli scenari culturali e delle sfide attuali, così da farne emergere la bellezza e la credibilità nei differenti contesti, specialmente in quelli più segnati da ingiustizie, diseguaglianze, conflitti, degrado materiale e spirituale.
La grandezza di una Nazione non può essere valutata solo in base all’abbondanza delle sue risorse naturali e neppure per la ricchezza materiale delle sue istituzioni. Infatti, nessuna società può prosperare se non si fonda su coscienze rette, educate alla verità. In questo senso, il motto della vostra Università: «Al servizio della verità e della giustizia», vi ricorda che la coscienza umana, intesa come il santuario interiore ove uomini e donne si scoprono interpellati dalla voce di Dio, è il terreno su cui poggiare le fondamenta giuste e stabili per ogni società. Formare coscienze libere e santamente inquiete è condizione affinché la fede cristiana appaia come una proposta pienamente umana, capace di trasformare la vita dei singoli e della società, di innescare cambiamenti profetici rispetto ai drammi e alle povertà del nostro tempo e di incoraggiare una ricerca di Dio sempre ulteriore, mai sazia.
È infatti nella coscienza che si elabora il discernimento morale, con il quale liberamente cerchiamo quel che è vero e onesto. Quando la coscienza ha cura di essere illuminata e retta, diventa fonte di un agire coerente, orientato verso il bene, la giustizia e la pace.
Nelle società contemporanee, e quindi anche in Camerun, si osserva una erosionedei punti di riferimento morali che un tempo guidavano la vita collettiva. Ne deriva che oggi si tende ad approvare in modo superficiale alcune pratiche un tempo considerate inaccettabili. Questa dinamica si spiega in parte con i mutamenti sociali, i vincoli economici e le dinamiche politiche che influenzano i comportamenti individuali e collettivi. I cristiani, e in modo del tutto speciale i giovani cattolici africani, non devono avere paura delle “cose nuove”. In particolare, la vostra Università può formare pionieri di un nuovo umanesimo nel contesto della rivoluzione digitale, di cui il continente africano conosce bene non soltanto gli aspetti ammalianti, ma anche il lato oscuro delle devastazioni ambientali e sociali procurate dall’affannosa ricerca di materie prime e terre rare. Non guardate dall’altra parte: è un servizio alla verità e all’intera umanità. Senza questa fatica educativa, l’adattamento passivo alle logiche dominanti verrà scambiato per competenza, e la perdita di libertà per progresso.
Ciò vale tanto più in rapporto alla diffusione dei sistemi di intelligenza artificiale, che organizzano sempre più pervasivamente i nostri ambienti mentali e sociali. Come ogni grande trasformazione storica, anche questa richiede non solo competenze tecniche, ma una formazione umanistica capace di rendere visibili le logiche economiche, i pregiudizi incorporati e le forme di potere che modellano la percezione del reale. Negli ambienti digitali, strutturati per persuadere, l’interazione viene ottimizzata fino a rendere superfluo l’incontro reale, l’alterità delle persone in carne e ossa viene neutralizzata e la relazione ridotta a risposta funzionale. Carissimi, voi invece siete persone reali! Anche la creazione ha un corpo, un respiro, una vita da ascoltare e da custodire. «Geme e soffre» (cfr Rm 8,22) come ognuno di noi.
Quando la simulazione diventa norma, l’umana capacità di discernimento si atrofizza e i nostri legami sociali si chiudono in circuiti autoreferenziali che non ci espongono più al reale. Viviamo allora come dentro bolle impermeabili le une alle altre, ci sentiamo minacciati da chiunque sia diverso e ci disabituiamo all’incontro e al dialogo. Così dilagano polarizzazione, conflitti, paure, violenza. Non è in gioco un semplice rischio di errore, ma una trasformazione del rapporto stesso con la verità.
È proprio in quest’ambito che l’Università cattolica ha il dovere di assumere una responsabilità di primo piano. Non si limita, infatti, a trasmettere conoscenze specialistiche, ma forma menti capaci di discernimento e cuori disposti all’amore e al servizio. Prepara soprattutto i futuri dirigenti, i funzionari pubblici, i professionisti e gli altri futuri attori sociali a svolgere con rettitudine gli incarichi che saranno loro affidati, a esercitare le loro responsabilità con probità, a inserire la loro azione in un’etica al servizio del bene comune.
Cari figli e figlie del Camerun, cari studenti, di fronte allacomprensibiletendenza migratoria, che può indurre a credere che altrove si possa trovare facilmente un futuro migliore, vi invito anzitutto a rispondere con un ardente desiderio di servire il vostro Paese e di volgere a beneficio dei vostri concittadini le conoscenze che state acquisendo qui. Ecco la ragion d’essere della vostra Università, fondata trentacinque anni fa per formare i pastori d’anime e i laici impegnati nella società: sono questi i testimoni di saggezza e di equità dei quali il continente africano ha bisogno.
A proposito, vorrei ricordare un’espressione di San Giovanni Paolo II: l’Università cattolica è «nata dal cuore della Chiesa» (S. Giovanni Paolo II, Cost. ap. Ex corde Ecclesiae, 1) e partecipa alla sua missione di annunciare la verità che libera. Questa affermazione rimanda anzitutto a un’esigenza intellettuale e spirituale: ricercare la verità in tutte le sue dimensioni, con la convinzione che fede e ragione non si oppongono ma si sostengono a vicenda. Inoltre, richiama il fatto che docenti e studenti dell’Università sono coinvolti nel compito della Chiesa di «annunciare la buona novella di Cristo a tutti, dialogando con le diverse scienze al servizio di una comprensione sempre più profonda e di un’attuazione della verità nella vita personale e sociale» (Francesco, Cost.. ap, Veritatis gaudium, 5).
Di fronte alle sfide del nostro tempo, l’Università cattolica occupa un posto unico e insostituibile. Ripensiamo in proposito ai pionieri di questa Istituzione, che hanno posto le fondamenta su cui voi costruite oggi, uno per tutti, ricordo il Reverendo Barthélemy Nyom, Rettore per quasi tutti gli anni Novanta. Sul loro esempio, siate sempre ben consapevoli del fatto che, insieme alla trasmissione del sapere e all’abilitazione delle competenze professionali, questa Universitàmira a contribuire alla formazione integrale della persona umana. L’accompagnamento spirituale e umano costituisce una dimensione essenziale dell’identità dell’Università cattolica. Attraverso la formazione spirituale, le iniziative della pastorale universitaria e i momenti di riflessione, gli studenti sono invitati ad approfondire la loro vita interiore e a orientare il loro impegno nella società alla luce di valori autentici e solidi. In questo modo, cari studenti, imparate a diventare costruttori del futuro dei vostri rispettivi Paesi e di un mondo più giusto e più umano.
Cari docenti, il vostro ruolo è centrale. Perciò vi incoraggio a incarnare i valori che desiderate trasmettere, anzitutto la giustizia e l’equità, l’integrità, il senso del servizio e della responsabilità. L’Africa e il mondo hanno bisogno di persone che si impegnino a vivere secondo il Vangelo e a mettere le loro competenze al servizio del bene comune. Non tradite questo nobile ideale! Oltre che guide intellettuali, siate modelli il cui rigore scientifico e la cui personale onestà educhino la coscienza dei vostri studenti. L’Africa ha infatti bisogno di essere liberata dalla piaga della corruzione. E per un giovane tale consapevolezza deve consolidarsi fin dagli anni della formazione, grazie al rigore morale, al disinteresse e alla coerenza di vita dei propri educatori e insegnanti. Giorno dopo giorno, ponete le fondamenta indispensabili per la costruzione di una coerente identità morale e intellettuale. Testimoniando la verità, specialmente davanti alle illusioni dell’ideologia e delle mode, create un ambiente in cui l’eccellenza accademica si unisce naturalmente alla rettitudine umana.
Signore e Signori, la virtù principale che deve animare la comunità universitaria è l’umiltà. Qualunque sia il nostro ruolo e la nostra età, dobbiamo sempre ricordare che siamo tutti discepoli, cioè compagni di studio con un unico Maestro, che ha tanto amato il mondo da dare la sua vita. Vi ringrazio e di cuore vi benedico!
Cari fratelli e sorelle, la pace sia con voi! La pace di Cristo, la cui presenza illumina il nostro cammino e placa le tempeste della vita.
Celebriamo questa Santa Messa al termine della mia visita in Camerun, e vi sono molto grato per come mi avete accolto e per i momenti di gioia e di fede che abbiamo vissuto insieme.
Come abbiamo sentito nel Vangelo, la fede non ci risparmia tumulti e tribolazioni, e in alcuni momenti può sembrare che la paura abbia la meglio. Noi però sappiamo che anche in essi, com’è successo ai discepoli sul mare di Galilea, Gesù non ci abbandona.
Ben tre evangelisti riportano l’episodio che abbiamo ascoltato, ciascuno a modo suo, con un messaggio diverso in funzione dei lettori a cui si rivolge. San Marco (cfr 6,45-52) presenta il Signore che raggiunge i discepoli, mentre questi faticano a remare a causa del vento contrario, che però si placa non appena Egli sale con loro sulla barca. San Matteo (cfr 14,22-33) aggiunge un dettaglio: Pietro vuole andare dal Maestro camminando sui flutti. Una volta sceso dalla barca, però, si lascia sopraffare dal timore e comincia ad affondare. Cristo lo afferra per la mano, lo salva e gli rimprovera la sua incredulità.
Nella versione di San Giovanni, che oggi è stata proclamata (cfr Gv 6,16-21), il Salvatore, camminando sulle acque, si avvicina ai discepoli e dice: «Sono io, non abbiate paura» (v. 20), e l’Evangelista sottolinea che «era ormai buio» (v. 17). Per la tradizione ebraica le “acque”, con la loro profondità e il loro mistero, richiamano spesso il mondo degli inferi, il caos, il pericolo, la morte. Evocano, assieme alle tenebre, le forze del male, che l’uomo da solo non può dominare. Allo stesso tempo, però, nella memoria dei prodigi dell’esodo, esse sono percepite anche come un luogo di passaggio, un guado attraverso il quale Dio, con potenza, libera il suo popolo dalla schiavitù.
La Chiesa ha sperimentato tante volte, nel suo navigare lungo i secoli, tempeste e “venti contrari”, e anche noi possiamo identificarci con i sentimenti di paura e di dubbio provati dai discepoli durante la traversata del lago di Tiberiade. È ciò che proviamo nei momenti in cui ci sembra di affondare, sopraffatti da forze avverse, quando tutto appare oscuro e ci sentiamo soli e fragili. Ma non è così. Gesù è con noi, sempre, più forte di qualsiasi potenza del male; in ogni bufera ci raggiunge e ci ripete: “Io sono qui con te: non aver paura”. Per questo ci rialziamo da ogni caduta e non ci lasciamo fermare da nessuna tempesta, ma andiamo avanti, con coraggio e con fiducia, sempre. Ed è grazie a Lui che, come dicevaPapa Francesco, tanti «uomini e donne […] onorano il nostro popolo, onorano la nostra Chiesa […]: forti nel portare avanti la loro vita, la loro famiglia, il loro lavoro, la loro fede» (Catechesi, 14 maggio 2014, 2).
Gesù si fa vicino a noi: non placa immediatamente le tempeste, ma ci raggiunge in mezzo ai pericoli, e invita anche noi, nelle gioie e nei dolori, a stare insieme, solidali, come i discepoli, sulla stessa barca; a non guardare da lontano chi soffre, ma a farci prossimi, a stringerci gli uni agli altri. Nessuno dev’essere lasciato solo ad affrontare le avversità della vita, e ogni comunità ha il compito, a tal fine, di creare e sostenere strutture di solidarietà e di aiuto reciproco in cui, di fronte alle crisi – siano esse sociali, politiche, sanitarie o economiche – tutti possano dare e ricevere aiuto, in base alle proprie capacità e secondo i propri bisogni. Le parole di Gesù, “sono io”, ci ricordano che, in una società fondata sul rispetto della dignità della persona, l’apporto di tutti è importante e ha un valore unico, indipendentemente dallo status o dalla posizione di ciascuno agli occhi del mondo.
L’esortazione «non abbiate paura», allora, assume una dimensione ampia, anche a livello sociale e politico, come incoraggiamento ad affrontare problematiche e sfide – particolarmente quelle legate alla povertà e alla giustizia – insieme, con senso civico e responsabilità civile. La fede non separa lo spirituale dal sociale, anzi dà al cristiano la forza di interagire con il mondo, per rispondere ai bisogni degli altri, specialmente dei più deboli. Alla salvezza di una comunità non bastano gli sforzi individuali e isolati dei singoli: serve una decisione comune, che integri la dimensione spirituale ed etica del Vangelo nel cuore delle istituzioni e delle strutture, facendone strumenti per il bene comune, e non luoghi di conflitto, o di interesse, o teatro di lotte sterili.
Ce ne parla la prima Lettura (cfr At 6,1-7), in cui vediamo come la Chiesa affronta la sua prima crisi di crescita. Il rapido aumento del numero dei discepoli (v. 1) comporta per la comunità nuove sfide nell’esercizio della carità, a cui gli Apostoli non riescono più a provvedere da soli. Qualcuno è trascurato nel servizio delle mense, e perciò il mormorio cresce e un senso di ingiustizia minaccia l’unità. Il servizio quotidiano ai poveri era una pratica essenziale nella Chiesa primitiva, e mirava a sostenere i più fragili, in particolare gli orfani e le vedove. Bisognava integrarlo, però, con le necessità dell’annuncio e dell’insegnamento, che pure erano impellenti, e la soluzione non era semplice. Gli Apostoli, allora, si sono riuniti, hanno condiviso le preoccupazioni, si sono confrontati alla luce degli insegnamenti di Gesù e hanno pregato insieme, giungendo a superare ostacoli e incomprensioni che a prima vista sembravano insormontabili. Hanno così dato vita a qualcosa di nuovo, scegliendo uomini di «buona reputazione, pieni di Spirito Santo e di saggezza» (v. 3), e destinandoli, mediante l’imposizione delle mani, a un servizio pratico che era anche una missione spirituale. Ascoltando la voce dello Spirito Santo e facendosi attenti al grido dei sofferenti, non solo hanno evitato una frattura interna alla comunità, ma l’hanno dotata, per ispirazione divina, di strumenti nuovi e adeguati alla sua crescita, trasformando un momento di crisi in un’occasione di arricchimento e di sviluppo per tutti.
A volte la vita di una famiglia e di una società richiede anche questo: il coraggio di cambiare abitudini e strutture, perché la dignità della persona resti sempre al centro e si superino disuguaglianze ed emarginazioni. Del resto, facendosi uomo Dio si è identificato con gli ultimi, e questo rende la cura preferenziale dei poveri un’opzione fondamentale per la nostra identità cristiana (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 198; Esort. ap. Dilexi te, 16-17).
Fratelli e sorelle, oggi noi ci salutiamo. Ciascuno ritorna alle sue occupazioni abituali e la barca della Chiesa continua la sua rotta verso la meta, per grazia di Dio e con l’impegno di ciascuno. Teniamo vivo nel cuore il ricordo dei momenti belli che abbiamo vissuto insieme; anche in mezzo alle difficoltà continuiamo a fare spazio a Gesù, lasciandoci illuminare e ricreare ogni giorno dalla sua presenza. La Chiesa camerunese è viva, giovane, ricca di doni e di entusiasmo, vivace nella sua varietà e meravigliosa nella sua armonia. Con l’aiuto della Vergine Maria, nostra Madre, fatene fiorire sempre più la presenza festosa, e anche dei venti contrari, che non mancano mai nella vita, fate occasioni di crescita nel servizio gioioso di Dio e dei fratelli, nella condivisione, nell’ascolto, nella preghiera e nel desiderio di crescere insieme.
Ringraziamento finale al termine della Messa
Carissimi fratelli e sorelle, con questa celebrazione si conclude la mia visita in Camerun. Ringrazio di cuore l'Arcivescovo e tutti i Pastori della Chiesa in questo Paese.
Rinnovo la mia riconoscenza alle Autorità civili e a tutti coloro che hanno cooperato a preparare e organizzare ogni cosa.
Grazie a tutti, in modo speciale ai malati, agli anziani e alle monache che hanno offerto la loro preghiera.
Popolo di Dio che vivi e cammini in Camerun, non temere! Rimani saldamente unito a Cristo Signore! Con la forza del suo Spirito, sarai sale e luce di questa terra! Grazie tante.
Parole del Santo Padre ai giornalisti durante il volo diretto a Luanda
Leone XIV
Buongiorno! Buongiorno a tutti. Buon pomeriggio ormai. Spero che vi siate trovati bene in Camerun. E come sapete, ovviamente, ora siamo in viaggio verso l’Angola.
La visita in Camerun, da un lato, è stata molto significativa perché, sotto molti aspetti, questo Paese rappresenta il cuore dell’Africa, sia anglofona che francofona, con circa 250 lingue locali ed etnie. Allo stesso tempo, esso possiede una grande ricchezza e grandi opportunità, ma presenta anche la difficoltà, che riscontriamo in tutta l’Africa, di una distribuzione spesso ineguale della ricchezza.
Personalmente sono stato molto contento. Come sapete, abbiamo iniziato il viaggio in Algeria con il tema di Sant’Agostino e ieri, all’Università Cattolica, ho benedetto del bel monumento che avevano preparato con la mappa dell’Africa e Sant’Agostino al centro. E così, in un certo senso, questo esprime parte del significato di questo viaggio.
Vengo in Africa principalmente come pastore, come capo della Chiesa Cattolica, per stare vicino a tutti i cattolici in tutta l’Africa, per festeggiare con loro, per incoraggiarli e accompagnarli.
Tuttavia ci sono naturalmente altre dimensioni della visita. Ho avuto un incontro molto positivo con un gruppo di Imam in Camerun per promuovere, continuare a promuovere, come abbiamo già fatto in altri luoghi e come ha fatto Papa Francesco durante il suo pontificato, il dialogo, la fraternità, attraverso la comprensione, l’accoglienza e la costruzione della pace con persone di tutte le religioni.
Allo stesso tempo, è circolata una certa versione dei fatti che non è stata accurata in tutti i suoi aspetti, ma ciò è dovuto alla situazione politica creatasi quando, il primo giorno del viaggio, il Presidente degli Stati Uniti ha fatto alcune osservazioni su di me. Gran parte di ciò che è stato scritto da allora è stato un susseguirsi di commenti su commenti, nel tentativo di interpretare quanto è stato detto. Solo un piccolo esempio. Il discorso che ho tenuto all’Incontro di preghiera per la pace, un paio di giorni fa, era stato preparato due settimane fa, ben prima che il Presidente facesse qualsiasi commento su di me e sul messaggio di pace che sto promuovendo. Eppure, è stato interpretato come se stessi cercando di controbattere nuovamente al Presidente, cosa che non è affatto nel mio interesse.
Quindi proseguiamo il nostro viaggio, continuiamo a proclamare il messaggio del Vangelo, e il testo del Vangelo che stiamo utilizzando per le liturgie offre una serie di aspetti diversi, fantastici e meravigliosi su che cosa significhi essere cristiani, su che cosa significhi seguire Cristo, su che cosa significhi promuovere la fraternità, la fratellanza, la fiducia nel Signore, ma anche cercare modi per promuovere la giustizia nel nostro mondo, promuovere la pace nel nostro mondo.
Con questa nota, sono molto felice di salutarvi tutti e vi ringrazio per il lavoro che state facendo. Spero che il Signore continui a benedirci tutti in questo viaggio. Grazie mille!
Giornalista del Camerun
Una parola in francese? Sì, grazie, mille grazie Santità. Si voleva avere da Lei solo una parola in francese, dato che il Camerun è bilingue. Io lavoro alla televisione nazionale del Camerun.
Leone XIV
Vorrei semplicemente ringraziare tutti in Camerun per la splendida accoglienza, il grande entusiasmo e la gioia della gente. È stato fantastico: l’esperienza di una comunità di fede che ha davvero scoperto nell’entusiasmo condiviso, per così dire, quanto sia meraviglioso vivere ciò che significa essere seguaci di Gesù Cristo e celebrare insieme la nostra fede. E quell’entusiasmo era davvero palpabile in Camerun. Sono molto felice di aver vissuto questa esperienza e di aver accompagnato tutto il vostro popolo in questi giorni.
Incontro con le Autorità, con la Società Civile e con il Corpo Diplomatico
Signor Presidente,
distinte Autorità e membri del Corpo Diplomatico,
Signore e Signori!
È motivo di grande gioia per me essere in mezzo a voi. Grazie, Signor Presidente, per l’invito a visitare l’Angola e per le Sue parole di benvenuto. Vengo a voi per incontrare il vostro popolo, come pellegrino che cerca i segni dei passaggi di Dio in questa terra da Lui amata.
Prima di proseguire, vorrei assicurare la mia preghiera per le vittime delle forti piogge e delle inondazioni che hanno colpito la provincia di Benguela, come pure esprimere la mia vicinanza alle famiglie che hanno perso le loro case. So anche che voi, angolani, siete uniti in una grande catena di solidarietà a favore delle persone colpite.
Desidero incontrarvi nella gratuità della pace e riconoscere che il vostro popolo possiede tesori non vendibili, né derubabili. In particolare, ha in sé una gioia che neppure le circostanze più avverse hanno saputo spegnere. Tale gioia, che conosce anche il dolore, l’indignazione, le delusioni e le sconfitte, resiste e rinasce fra chi ha mantenuto liberi cuore e mente dall’inganno della ricchezza. Voi sapete bene che troppe volte si è guardato e si guarda alle vostre regioni per dare o, più spesso, per prendere qualcosa. Occorre rompere questa catena di interessi che riduce la realtà e la vita stessa a merce di scambio.
L’Africa è per il mondo intero una riserva di gioia e di speranza, che non esiterei a definire virtù “politiche”, perché i suoi giovani e i suoi poveri sognano ancora, sperano ancora, non si accontentano di ciò che già c’è, desiderano rialzarsi, prepararsi a grandi responsabilità, giocarsi in prima persona. La saggezza di un popolo, infatti, non si lascia spegnere da nessuna ideologia e davvero il desiderio di infinito che abita il cuore umano è un principio di trasformazione sociale più profondo di qualsiasi programma politico o culturale. Sono qui, tra voi, a servizio delle energie migliori che animano le persone e le comunità di cui l’Angola è un mosaico coloratissimo. Desidero ascoltare e incoraggiare chi già ha scelto il bene, la giustizia, la pace, la tolleranza, la riconciliazione. Allo stesso tempo, insieme a milioni di uomini e donne di buona volontà che sono la prima ricchezza di questo Paese, intendo anche invocare la conversione di chi sceglie strade opposte e impedisce il suo sviluppo armonico e fraterno.
Carissimi, ho accennato alle ricchezze materiali su cui prepotenti interessi mettono le mani, anche nel vostro Paese. Quanta sofferenza, quante morti, quante catastrofi sociali e ambientali porta con sé questa logica estrattivistica! Vediamo ad ogni latitudine, ormai, come essa alimenti un modello di sviluppo che discrimina ed esclude, ma che ancora pretende di imporsi come l’unico possibile. Il santo Papa Paolo VI, interpretando acutamente le inquietudini del mondo giovanile, già sessant’anni fa denunciava «l’aspetto senile – del tutto anacronistico – di una civiltà commerciale, edonistica, materialistica, che tenta ancora di spacciarsi come portatrice d’avvenire». E osservava: «Contro questa illusione, la reazione istintiva di numerosi giovani, pur nei suoi eccessi, esprime un valore reale. Questa generazione è in attesa di qualche altra cosa» (Esort. ap.Gaudete in Domino, VI). Voi siete testimoni, grazie alle antichissime sapienze che nutrono il vostro pensare e il vostro sentire, che la creazione è armonia nella ricchezza della diversità. Il vostro popolo ha sofferto ogni volta che tale armonia è stata violata dalla prepotenza di alcuni. Porta le cicatrici sia dello sfruttamento materiale, sia della pretesa di imporre un’idea sulle altre. L’Africa ha un urgente bisogno di superare situazioni e fenomeni di conflittualità e inimicizia, che lacerano il tessuto sociale e politico di tanti Paesi, fomentando la povertà e l’esclusione. Solo nell’incontro la vita fiorisce. In principio è il dialogo. Questo non esclude il dissenso, che può diventare conflitto.
Il mio venerato predecessore,Papa Francesco, ce ne ha offerto un’indimenticabile lettura: «Di fronte al conflitto – osservava – alcuni semplicemente lo guardano e vanno avanti come se nulla fosse, se ne lavano le mani per poter continuare con la loro vita. Altri entrano nel conflitto in modo tale che ne rimangono prigionieri, perdono l’orizzonte, proiettano sulle istituzioni le proprie confusioni e insoddisfazioni e così l’unità diventa impossibile. Vi è però un terzo modo, il più adeguato, di porsi di fronte al conflitto. È accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo. “Beati gli operatori di pace” (Mt 5,9)» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 227). L’Angola può crescere molto, se prima di tutto voi, che nel Paese avete autorità, crederete alla multiformità della sua ricchezza. Non abbiate timore del dissenso, non spegnete le visioni dei giovani e i sogni degli anziani, sappiate gestire i conflitti trasformandoli in percorsi di rinnovamento. Anteponete il bene comune a quello di parte, non confondendo mai la vostra parte col tutto. La storia allora vi darà ragione, se anche nell’immediato qualcuno vi sarà ostile.
Ho parlato della gioia e della speranza che caratterizzano la vostra giovane società. In genere le si considera sentimenti personali, privati. Esse, invece, sono una forza intensiva ed espansiva, che contrasta ogni rassegnazione e tentazione di chiudersi. Despoti e tiranni del corpo e dello spirito vogliono rendere le anime passive e le passioni tristi, inclini all’inerzia, docili e asservite al potere. Nella tristezza siamo infatti in balia delle nostre paure e dei nostri fantasmi, ci rifugiamo nel fanatismo, nella sottomissione, nel frastuono mediatico, nel miraggio dell’oro, nel mito identitario. Il malcontento, il senso di impotenza e di sradicamento ci separano, invece di metterci in relazione, diffondendo un clima di estraneità alla cosa pubblica, disprezzo per la sventura altrui e la negazione di ogni fraternità. Tale discordanza disgrega i rapporti costitutivi che ognuno intrattiene con sé, con gli altri e con la realtà. Come osservava ancora Papa Francesco: «Il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori. Oggi in molti Paesi si utilizza il meccanismo politico di esasperare, esacerbare e polarizzare» (Lett. enc. Fratelli tutti, 15).
Da questa alienazione ci libera la vera gioia, che non a caso la fede riconosce come dono dello Spirito Santo. E, come scrisse San Paolo, «il frutto dello Spirito […] è amore, gioia, pace» (Gal 5,22). La gioia è infatti ciò che intensifica la vita e sospinge nel campo aperto della socialità: ciascuno gioisce mettendo a frutto le proprie capacità relazionali, accorgendosi di contribuire al bene comune e vedendosi riconosciuto come persona unica e degna, in una comunità di incontri che si moltiplicano e allargano lo spirito. La gioia sa scavare traiettorie anche nelle zone più buie di stasi e di angustia. Esaminiamo dunque il nostro cuore, carissimi, perché senza gioia non c’è rinnovamento; senza interiorità non c’è liberazione; senza incontro non c’è politica; senza l’altro non c’è giustizia.
Insieme, potete fare dell’Angola un progetto di speranza. La Chiesa cattolica, di cui so quanto stimate l’opera di servizio al Paese, desidera essere lievito nella pasta e favorire la crescita di un modello giusto di convivenza, libero dalle schiavitù imposte da élite con molti denari e false gioie. Solo insieme potremo moltiplicare i talenti di questo popolo meraviglioso, sin dentro le periferie urbane e le più remote regioni rurali in cui pulsa la sua vita e si prepara il suo futuro. Eliminiamo gli ostacoli allo sviluppo umano integrale, lottando e sperando insieme a coloro che il mondo ha scartato, ma Dio ha scelto. Così, infatti, è sorta la nostra speranza: «La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo» (Sal 118,22), Gesù Cristo, pienezza dell’uomo e della storia.
Dio benedica l’Angola!
Grazie.
Cari fratelli e sorelle,
con il cuore pieno di gratitudine celebro l’Eucaristia in mezzo a voi. Grazie a Dio per questo dono e grazie a voi per la festosa accoglienza!
In questa Terza Domenica di Pasqua il Signore ci ha parlato con il Vangelo dei discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,13-35). Lasciamoci illuminare da questa Parola di vita.
Due discepoli del Signore, con il cuore ferito e triste, partono da Gerusalemme per ritornare nel loro villaggio di Emmaus. Hanno visto morire quel Gesù in cui avevano confidato e che avevano seguito e, adesso, delusi e sconfitti, ritornano alle loro case. Per la strada «conversavano tra di loro di tutto quello che era accaduto» (v. 14). Hanno bisogno di parlarne, di raccontarsi ancora ciò che hanno visto, di condividere quanto hanno vissuto, col rischio però di restare imprigionati nel dolore, chiusi alla speranza.
Fratelli e sorelle, in questa scena iniziale del Vangelo vedo rispecchiata la storia dell’Angola, di questo Paese bellissimo e ferito, che ha fame e sete di speranza, di pace e di fraternità. Infatti, il conversare lungo la via dei due discepoli, che ripensano con sconforto a quanto è accaduto al loro Maestro, riporta alla memoria il dolore da cui questo vostro Paese è stato segnato: una lunga guerra civile con il suo strascico di inimicizie e divisioni, di risorse sperperate e di povertà.
Quando per lungo tempo si è immersi in una storia così marchiata dal dolore, si corre il rischio dei due discepoli di Emmaus: perdere la speranza e rimanere paralizzati dallo scoraggiamento. Essi infatti camminano, eppure sono ancora fermi ai fatti avvenuti tre giorni prima quando hanno visto morire Gesù; conversano tra di loro, ma senza sperare in una via di uscita; parlano ancora di quello che è accaduto, con la fatica di chi non sa come ricominciare, né se sia possibile farlo.
Carissimi, la Buona Notizia del Signore, anche oggi per noi, è proprio questa: Egli è vivo, è risorto e cammina al nostro fianco mentre percorriamo la strada della sofferenza e dell’amarezza, aprendo i nostri occhi perché possiamo riconoscere la sua opera e donandoci la grazia di ripartire e di ricostruire il futuro.
Il Signore si affianca ai due discepoli delusi e a corto di speranza e, facendosi loro compagno di strada, li aiuta a rimettere insieme i pezzi di quella storia, a guardare oltre il dolore, a scoprire che non sono da soli nel cammino e che un futuro, abitato ancora dal Dio dell’amore, li attende. E quando Egli si ferma a cena con loro, si siede a tavola e spezza il pane, allora «si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero» (v. 31).
Ecco tracciata anche per noi, per voi, cari fratelli e sorelle angolani, la strada per ricominciare: da una parte la certezza che il Signore ci accompagna e ha compassione di noi, dall’altra l’impegno che Egli ci chiede.
La compagnia del Signore la sperimentiamo soprattutto nella relazione con Lui, nella preghiera, nell’ascolto della sua Parola che fa ardere il nostro cuore come quello dei due discepoli, e soprattutto nella celebrazione dell’Eucaristia. È qui che noi incontriamo Dio. Perciò, occorre sempre vigilare su quelle forme di religiosità tradizionale, che certamente appartengono alle radici della vostra cultura, ma al contempo rischiano di confondere e di mescolare elementi magici e superstiziosi che non aiutano nel cammino spirituale. Restate fedeli a quanto insegna la Chiesa, fidatevi dei vostri Pastori e tenete fisso lo sguardo su Gesù, che si rivela in particolare nella Parola e nell’Eucaristia. In entrambe sperimentiamo che il Signore Risorto cammina accanto a noi e, uniti a Lui, anche noi vinciamo le morti che ci assediano e viviamo da risorti.
A questa certezza di non essere soli lungo il cammino si unisce anche un impegno generoso che possa lenire le ferite e riaccendere la speranza. Infatti, se i due di Emmaus riconoscono Gesù quando spezza il pane per loro, ciò significa che anche noi dobbiamo riconoscerlo così: non soltanto nell’Eucaristia, ma ovunque c’è una vita che diventa pane spezzato, ovunque qualcuno si fa dono di compassione come Lui.
La storia del vostro Paese, le conseguenze ancora difficili che sopportate, le problematiche sociali ed economiche e le diverse forme di povertà invocano la presenza di una Chiesa che sa affiancarsi nel cammino e sa raccogliere il grido dei suoi figli. Una Chiesa che, con la luce della Parola e il nutrimento dell’Eucaristia, sa rianimare la speranza perduta. Una Chiesa fatta di persone come voi che si donano così come Gesù spezza il pane per i due discepoli di Emmaus. L’Angola ha bisogno di vescovi, preti, missionari, religiose e religiosi, laiche e laici che abbiano in cuore il desiderio di spezzare la propria vita e donarla gli uni agli altri, di impegnarsi nell’amore e nel perdono vicendevoli, di costruire spazi di fraternità e di pace, di compiere gesti di compassione e di solidarietà verso chi ha più bisogno.
Con la grazia di Cristo Risorto possiamo diventare questo pane spezzato che trasforma la realtà. E come l’Eucaristia ci ricorda che siamo un solo corpo e un solo spirito, uniti all’unico Signore, anche noi possiamo e vogliamo costruire un Paese dove siano superate per sempre le vecchie divisioni, dove scompaiano l’odio e la violenza, dove la piaga della corruzione venga guarita da una nuova cultura della giustizia e della condivisione. Solo così sarà possibile un futuro di speranza, soprattutto per i tanti giovani che l’hanno perduta.
Fratelli e sorelle, oggi c’è bisogno di guardare al futuro con speranza e di costruire la speranza del futuro. Non abbiate paura di farlo! Gesù Risorto, che percorre la strada con voi e per voi si spezza come pane, vi incoraggia a essere testimoni della sua risurrezione e protagonisti di una nuova umanità e di una nuova società.
In questo cammino, carissimi, potete contare sulla vicinanza e sulla preghiera del Papa! Ma anch’io so di poter contare su di voi, e vi ringrazio! Vi affido alla protezione e all’intercessione della Vergine Maria, Nostra Signora di Muxima, perché sempre vi sostenga nella fede, nella speranza e nella carità.
Cari fratelli e sorelle,
ci uniamo ora nella preghiera a Maria Regina Caeli, Regina del Cielo, per condividere con lei, nostra Madre e compagna di cammino, la gioia della Risurrezione.
Con questo canto gioioso non vogliamo cancellare né soffocare il grido di chi soffre, ma piuttosto abbracciarlo e unirlo alla nostra voce, in un’armonia nuova, perché anche nel dolore resti viva la luce della fede, e con essa la speranza in un mondo migliore.
Mi addolora profondamente il recente intensificarsi degli attacchi contro l’Ucraina, che continuano a colpire anche i civili. Esprimo la mia vicinanza a quanti soffrono e assicuro la mia preghiera per tutto il popolo ucraino. Rinnovo l’appello perché tacciano le armi e si persegua la via del dialogo.
È motivo di speranza, invece, la tregua annunciata in Libano, che rappresenta un germoglio di sollievo per il popolo libanese e per il Levante. Incoraggio coloro che si stanno adoperando per una soluzione diplomatica a proseguire i dialoghi di pace, per rendere permanente la cessazione delle ostilità in tutto il Medio Oriente.
Cristo ha vinto la morte, ed è con questa certezza che tutti noi, uniti a Lui e in Lui come un solo corpo, oggi e ogni giorno ci impegniamo a far crescere attorno a noi i frutti della Pasqua, che sono amore, giustizia vera e pace, al di là di ogni ostacolo e difficoltà.
Ci aiuti la Madre di Gesù, Madre del Cuore, a sentire sempre viva e forte, vicino a noi, la presenza del suo Figlio risorto.
Cari fratelli e sorelle,
carissimi giovani, membri della Legione di Maria e devoti di Mama Muxima, la Madre del cuore, con gioia condivido con voi questo momento di preghiera mariana.
Abbiamo recitato assieme il Santo Rosario, devozione antica e semplice, nata nella Chiesa come preghiera per tutti. San Giovanni Paolo II lo ha definito la preghiera di un cristianesimo che ha conservato la «freschezza delle origini e si sente spinto dallo Spirito di Dio a “prendere il largo” […] per ridire, anzi “gridare” Cristo al mondo come Signore e Salvatore» (Lett. ap.Rosarium Virginis Mariae, 1).
Guardando tutti voi, Chiesa viva e giovane di Angola, e condividendo questo momento intenso e ricco di fervore, mi sembra che le parole del mio Santo Predecessore si adattino in modo del tutto speciale a questa grande comunità, in cui certamente si sentono la freschezza della fede e la forza dello Spirito.
Ci troviamo in un Santuario dove, per secoli, tanti uomini e donne hanno pregato, in momenti gioiosi e anche in circostanze tristi e molto dolorose della storia di questo Paese. Qui da tanto tempo Mama Muxima si adopera nascostamente a tenere vivo e pulsante il cuore della Chiesa, un cuore fatto di cuori: i vostri, e quelli di tante persone che amano, pregano, festeggiano, piangono e a volte addirittura, nell’impossibilità di venire materialmente, affidano a lettere e messaggi postali le proprie richieste e i propri voti, come ha ricordato Sua Eccellenza. Mama Muxima accoglie tutti, ascolta tutti e prega per tutti.
Abbiamo meditato i Misteri gloriosi della vita di Gesù, contemplando nella sua glorificazione il nostro destino e nel suo amore la nostra missione. Cristo, nella Pasqua, ha vinto la morte, mostrandoci la via per tornare al Padre. E perché anche noi possiamo percorrere questa via luminosa e impegnativa, rendendo il mondo intero partecipe della sua bellezza, ci ha donato il suo Spirito, che ci anima e ci sostiene nel cammino e nella missione. Come Maria, anche noi siamo fatti per il Cielo, e verso il Cielo camminiamo con gioia, guardando a Lei, Madre buona e modello di santità, per portare la luce del Risorto ai fratelli e alle sorelle che incontriamo, come abbiamo fatto simbolicamente all’inizio di ciascuna “decina”, attraverso rappresentanti di ogni vocazione e ogni età.
Come ha ricordato Monsignor Sumbelelo, questo Santuario, dedicato all’Immacolata Concezione, è stato spontaneamente “ribattezzato” dai fedeli Santuario della “Madre del cuore”. È un titolo bellissimo, che ci fa pensare al Cuore di Maria: un cuore limpido e sapiente, capace di conservare e meditare gli eventi straordinari della vita del Figlio di Dio (cfr Lc 2,19.51). Pregando assieme, anche noi abbiamo fatto così, lasciandoci accompagnare da Maria nel ricordo di Gesù. Abbiamo ripercorso con Lei vari momenti della vita del suo Figlio, per alimentare in noi un amore universale come il suo (cfr Rosarium Virginis Mariae, 11).
Recitare il Rosario, allora, ci impegna ad amare ogni persona con cuore materno, in modo concreto e generoso, e a spenderci per il bene gli uni degli altri, specialmente dei più poveri. Una mamma ama i suoi figli, pur diversi uno dall’altro, tutti allo stesso modo e con tutto il cuore. Anche noi, davanti alla Madre del cuore, vogliamo promettere di fare lo stesso, adoperandoci senza misura affinché a nessuno manchi l’amore, e con esso il necessario per vivere in modo dignitoso ed essere felice: perché chi ha fame abbia di che sfamarsi, perché tutti i malati possano ricevere le cure necessarie, perché ai bambini sia garantita un’adeguata istruzione, perché gli anziani vivano serenamente gli anni della loro maturità. A tutte queste cose pensa una mamma: a tutte queste cose pensa Maria, e invita anche noi a condividere la sua sollecitudine.
Cari giovani, cari membri della Legione di Maria, cari fratelli e sorelle, la Madonna ci chiede di lasciarci coinvolgere dai sentimenti del suo cuore, per essere come Lei operatori di giustizia e portatori di pace. Qui c’è un grande progetto in corso: la costruzione di un nuovo Santuario, che possa ospitare tutti quelli che vengono in pellegrinaggio. Specialmente voi, giovani, prendetelo come un segno. Anche a voi, infatti, la Madre del Cielo affida un grande progetto: quello di costruire un mondo migliore, accogliente, dove non ci siano più guerre, né ingiustizie, né miseria, né disonestà, e dove i principi del Vangelo ispirino e plasmino sempre più i cuori, le strutture e i programmi, per il bene di tutti.
È l’amore che deve trionfare, non la guerra! Questo ci insegna il cuore di Maria, il cuore della Mamma di tutti. Partiamo, allora, da questo Santuario come “angeli-messaggeri” di vita, per portare a tutti la carezza di Maria e la benedizione di Dio.
Mama Muxima, tueza kokué, Mama Muxima, tutambululé: “Mamma del cuore, veniamo a te, per offrirti tutto”. Così dice l’Inno a Mama Muxima, e continua: “Veniamo per chiedere la tua benedizione”.
Carissimi, offriamo tutto a Maria, donandoci tutti ai fratelli, e accogliamo con gioia, per sua intercessione, la benedizione del Signore, per portarla a chiunque incontriamo. Amen.
Visita alla Casa di Accoglienza per Anziani
Signora Direttrice,
carissimi fratelli e sorelle,
pace a questa Casa e a quanti vi abitano!
Vi ringrazio tanto per la vostra accoglienza, così piena di fede che mi tocca il cuore, ed è di grande conforto per la mia missione. Grazie!
Mi ha colpito sentire che voi chiamate questo luogo “lar”, che parla di famiglia. Ringrazio Dio per questo, e spero che tutti voi possiate davvero vivere qui in un ambiente familiare, per quanto possibile.
Gesù amava stare a casa dei suoi amici. Il Vangelo ci dice che andava nella casa di Pietro, a Cafarnao, dove un giorno guarì la sua suocera. Ci ricorda la sua amicizia con Maria, Marta e Lazzaro: nella loro casa, a Betania, era accolto come Maestro e Signore e nello stesso tempo con familiarità.
Allora, carissimi, mi piace pensare che Gesù abita anche qui, in questa casa. Sì, Lui dimora in mezzo a voi ogni volta che cercate di volervi bene e di aiutarvi a vicenda come fratelli e sorelle. Ogni volta che, dopo un’incomprensione o una piccola offesa, sapete perdonarvi e riconciliarvi. Ogni volta che, alcuni di voi o tutti insieme, pregate con semplicità e umiltà.
Esprimo il mio apprezzamento alle Autorità angolane per le iniziative in favore degli anziani più bisognosi, come pure a tutti i collaboratori e ai volontari. La cura delle persone fragili è un segno molto importante della qualità della vita sociale di un Paese. E non dimentichiamo: le persone anziane non vanno solo assistite, vanno prima di tutto ascoltate, perché custodiscono la saggezza di un popolo. E dobbiamo loro riconoscenza, perché hanno affrontato grandi difficoltà per il bene della comunità.
Care sorelle e cari fratelli, porterò nel cuore il ricordo di questo incontro con voi. La Vergine Maria, che riempiva di fede e d’amore la Casa di Nazaret, vegli sempre su questa comunità. E vi accompagni anche la mia benedizione. Grazie!
Cari fratelli e sorelle,
in ogni parte del mondo, la Chiesa vive come popolo che cammina alla sequela di Cristo, nostro fratello e Redentore: Egli, il Risorto, ci illumina la via verso il Padre e con la forza dello Spirito ci santifica, affinché trasformiamo il nostro stile di vita secondo il suo amore. Questa è la Buona Notizia, il Vangelo che scorre come sangue nelle vene, sostenendoci lungo la strada. Una strada che oggi mi ha portato qui, con voi! Nella gioia e nella bellezza della nostra assemblea, riunita nel nome di Gesù, ascoltiamo con cuore aperto la sua Parola di salvezza, perché ci fa riflettere sul motivo e sul fine per i quali seguiamo il Signore.
Quando il Figlio di Dio si fa uomo, infatti, compie gesti eloquenti per manifestare la volontà del Padre: fa luce nelle tenebre donando la vista ai ciechi, dà voce agli oppressi sciogliendo la lingua dei muti, sazia la nostra fame di giustizia moltiplicando il pane per i poveri e i deboli. Chi sente parlare di queste opere, si mette alla ricerca di Gesù. Al contempo, il Signore vede nel nostro cuore e ci chiede se lo cerchiamo per gratitudine o per interesse, per calcolo o per amore. Dice infatti alla gente che lo seguiva: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati» (Gv 6,26). Le sue parole rivelano i progetti di chi non desidera l’incontro con una persona, ma il consumo di oggetti. La folla vede Gesù come uno strumento per altro, un erogatore di servizi. Se Egli non desse loro qualcosa da mangiare, i suoi gesti e i suoi insegnamenti non interesserebbero.
Questo accade quando alla fede autentica si sostituisce un commercio superstizioso, nel quale Dio diventa un idolo che si cerca solo quando ci serve, finché ci serve. Persino i più bei doni del Signore, che sempre si prende cura del suo popolo, diventano allora una pretesa, un premio o un ricatto, e vengono fraintesi proprio da chi li riceve. Il racconto evangelico ci fa dunque capire che esistono motivi sbagliati per cercare Cristo, anzitutto quando viene considerato un santone [gurù] o un portafortuna. Anche il fine che quella folla si propone è inadeguato: non cercano infatti un maestro cui volere bene, ma un leader da riverire per tornaconto.
Ben diverso è l’atteggiamento di Gesù verso di noi: Egli, infatti, non respinge questa ricerca insincera, ma la sprona a convertirsi. Non caccia via la folla, ma invita tutti a esaminare cosa palpita nel nostro cuore. Cristo ci chiama a libertà: non vuole servi o clienti, ma cerca fratelli e sorelle cui dedicarsi con tutto sé stesso. Per corrispondere con fede a questo amore, non basta sentir parlare di Gesù: occorre accogliere il senso delle sue parole. Non basta nemmeno vedere quello che Gesù fa: occorre seguire e imitare la sua iniziativa. Quando nel segno del pane condiviso vediamo la volontà del Salvatore, che dà sé stesso per noi, allora ci avviciniamo all’incontro vero con Gesù, che diventa sequela, missione e vita.
Il monito che il Signore rivolge alla folla si trasforma così in un invito: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna» (Gv 6,27). Con queste parole, Cristo indica il suo vero dono per noi: non ci chiama al disinteresse per il pane quotidiano, che anzi moltiplica in abbondanza e insegna a chiedere nella preghiera. Ci educa al modo giusto di cercare il pane della vita, cibo che ci sostiene per sempre. Il desiderio della folla trova così una risposta ancor più grande e sorprendente: Gesù non ci dà un cibo che finisce, ma un pane che non ci fa finire, perché è cibo di vita eterna.
Il suo dono fa luce sul nostro presente: oggi vediamo, infatti, che molti desideri della gente sono frustrati dai violenti, sfruttati dai prepotenti e ingannati dalla ricchezza. Quando l’ingiustizia corrompe i cuori, il pane di tutti diventa possesso di pochi. Davanti a questi mali, Cristo ascolta il grido dei popoli e rinnova la nostra storia: da ogni caduta ci rialza, in ogni sofferenza ci conforta, nella missione ci incoraggia. Come il pane vivo che sempre ci dà, l’Eucaristia, così la sua storia non conosce fine, e perciò toglie la fine, cioè la morte, dalla nostra storia, che il Risorto apre con la forza del suo Spirito. Cristo vive! Egli è il nostro Redentore. Questo è il Vangelo che condividiamo, rendendo fratelli tutti i popoli della terra. Questo è l’annuncio che trasforma il peccato in perdono. Questa è la fede che salva la vita!
La testimonianza pasquale, dunque, riguarda certamente Cristo, il crocifisso che è risorto, ma proprio perciò riguarda anche noi: in Lui prende voce l’annuncio della nostra risurrezione. Noi non siamo venuti al mondo per morire. Noi non siamo nati per diventare schiavi né della corruzione della carne, né di quella dell’anima: ogni forma di oppressione, violenza, sfruttamento e menzogna nega la risurrezione di Cristo, dono supremo della nostra libertà. Questa liberazione dal male e dalla morte, infatti, non accade soltanto alla fine dei giorni, ma nella storia di tutti i giorni. Cosa dobbiamo fare per accogliere tale dono? Il Vangelo stesso ce lo insegna: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato» (Gv 6,29). Sì, crediamo! Oggi, insieme lo diciamo con forza e con gratitudine verso di Te, Signore Gesù. Vogliamo seguirti e servirti nel nostro prossimo: la tua parola è per noi regola di vita, criterio di verità.
«Beato chi cammina nella legge del Signore» (cfr Sal 119/118,1): così abbiamo cantato con il Salmo. Carissimi, è il Signore a tracciare la via per questo cammino, non le nostre urgenze, né le mode del momento. Perciò, alla sequela di Gesù, il cammino ecclesiale è sempre un «sinodo della risurrezione e della speranza» (Esort. ap. Ecclesia in Africa, 13), come affermava san Giovanni Paolo II nella sua Esortazione apostolica per l’Africa: proseguiamo in questa sapiente direzione! Col Vangelo nel cuore, avrete coraggio davanti alle difficoltà e alle delusioni: la via, che Dio ha aperto per noi, non viene mai meno. Il Signore, infatti, va sempre al nostro passo, affinché possiamo proseguire sulla sua strada: Cristo stesso dà orientamento e forza al cammino, un cammino che vogliamo imparare a vivere sempre più come dev’essere, cioè sinodale.
In particolare, «la Chiesa annuncia la Buona Novella non solamente attraverso la proclamazione della parola che ha ricevuto dal Signore, ma anche mediante la testimonianza della vita, grazie alla quale i discepoli di Cristo rendono ragione della fede, della speranza e dell’amore che sono in essi» (ibid., 55). Condividendo l’Eucaristia, pane di vita eterna, siamo chiamati a servire il nostro popolo con una dedizione che solleva da ogni caduta, che ricostruisce quanto la violenza rovina e condivide con gioia i legami fraterni. Attraverso di noi, l’intraprendenza della grazia divina porta buoni frutti soprattutto nelle avversità, come mostra l’esempio del protomartire Stefano (cfr At 6,8-15).
Carissimi, la testimonianza dei martiri e dei santi ci incoraggia e ci sprona a un cammino di speranza, di riconciliazione e di pace, lungo il quale il dono di Dio diventa l’impegno dell’uomo nella famiglia, nella comunità cristiana, nella società civile. Percorrendolo insieme, alla luce del Vangelo, la Chiesa in Angola cresce secondo quella fecondità spirituale che inizia dall’Eucaristia e prosegue nella cura integrale di ciascuna persona e di tutto il popolo. In particolare, la vitalità delle vocazioni che sperimentate è segno della corrispondenza al dono del Signore, sempre abbondante per chi lo accoglie con cuore puro. Grazie al Pane di vita nuova, che oggi condividiamo, possiamo proseguire nel cammino di tutta la Chiesa, che ha per meta il Regno di Dio, per luce la fede e per anima la carità.
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Ringraziamento finale al termine della Messa
Carissimi fratelli e sorelle,
oggi pomeriggio avremo l’ultimo incontro con la Comunità cattolica in Angola, ma in questo momento desidero rivolgere a tutti il mio saluto pieno di gratitudine.
Grazie ai Vescovi che hanno preparato la mia visita, e con loro ai presbiteri e ai diaconi, come pure ai consacrati e ai fedeli laici.
Viva riconoscenza esprimo alle Autorità civili angolane per il grande impegno organizzativo.
Angola, rimani fedele alle tue radici cristiane! Così potrai continuare, sempre meglio, a dare il tuo apporto per la costruzione della giustizia e della pace in Africa e nel mondo intero. Grazie mille!
Incontro con i Vescovi, i Sacerdoti, i Consacrati, le Consacrate e gli Operatori Pastorali
Cari fratelli nell’episcopato,
sacerdoti, consacrati, consacrate,
catechisti,
fratelli e sorelle!
Saluto anche i Padri Cappuccini che oggi ci accolgono nella loro Casa: tante grazie!
È una grande gioia per me incontrarvi. Grazie della vostra accoglienza! E prima di tutto esprimo la mia gratitudine a tutti coloro che hanno servito e servono il Vangelo in Angola: grazie per l’opera di evangelizzazione compiuta in questo Paese, per la speranza di Cristo seminata nel cuore del popolo, per la carità verso i più poveri. Grazie perché continuate con perseveranza a contribuire al progresso di questa Nazione sulle solide fondamenta della riconciliazione e della pace. Un saluto speciale ai miei fratelli Vescovi, che presiedono all’annuncio della fede e al servizio della carità. Grazie, Mons. José Manuel, Arcivescovo di Saurimo, per le parole che mi ha rivolto a nome della Conferenza Episcopale.
E se spetta a me, a nome della Chiesa universale, riconoscere in questo momento la vitalità cristiana che pulsa nelle vostre comunità, spetta al Signore darvi la ricompensa. Egli non viene meno alle sue promesse! Anche a voi, un giorno, ha rivolto queste parole che, con fede, avete accolto e fatto fruttificare: «Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto […], insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà» (Mc 10,29-30).
Carissimi, il Signore conosce la generosità con cui avete abbracciato la vostra vocazione e non è indifferente a tutto ciò che, per amore suo, fate per nutrire il vostro popolo con la verità del Vangelo. Vale quindi la pena aprire interamente il cuore a Cristo! Potrebbe forse sorgere la tentazione di pensare che Egli venga a togliervi qualcosa, la tentazione di esitare a lasciargli prendere le redini della vostra vita. In quelle occasioni, ricordate che «Egli non toglie nulla, Egli dona tutto. Chi si dona per Lui, riceve il centuplo. Aprite, spalancate le porte a Cristo e troverete la vita vera» (Benedetto XVI, Omelia all’inizio del ministero petrino, 24 aprile 2005). Queste parole desidero rivolgerle, in modo particolare, ai tanti giovani dei vostri seminari e delle vostre case di formazione. Non abbiate paura di dire “sì” a Cristo, di modellare completamente la vostra vita sulla sua! Non abbiate paura del domani: voi appartenete totalmente al Signore. Vale la pena seguirlo nell’obbedienza, nella povertà, nella castità. Egli non toglie nulla! L’unica cosa che toglie a noi e prende su di sé è il peccato. Sì, da Lui ricevete tutto: questa terra e la famiglia in cui siete nati; il Battesimo, che vi ha inseriti nella grande famiglia della Chiesa; e la vostra vocazione. «A lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen» (Ap 1,6).
Cari fratelli e sorelle, il Signore vi dona la gioia di essere suoi discepoli-missionari, la forza per vincere le insidie del maligno, la speranza della vita eterna. Tutto questo è vostro, tutto questo è dono. Dono che nobilita e rende grandi, che impegna e responsabilizza. E il dono più grande è lo Spirito Santo che, riversato nei vostri cuori nel Battesimo, in vista della missione vi ha conformati in modo speciale a Cristo, il quale vi ha inviati affinché, a partire dal Vangelo, edifichiate una società angolana libera, riconciliata, bella e grande. In questa missione, quanto è importante il ministero dei catechisti! Proprio in Africa è un’espressione fondamentale della vita della Chiesa, che può essere di ispirazione per le comunità cattoliche in ogni parte del mondo.
«Tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo» (1Cor 3,23), insegna San Paolo. A cinquant’anni dall’indipendenza del vostro Paese, queste parole dell’Apostolo ci dicono che il presente e il futuro dell’Angola vi appartengono, ma voi appartenete a Cristo. Tutti gli angolani, senza eccezioni, hanno il diritto di costruire questo Paese, beneficiandone in modo equo; tuttavia, i discepoli del Signore hanno il dovere di farlo secondo la legge della carità. Alla base del vostro agire c’è l’essere discepoli di Gesù. Spetta a tutti voi essere la sua immagine e, in questo compito, nessuno può sostituirvi. Qui risiede la vostra unicità! Voi siete sale e luce di questa terra perché siete membra del Corpo di Cristo e, per questo, i vostri gesti, le vostre parole e le vostre azioni, rispecchiando la sua carità, costruiscono le comunità dall’interno ed edificano per l’eternità.
Ciò che si chiede ai discepoli di Cristo è di rimanere strettamente uniti a Lui (cfr Gv 15,1-8). Il resto verrà da sé. So che siete nel mezzo di un triennio pastorale dal motto «Discepoli fedeli, discepoli gioiosi (cfr At 11,23-26)», dedicato alla preghiera e alla riflessione sul ministero ordinato e sulla vita consacrata. Quali vie il Signore apre alla Chiesa in Angola? Saranno certamente molte! Cercate di seguirle tutte! Ma la prima via è quella della fedeltà a Cristo. A tale scopo, continuate a valorizzare la formazione permanente, vigilate sulla coerenza della vita e, soprattutto in questi tempi, perseverate nell’annuncio della Buona Novella della pace.
Alla scuola di Cristo, che è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6), c’è sempre molto da imparare. Ricordate il dialogo di Gesù con Filippo, quando questi gli chiese: «Signore, mostraci il Padre, e ci basta!». È sorprendente la risposta del Maestro: «Da tanto tempo sono con voi, e non mi hai conosciuto, Filippo? Chi vede me, vede il Padre» (Gv 14,8-9). Questo ci ricorda la dimensione contemplativa della formazione permanente. Conoscere Cristo passa, senza dubbio, attraverso una buona formazione iniziale, con l’accompagnamento personale dei formatori; passa attraverso l’adesione ai programmi delle vostre diocesi, congregazioni e istituti; passa attraverso uno studio personale serio, per illuminare i fedeli che vi sono affidati salvandoli soprattutto dalla pericolosa illusione della superstizione. Tuttavia, la formazione è molto più ampia: riguarda l’unità della vita interiore, la cura di noi stessi e del dono di Dio che abbiamo ricevuto (cfr 2Tm 1,6), ricorrendo alla letteratura, alla musica, allo sport, alle arti in generale, e soprattutto alla preghiera di adorazione e contemplazione. Specialmente nei momenti di sconforto e di prova, «che dolce è stare davanti a un crocifisso, o in ginocchio davanti al Santissimo, e semplicemente essere davanti ai suoi occhi! Quanto bene ci fa lasciare che Egli torni a toccare la nostra esistenza e ci lanci a comunicare la sua nuova vita!» (Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium, 264). Senza questa dimensione contemplativa, cessiamo di essere coerenti con il Vangelo e di rispecchiare la potenza della Risurrezione.
«L’uomo contemporaneo – diceva San Paolo VI – ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, oppure, se ascolta i maestri, lo fa perché sono testimoni» (Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 41; cfr Udienza generale, 2 ottobre 1974). La fedeltà di Cristo, che ci ha amato sino alla fine, è il vero impulso della nostra fedeltà. Una fedeltà che è facilitata dall’unità dei presbiteri con il proprio vescovo e con i confratelli del presbiterio, dei consacrati e delle consacrate con il proprio superiore e tra di loro. Cari fratelli e sorelle, alimentate la fraternità tra di voi con franchezza e trasparenza, non cedete alla prepotenza e all’autoreferenzialità, non staccatevi dal popolo, specialmente dai poveri, rifuggite la ricerca dei privilegi. Per la vostra fedeltà e, quindi, per la vostra missione, la famiglia sacerdotale o religiosa è indispensabile, ma lo è anche la famiglia in cui siamo nati e cresciuti. La Chiesa ha grande stima dell’istituzione familiare, insegnando che il focolare è il luogo di santificazione di tutti i suoi membri. Per molti di voi, certamente, la culla della vocazione è stata proprio la famiglia, che ha apprezzato e accudito il germogliare della speciale chiamata ricevuta. Ai vostri familiari, quindi, va la mia viva riconoscenza per aver curato, sostenuto e protetto la vostra vocazione. Allo stesso tempo, li esorto ad aiutarvi sempre a rimanere fedeli al Vangelo, a non cercare vantaggi dal vostro servizio ecclesiale. Vi sostengano con la loro preghiera e vi infondano entusiasmo con i buoni consigli di un padre e di una madre, affinché siate santi e non dimentichiate mai che, a immagine di Gesù, siete servi di tutti.
Infine, la vostra fedeltà in Angola, come dev’essere in tutto il mondo, è oggi particolarmente legata all’annuncio della pace. In passato avete dimostrato coraggio nel denunciare il flagello della guerra, nel sostenere le popolazioni tormentate rimanendo al loro fianco, nel costruire e ricostruire, nell’indicare vie e soluzioni per porre fine al conflitto armato. Il vostro contributo è comunemente riconosciuto e apprezzato. Ma questo impegno non è finito! Promuovete dunque una memoria riconciliata, educando tutti alla concordia e valorizzando, in mezzo a voi, la testimonianza serena di quei fratelli e sorelle che, dopo aver attraversato tormenti dolorosi, hanno perdonato tutto. Gioite con loro, fate festa per la pace!
Inoltre, non dimenticate che, secondo le parole di San Paolo VI, «lo sviluppo è il nuovo nome della pace» (Lett. enc. Popolorum progressio, 87). È quindi decisivo che, interpretando la realtà con saggezza, non smettiate di denunciare le ingiustizie, offrendo proposte secondo la carità cristiana. Continuate ad essere una Chiesa generosa, che coopera allo sviluppo integrale del vostro Paese. Per questo è stato ed è determinante tutto ciò che realizzate nei campi dell’istruzione e della sanità. In questo senso, quando sopraggiungeranno le difficoltà, ricordatevi dell’eroica testimonianza di fede degli angolani e delle angolane, missionari e missionarie nati qui o venuti dall’estero, che hanno avuto il coraggio di dare la vita per questo popolo e per il Vangelo, preferendo la morte al tradimento della giustizia, della verità, della misericordia, della carità e della pace di Cristo. Anche voi, carissimi, a partire da ogni Eucaristia, siete corpo offerto e sangue versato per la vita e la salvezza dei vostri fratelli. Al vostro fianco c’è sempre la Vergine Maria, Mama Muxima. Dio benedica e faccia fruttificare la vostra dedizione e la vostra missione!
Conferenza stampa sul volo da Luanda a Malabo
Matteo Bruni
Buongiorno a tutti. Anche quest’altro passaggio si è concluso e buongiorno Santità, do a Lei la parola, così magari se vuole dirci due parole.
Papa Leone XIV
Buongiorno a tutti! Adesso, avendo fatto questa parte del viaggio in Angola, innanzitutto vorrei ricordare in questo primo anniversario della sua morte il Papa Francesco che ha lasciato, donato tanto alla Chiesa con la sua vita, la sua testimonianza, la sua parola e i suoi gesti: tante volte quello che ha fatto, vivendo veramente la vicinanza ai più poveri, a quelli più piccoli, ai malati, ai bambini, agli anziani. Ha lasciato tanto nella Chiesa con la sua testimonianza e la sua parola. Possiamo ricordare tante cose, per esempio la fratellanza universale, cercando di promuovere un autentico rispetto per tutti gli uomini e tutte le donne, promuovendo questo spirito di fraternità, di essere fratelli e sorelle tutti, di cercare come vivere il messaggio che troviamo nel Vangelo però riconoscendo questo spirito di fratellanza fra tutti. Possiamo ricordare anche il messaggio della misericordia, da quella prima volta nell’Angelus, o anche nella Santa Messa che lui ha celebrato ancora prima dell’inaugurazione del pontificato, il 17 marzo 2013, quando ha predicato sulla donna trovata in adulterio e come ha parlato dal cuore della misericordia di Dio, come ha parlato dal cuore di questo grande amore, di perdono, generosa espressione di misericordia del Signore. E ha voluto condividere questo spirito con tutta la Chiesa, dando anche quella bellissima celebrazione di un Giubileo straordinario della Misericordia. Preghiamo che lui già stia godendo della misericordia del Signore e ringraziamo il Signore per il gran dono della vita di Francesco a tutta la Chiesa e a tutto il mondo.
Bene. Poi, penso che sull’Angola c’è forse qualche domanda… Però siamo veramente contenti! Ah, non voglio dimenticare, penso che ci sono due o tre che oggi hanno il compleanno, auguri anche a loro! Chi sono? [Bruni risponde]. Tanti auguri!
Matteo Bruni
Qui ci sono davanti a Lei alcuni giornalisti angolani, la prima a fare la domanda sarà Adelina, della Televisione angolana.
Prima Domanda
Buongiorno Santità! Come può la Chiesa aiutare lo Stato angolano a migliorare l’educazione e la salute? Che Chiesa ha trovato in Angola, sapendo che la Chiesa angolana è molto fertile in termini di vocazioni, di madri e di padri [suore e sacerdoti]?
Papa Leone XIV
Bene. Certamente, riguardo a come la Chiesa può aiutare lo Stato, entriamo in una questione… Lavoriamo tutti insieme per il bene di tutto il popolo, ma da punti diversi. Comunque, posso dirvi che una delle questioni di cui ho conversato con il Presidente è precisamente questa della salute e dell’educazione: come possiamo anche lavorare insieme, dove è possibile, per migliorare i servizi che lo Stato, nel caso dell’Angola, offre soprattutto al popolo: la costruzione di nuovi ospedali, nuove strutture. Un impegno forte per il bene del popolo. Questo è veramente importante. Credo che la Chiesa abbia la responsabilità, con la testimonianza, con la parola e anche con una predicazione, un annuncio coraggioso della Parola di Dio, di riconoscere i diritti di tutti e aiutare in questo senso a promuovere i diritti universali.
Matteo Bruni
Grazie, Santità! Grazie, Adelina Domingos. L’altra domanda è da parte dell’Agenzia di stampa angolana, Mauro Romeo.
Seconda Domanda
Buongiorno Santità! L’Angola ha perso molto di recente il suo Cardinale e il popolo angolano è in ansiosa attesa di un altro. Quando sarà, Santo Padre?
Papa Leone XIV
Questa è la domanda che molti vogliono fare! Non è deciso ancora quando ci sarà la creazione di nuovi Cardinali. Bisogna vedere un po’ la questione a un livello globale. Speriamo che per l’Africa e anche magari per l’Angola nel futuro, non dico prossimo, un po’ più lontano, però si potrà considerare la nomina, la creazione di un nuovo Cardinale anche per l’Angola. Grazie.
Matteo Bruni
Grazie Santità! L’ultima domanda è da parte di Cornelio Bento della Radio cattolica angolana.
Terza Domanda
Buongiorno Santità! La Chiesa in Angola è cresciuta molto per numero di fedeli. Si sente sempre più che le diocesi sono sempre più piccole [insufficienti] per assisterli. Ci sarà la creazione di nuove diocesi per l’Angola o i Vescovi angolani ancora non gliel’hanno chiesto, Santità?
Papa Leone XIV
Bene, è sempre una gioia vedere i luoghi nel mondo dove la Chiesa sta crescendo. E sappiamo tutti che ci sono altri luoghi del mondo dove succede il contrario. Quindi c’è qui una chiamata all’evangelizzazione, a continuare ad annunciare il Vangelo e cercare di invitare altri, non nel proselitismo, come diceva tante volte il Papa Francesco, ma per la bellezza, l’attrazione della fede. La gioia dei credenti è uno dei migliori annunci della fede, del Vangelo. E quindi è vero che in Angola la Chiesa sta crescendo. Con il lavoro dei Vescovi stessi, che possono fare la proposta, con la collaborazione del Nunzio Apostolico, possiamo vedere concretamente dove sarebbe importante creare nuove diocesi per il bene del popolo, per avere questa possibilità di più vescovi con più vicinanza come pastori con il popolo. Grazie.
Bene. Buon volo, buon viaggio! Tanti auguri a tutti!
Incontro con le Autorità, con la Società Civile e con il Corpo Diplomatico
Signor Presidente,
distinte Autorità e membri del Corpo Diplomatico,
Signore e Signori!
Vi saluto cordialmente, grato per la vostra accoglienza e per le parole che mi sono state rivolte. Sono felice di essere qui a visitare l’amato popolo della Guinea Equatoriale. Visitando il Paese, il Santo Papa Giovanni Paolo II definì, Signor Presidente, la Sua persona come «il centro simbolico al quale convergono le vive aspirazioni di un popolo per l’instaurazione di un clima sociale di autentica libertà, di giustizia, di rispetto e promozione dei diritti di ciascuna persona o gruppo, e di migliori condizioni di vita, che permettano a tutti di realizzarsi come uomini e come figli di Dio» (S. Giovanni Paolo II, Discorso al Presidente della Guinea Equatoriale, Malabo). Sono parole che rimangono attuali e che interrogano chiunque sia investito di responsabilità pubbliche. D’altra parte, «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (Cost. past.Gaudium et spes, 1). Queste espressioni della Costituzione Gaudium et spes del Concilio Vaticano II esprimono al meglio le ragioni e i sentimenti che mi conducono a voi, per confermare nella fede e consolare il popolo di questo Paese in rapida trasformazione. Come nel cuore di Dio, infatti, così nel cuore della Chiesa risuona l’eco di quanto avviene quaggiù, fra milioni di uomini e donne per i quali il nostro Signore Gesù Cristo ha dato la vita.
Voi sapete che Sant’Agostino leggeva gli avvenimenti e la storia secondo il modello di due città: quella di Dio, eterna, caratterizzata dal suo amore incondizionato (amor Dei), unito all’amore del prossimo, specialmente dei poveri; e quella terrena, luogo di dimora provvisorio, in cui l’uomo e la donna vivono fino alla morte. In questa prospettiva, le due città esistono assieme fino alla fine dei tempi (cfr De civitate Dei, 19,14) e ogni essere umano nelle sue decisioni manifesta, giorno per giorno, a quale di esse vuole appartenere.
So che avete intrapreso l’imponente progetto di costruire una città, che da pochi mesi è la nuova capitale del vostro Paese. Avete voluto chiamarla con un nome in cui sembra risuonare quello della Gerusalemme biblica, Ciudad de la Paz. Possa una tale decisione interrogare ogni coscienza su quale città voglia servire! Come ho avuto modo di ricordare al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, per il grande padre Agostino la città terrena è incentrata sull’amore orgoglioso di sé (amor sui), sulla brama di potere e di gloria mondani che portano alla distruzione.
Diversamente, Agostino ritiene che i cristiani siano chiamati da Dio ad abitare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria. È la città verso cui Abramo «partì senza sapere dove andava. Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso» (Eb 11,8-10). Ogni essere umano può apprezzare l’antichissima consapevolezza di vivere sulla terra come di passaggio. È fondamentale che avverta la differenza fra ciò che dura e ciò che passa, conservandosi libero dall’ingiusta ricchezza e dall’illusione del dominio. In particolare, «il cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l’etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile. La Città di Dio non propone un programma politico ma offre preziose riflessioni su questioni fondamentali della vita sociale e politica» (Discorso al Corpo Diplomatico, 9 gennaio 2026).
Oggi la Dottrina sociale della Chiesa rappresenta un aiuto per chiunque voglia affrontare le “cose nuove” che destabilizzano il pianeta e la convivenza umana, cercando prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia. Questo è parte fondamentale della missione della Chiesa: contribuire alla formazione delle coscienze, mediante l’annuncio del Vangelo, l’offerta di criteri morali e di autentici principi etici, nel rispetto della libertà di ogni individuo e dell’autonomia dei popoli e dei loro governi. L’obiettivo della Dottrina sociale è educare ad affrontare i problemi, che sono sempre diversi, perché ogni generazione è nuova, con nuove sfide, nuovi sogni, nuove domande.
In particolare, davanti a noi si stagliano questioni che scuotono le fondamenta dell’esperienza umana. Come ho avuto modo di sottolineare, paragonando i nostri tempi a quelli in cui Papa Leone XIII promulgò la Rerum novarum, oggi «l’esclusione è il nuovo volto dell’ingiustizia sociale. Il divario tra una “piccola minoranza” – l’1% della popolazione – e la stragrande maggioranza si è ampliato in modo drammatico. […] Quando parliamo di esclusione, ci troviamo anche di fronte a un paradosso. La mancanza di terra, cibo, alloggio e lavoro dignitoso coesiste con l’accesso alle nuove tecnologie che si diffondono ovunque attraverso i mercati globalizzati. I telefoni cellulari, i social network e persino l’intelligenza artificiale sono alla portata di milioni di persone, compresi i poveri» (Discorso ai Movimenti popolari, 23 ottobre 2025). Di conseguenza, è compito inderogabile delle Autorità civili e della buona politica rimuovere gli ostacoli allo sviluppo umano integrale, del quale la destinazione universale dei beni e la solidarietà sono principi fondamentali.
Non si può nascondere, ad esempio, che la rapidissima evoluzione tecnologica cui stiamo assistendo ha accelerato una speculazione connessa al bisogno di materie prime, che sembra far dimenticare esigenze fondamentali come la salvaguardia del creato, i diritti delle comunità locali, la dignità del lavoro, la tutela della salute pubblica. In proposito, faccio mio l’appello di Papa Francesco, che proprio un anno fa lasciava questo mondo: «Oggi dobbiamo dire no a un’economia dell’esclusione e della inequità. Questa economia uccide» (Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium, 53). È infatti ancora più evidente oggi, rispetto ad alcuni anni fa, che la proliferazione dei conflitti armati ha tra i suoi principali moventi la colonizzazione di giacimenti petroliferi e minerari, senza riguardo al diritto internazionale e all’autodeterminazione dei popoli.
Le stesse nuove tecnologie appaiono concepite e utilizzate primariamente a scopi bellici e in cornici di significato che non lasciano intendere una crescita di opportunità per tutti. Al contrario, senza un cambio di passo nell’assunzione di responsabilità politica e senza rispetto delle istituzioni e degli accordi internazionali, il destino dell’umanità rischia di venire tragicamente compromesso. Dio non vuole questo. Il suo Nome santo non può essere profanato dalla volontà di dominio, dalla prepotenza e dalla discriminazione: soprattutto, mai dev’essere invocato per giustificare scelte e azioni di morte. Il vostro Paese non esiti a verificare le proprie traiettorie di sviluppo e le positive opportunità di collocarsi sulla scena internazionale a servizio del diritto e della giustizia.
Il vostro è un Paese giovane! Sono certo, dunque, che nella Chiesa troverete aiuto per la formazione di coscienze libere e responsabili, con cui andare insieme verso il futuro. In un mondo ferito dalla prepotenza, i popoli hanno fame e sete di giustizia. Bisogna stimare chi crede nella pace e osare politiche controcorrente, con al centro il bene comune. Urge il coraggio di visioni nuove e di un patto educativo che dia ai giovani spazio e fiducia. La città di Dio, città della pace, va accolta infatti come un dono che viene dall’alto e a cui volgere il desiderio e ogni nostra risorsa. È una promessa e un compito. I suoi abitanti «forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci» (Is 2,4) e, asciugata ogni lacrima, parteciperanno al banchetto non più riservato a un’élite, perché grasse vivande, vini eccellenti, cibi succulenti (cfr Is 25,6) saranno condivisi fra tutti.
Signor Presidente, Signore e Signori, camminiamo insieme, con saggezza e speranza, verso la Città di Dio, che è città della pace. Grazie!
Incontro con il Mondo della Cultura
Signor Rettore,
illustri Autorità,
Signore e Signori!
Esprimo la mia gratitudine per l’invito a questo evento, con il quale viene inaugurato un nuovo campus dell’Università Nazionale della Guinea Equatoriale. Ringrazio inoltre per il gesto cortese di aver intitolato questa sede al mio nome, consapevole che un tale onore va oltre la persona e rimanda piuttosto ai valori che insieme desideriamo trasmettere.
L’inaugurazione di una sede universitaria è più di un atto amministrativo e trascende anche il semplice ampliamento delle infrastrutture e degli spazi destinati allo studio. Questa inaugurazione è un gesto di fiducia nell’essere umano: un’affermazione del fatto che vale la pena continuare a scommettere sulla formazione delle nuove generazioni e su quel compito, tanto esigente quanto nobile, che consiste nel cercare la verità e mettere la conoscenza al servizio del bene comune.
Pertanto, questo momento riveste un significato che va ben oltre i confini materiali del luogo e degli edifici. Oggi si apre anche uno spazio per la speranza, per l’incontro e per il progresso. Ogni autentica opera educativa, infatti, è chiamata a crescere non solo come struttura, ma come organismo vivente.
Forse per questo l’immagine dell’albero risulta particolarmente eloquente per parlare della missione universitaria. Per la popolazione della Guinea Equatoriale, la ceiba, albero nazionale, acquista un grande valore evocativo. Un albero mette radici profonde, si erge con pazienza e forza verso l’alto e racchiude in sé una fecondità che non esiste per sé stessa.
Nella sua grandezza, nella solidità del suo tronco e nell’ampiezza dei suoi rami, questo albero sembra offrire una parabola di ciò che un’istituzione universitaria è chiamata ad essere: una realtà ben radicata nella serietà dello studio, nella memoria viva di un popolo e nella ricerca perseverante della verità. Solo così potrà crescere salda; solo così sarà in grado di elevarsi senza perdere il contatto con la realtà storica in cui è situata e di offrire alle nuove generazioni, oltre agli strumenti per la riuscita professionale, ragioni per vivere, criteri per discernere e motivi per servire.
La storia dell’uomo può essere letta anche attraverso la simbologia di alcuni alberi biblici. Nel giardino del Libro della Genesi, accanto all’albero della vita, si erge anche l’albero della conoscenza del bene e del male (cfr Gen 2,9), i cui frutti Dio comanda all’uomo e alla donna di non mangiare. Va sottolineato che non si tratta di una condanna della conoscenza in quanto tale, come se la fede temesse l’intelligenza o guardasse con sospetto al desiderio di sapere. L’essere umano ha ricevuto la capacità di conoscere, di nominare, di discernere, di meravigliarsi davanti al mondo e di interrogarsi sul suo senso (cfr Gen 2,19).
Il problema non sta, dunque, nella conoscenza, ma nella sua deviazione verso un’intelligenza che non cerca più di corrispondere alla realtà, ma di piegarla alle proprie misure, giudicandola secondo la convenienza di chi pretende di conoscere. Lì la conoscenza cessa di essere apertura e diventa possesso; cessa di essere cammino verso la saggezza e si trasforma in orgogliosa affermazione di autosufficienza, aprendo la strada a smarrimenti che possono arrivare a diventare disumani.
Tuttavia, la storia biblica non si esaurisce davanti a quell’albero. La tradizione cristiana contempla un altro albero, quello della Croce, non come negazione dell’intelligenza umana, ma come segno della sua redenzione (cfr Col 2,2-3). Se nella Genesi appare la tentazione di una conoscenza separata dalla verità e dal bene, sulla croce si rivela invece una verità che, lungi dall’imporre il proprio dominio, si offre per amore ed eleva l’uomo alla dignità con cui è stato concepito fin dalla sua origine. Lì l’essere umano è invitato a lasciare che il suo desiderio di conoscere sia sanato: a riscoprire che la verità non si fabbrica, non si manipola né si possiede come un trofeo, ma si accoglie, si cerca con umiltà e si serve con responsabilità.
Per questo, da una prospettiva cristiana, Cristo non appare come una via d’uscita fideistica di fronte alla fatica intellettuale, come se la fede iniziasse dove la ragione si ferma. Al contrario: in Lui si manifesta la profonda armonia tra verità, ragione e libertà. La verità si offre come una realtà che precede l’uomo, lo interpella e lo chiama a uscire da sé stesso, e per questo può essere ricercata con fiducia. La fede, lungi dal chiudere questa ricerca, la purifica dall’autosufficienza e la apre a una pienezza verso la quale la ragione tende, anche se non può abbracciarla completamente.
In questo modo, l’albero della Croce riporta l’amore per la conoscenza al suo alveo originario. Ci insegna che conoscere significa aprirsi alla realtà, accoglierne il senso e custodirne il mistero. Così, la ricerca della verità rimane veramente umana: umile, seria e aperta a una verità che ci precede, ci chiama e ci trascende.
Non basta, infatti, che un albero dia frutto: conta anche la qualità di quel frutto, perché dai frutti si riconosce l’albero (cfr Mt 7,20). Allo stesso modo, un’università si misura dalla qualità degli studenti che offre alla vita della comunità, più che dal numero dei laureati o dall’estensione delle sue infrastrutture. Questo è il sincero desiderio che la Chiesa cattolica esprime nel suo impegno plurisecolare nell’ambito dell’educazione: che i professionisti siano validi grazie alla conoscenza e alla tecnica; frutti maturi per un’autentica fecondità, capaci di andare al di là della mera apparenza del successo.
Cari fratelli e sorelle, qui, negli spazi di questa sede, la ceiba della Guinea Equatoriale è chiamata a dare frutti di progresso solidale, di una conoscenza che nobiliti e sviluppi l’essere umano in modo integrale. È chiamata a offrire frutti di intelligenza e rettitudine, di competenza e saggezza, di eccellenza e servizio. Se qui si formeranno generazioni di uomini e donne profondamente plasmati dalla verità e capaci di trasformare la propria esistenza in un dono per gli altri, allora la ceiba continuerà a ergersi come un simbolo eloquente: radicata nel meglio di questa terra, elevata dalla nobiltà del sapere e feconda di frutti capaci di onorare la Guinea Equatoriale e di arricchire l’intera famiglia umana.
Con questi sentimenti, invoco su tutti voi — sulle autorità, sui docenti, sugli studenti, sul personale di questa Università e sulle vostre famiglie — l’abbondanza delle benedizioni di Dio Onnipotente che, in Gesù Cristo, Verità incarnata, ha manifestato all’uomo la verità su se stesso e sulla sua altissima dignità (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 22). E affido tutti alla materna protezione di Maria Santissima, Sede della Sapienza, affinché questi frutti, oltre ad essere abbondanti, siano anche molto buoni. Grazie mille!
Visita agli Operatori e Assistiti dell’Ospedale psichiatrico “Jean Pierre Olie”
Signor Direttore Generale,
distinte Autorità,
carissimi fratelli e sorelle!
Vi ringrazio di cuore per questa accoglienza, per la vostra ospitalità, per i canti, le danze. Grazie!
Ogni volta che visito un ospedale, una casa di accoglienza per persone che hanno magari alcune malattie o difficoltà, provo sentimenti contrastanti: da un lato, provo dolore o tristezza per le persone che stanno soffrendo, che spesso portano in sé un dolore molto grande, a volte con ferite visibili e a volte con ferite che nessuno vede, ma che la persona stessa sa di portare nel proprio cuore, nella propria vita. Provo dolore per le famiglie che spesso non sanno come accompagnare il paziente e aiutarlo.
Ma al tempo stesso provo ammirazione e conforto per tutto ciò che lì ogni giorno si fa per servire la vita umana. Anche qui mi succede questo, ma oggi in me, e spero anche in tutti voi, prevale la gioia e la speranza: la gioia di incontrarci nel nome del Signore, la gioia e la speranza di sapere che ci stiamo prendendo cura di chi vive una condizione di fragilità.
Alcune parole che ho ascoltato adesso mi hanno commosso.
Il Direttore ha detto: “Una società veramente gande non è quella che nasconde le sue debolezze, ma quella che le circonda di amore”. Sì, è così. Questo è un principio di civiltà che ha radici cristiane, perché è Cristo che nella storia dell’umanità ha riscattato la disabilità dalla maledizione e l’ha restituita a piena dignità. Ma il Salvatore non vuole e non può salvarci senza la nostra collaborazione, sia sul piano personale che su quello sociale: perciò ci chiede di amare i nostri fratelli e le nostre sorelle non a parole ma nei fatti. Una casa di cura come questa, con l’aiuto di Dio e con l’impegno di tutti, può diventare un segno della civiltà dell’amore.
Il Signor Pedro Celestino ha voluto concludere con un’espressione toccante: “Grazie di amarci così come siamo”. Perciò dico: Grazie a Lei, per la Sua testimonianza! Grazie a tutti voi per essere qui a dare testimonianza, segno che qui in questo luogo c’è amore autentico.
Dio ci ama come siamo. Solo Dio, in realtà, ci ama totalmente così come siamo. Ma non perché rimaniamo come siamo! No, Dio non ci vuole sempre malati, sempre sofferenti, ci vuole guarire! Questo si vede mille volte nel Vangelo: Gesù è venuto ad amarci come siamo ma non per lasciarci così, per prendersi cura di noi! E un ospedale, specialmente se ha un’ispirazione cristiana, è proprio questo: un luogo dove la persona è accolta così com’è, rispettata nella sua fragilità, ma per aiutarla a stare meglio, in una visione integrale. A tale scopo la dimensione spirituale è essenziale – mi ha fatto molto piacere che il Direttore l’abbia sottolineato.
Infine, grazie al Signor Tarcisio per la sua poesia! Vorrei dire che in un ambiente come questo si compongono ogni giorno tante “poesie” nascoste, forse non con parole, ma con piccoli gesti, con sentimenti, con attenzioni nei rapporti tra di voi. È un poema che solo Dio sa leggere pienamente e che consola il Cuore misericordioso di Cristo.
Carissimi, vi prego di esprimere la mia vicinanza a tutti i malati dell’ospedale, specialmente a quelli più gravi e più soli. A ciascuno, pazienti, operatori sanitari e personale, imparto di cuore la mia benedizione, affidandovi alla protezione di Maria, Salute dei malati. Tante grazie!
Saluto e benedizione prima della Santa Messa a Mongomo
Buongiorno! Un caloroso saluto a tutti voi! Vi ringrazio per la vostra presenza: è bello ritrovarci tutti uniti per lodare il Signore, rendere grazie per i suoi doni, ricevere la sua benedizione!
È un giorno benedetto dal Signore. Ora, in questo momento, alla presenza di tutti voi, vogliamo chiedere la benedizione su ciascuno di voi e sulle vostre famiglie: lo faremo durante la celebrazione della Santa Messa. Ma in questo momento vogliamo chiedere la benedizione del Signore su questa prima pietra, portata qui, che sarà utilizzata per iniziare la costruzione della futura cattedrale o chiesa della Città della Pace.
Vogliamo rinnovare la nostra fede, vogliamo rinnovare il nostro impegno a seguire Gesù Cristo, con fedeltà, nella sua Chiesa, nella Chiesa Cattolica, stare tutti uniti sempre nella Chiesa Cattolica!
Ed ora chiediamo la benedizione del Signore.
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen,
Effondi, Signore, la tua benedizione su tutto il tuo popolo, oggi in modo particolare su questa pietra che rappresenta la forza della fede, la forza che ci unisce, la forza che fa di noi fratelli e sorelle in Gesù Cristo, figli e figlie dell’unico Dio.
Che Dio vi benedica in questo giorno, che benedica questa pietra, che ci aiuti a rimanere sempre uniti nell’amore del Signore, Colui che ci ha creati, Colui che ci ha resi suoi figli, Colui che ci accompagna sempre.
E la benedizione di Dio Onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo discenda su questa pietra e su tutti voi per sempre.
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Omelia del Santo Padre
Carissimi fratelli e sorelle,
In questa splendida basilica Cattedrale, dedicata all’Immacolata Concezione, Madre del Verbo incarnato e Patrona del Guinea Equatoriale, siamo riuniti per ascoltare la Parola del Signore e celebrare il Memoriale che Egli ci ha lasciato come culmine e fonte della vita e della missione della Chiesa. L’Eucaristia racchiude davvero tutto il bene spirituale della Chiesa: è Cristo nostra Pasqua che si dona a noi, è il Pane vivo che ci sazia, è la presenza che ci rivela l’amore infinito di Dio per tutta la famiglia umana e il suo venire incontro a ogni donna e ogni uomo anche oggi.
Sono contento di poter celebrare insieme a voi, ringraziando il Signore per i 170 anni di evangelizzazione in queste terre della Guinea Equatoriale. Si tratta di un’occasione propizia per fare memoria di tutto il bene che il Signore ha operato e, allo stesso tempo, desidero esprimere la mia gratitudine ai tanti missionari, missionarie, sacerdoti diocesani, catechisti e fedeli laici che hanno speso la loro vita al servizio del Vangelo.
Essi hanno accolto le attese, le domande e le ferite del vostro popolo, illuminandole con la Parola del Signore e diventando segno dell’amore di Dio in mezzo a voi; con la loro testimonianza di vita, hanno collaborato all’avvento del Regno di Dio, senza temere di soffrire per la loro fedeltà a Cristo.
È una storia che non potete dimenticare, che da una parte vi lega alla Chiesa apostolica e universale che vi precede e, dall’altra, vi ha accompagnati nel diventare voi stessi i protagonisti dell’annuncio del Vangelo e della testimonianza di fede, adempiendo quelle parole profetiche pronunciate in terra africana dal Papa San Paolo VI: «Africani, voi siete, d’ora in poi, i vostri stessi missionari. La Chiesa di Cristo è davvero piantata in questa terra benedetta» (Omelia a conclusione del Simposio dei Vescovi in Africa, Kampala, Uganda, 31 luglio 1969).
In questa prospettiva, siete chiamati a continuare oggi sulla strada tracciata dai missionari, dai pastori e dai laici che vi hanno preceduto. A tutti e a ciascuno è richiesto un impegno personale che coinvolge la vita totalmente, perché la fede, celebrata in modo così festoso nelle vostre comunità e nelle vostre liturgie, nutra le vostre attività caritative e la responsabilità nei confronti del prossimo, per la promozione del bene di tutti.
Questo impegno richiede perseveranza, costa fatica, talvolta sacrificio, ma è il segno che siamo davvero la Chiesa di Cristo. La prima Lettura che abbiamo ascoltato, infatti, ci narra in pochi versetti come una Chiesa che annuncia con gioia e senza timore il Vangelo sia anche una Chiesa che, proprio per questo, può essere perseguitata (cfr At 8,1-8). D’altra parte, però, il Libro degli Atti degli Apostoli ci dice che, mentre i cristiani sono costretti a scappare e si disperdono, moltissimi si avvicinano alla Parola del Signore e possono vedere con i loro occhi che i malati nel corpo e nello spirito vengono guariti: sono i segni prodigiosi della presenza di Dio, che generano grande gioia in tutta la città (cfr vv. 6-8).
Così, fratelli e sorelle, anche se non sempre le situazioni personali, familiari e sociali che viviamo sono favorevoli, possiamo confidare nell’opera del Signore, che fa germogliare il seme buono del suo Regno per vie a noi sconosciute, anche quando sembra che tutto attorno a noi sia arido, e perfino nei momenti di oscurità. Con questa fiducia, radicata più nella forza del suo amore che nei nostri meriti, siamo chiamati a restare fedeli al Vangelo, ad annunciarlo, a viverlo in pienezza e a testimoniarlo con gioia. Dio non ci farà mancare i segni della sua presenza e, ancora una volta, come ci ha detto Gesù nel Vangelo che abbiamo appena ascoltato, sarà per noi “pane della vita”, che sazierà la nostra fame (cfr Gv 6,35).
Qual è la fame che sentiamo? E di cosa ha fame oggi questo Paese? Il motto per la mia visita è «Cristo, luce della Guinea Equatoriale verso un futuro di speranza», e forse proprio questa oggi è la fame più grande: c’è fame di futuro, ma di un futuro che sia abitato dalla speranza, che possa generare una nuova giustizia, che possa portare frutti di pace e di fraternità. E non si tratta di un futuro ignoto, che dobbiamo attendere in modo passivo, ma di un avvenire che proprio noi, con la grazia di Dio, siamo chiamati a costruire. Il futuro della Guinea passa attraverso le vostre scelte; è affidato al vostro senso di responsabilità e all’impegno condiviso per custodire la vita e la dignità di ogni persona.
È necessario, perciò, che tutti i battezzati si sentano coinvolti nell’opera di evangelizzazione, diventino apostoli di carità e testimoni di una nuova umanità.
Si tratta di prendere parte, con la luce e la forza del Vangelo, allo sviluppo integrale di questa terra, al suo rinnovamento, alla sua trasformazione. Tante sono le ricchezze naturali di cui il Creatore vi ha dotato: vi esorto a cooperare affinché possano essere una benedizione per tutti. Che il Signore vi aiuti a diventare sempre più una società in cui ciascuno, secondo le diverse responsabilità, opera al servizio del bene comune e non degli interessi particolari, superando le disuguaglianze tra privilegiati e svantaggiati. Crescano spazi di libertà, sia sempre salvaguardata la dignità della persona umana: penso ai più poveri, alle famiglie in difficoltà; penso ai carcerati, spesso costretti a vivere in condizioni igieniche e sanitarie preoccupanti.
Fratelli e sorelle, c’è bisogno di cristiani che prendano in mano il destino della Guinea Equatoriale. Per questo vorrei incoraggiarvi: non abbiate paura di annunciare e testimoniare il Vangelo! Siate voi i costruttori di un futuro di speranza, di pace e di riconciliazione, continuando l’opera che i missionari hanno iniziato 170 anni fa.
Vi accompagni in questo cammino la Vergine Maria Immacolata. Ella interceda per voi e vi renda generosi e gioiosi discepoli di Cristo.
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Parole del Santo Padre per accompagnare il dono del calice prima della benedizione finale
E desideriamo inoltre lasciare in dono a questa Comunità, a questa Chiesa, il calice che abbiamo utilizzato per celebrare l’Eucaristia su questo altare.
Che possiamo essere sempre uniti in comunione con Cristo.
Cari fratelli, care sorelle!
In alcuni posti dicono che la pioggia è segno della benedizione di Dio! Chiediamo che sia così! E viviamo questo momento anche come segno della vicinanza di Dio, Dio che mai ci abbandona.
Ho ascoltato con attenzione le vostre parole. Grazie per la chiarezza e per averci mostrato che, anche nelle difficoltà, la dignità umana e la speranza non vanno mai perdute.
Oggi sono qui per dirvi qualcosa di molto semplice: nessuno è escluso dall’amore di Dio! Ognuno di noi, con la propria storia, i propri errori e le proprie sofferenze, continua a essere prezioso agli occhi del Signore. Possiamo dirlo con certezza, perché Gesù ci ha rivelato questo in ogni incontro, in ogni gesto e in ogni parola. Persino arrestato, condannato e messo a morte senza alcuna colpa, Lui ci ha amato sino alla fine, mostrando di credere nella possibilità che l’amore cambi anche il cuore più indurito.
In questo mio viaggio, sto sperimentando che la Guinea Equatoriale è una terra ricca di culture, lingue e tradizioni. Le vostre famiglie, le vostre comunità e la vostra fede sono una grande forza per questa Nazione. Anche voi fate parte di questo Paese. L’amministrazione della giustizia ha lo scopo di proteggere la società, ma per essere efficace deve sempre investire sulla dignità e sulle potenzialità di ogni persona. Una vera giustizia cerca non tanto di punire, ma soprattutto di aiutare a ricostruire la vita sia delle vittime, sia dei colpevoli, sia delle comunità ferite dal male. Non c’è giustizia senza riconciliazione. È un lavoro immenso, di cui una parte può avvenire dentro la prigione e un’altra parte, ancora maggiore, deve coinvolgere tutta la comunità nazionale, per prevenire e riparare le ferite provocate dall’ingiustizia.
Voglio parlarvi, infatti, soprattutto di speranza e di cambiamento. Anche se il carcere appare un luogo di solitudine e desolazione, questo tempo – come è stato detto – può diventare un tempo di riflessione, di riconciliazione e di crescita personale. Si faccia di tutto, ad esempio, perché vi sia data in carcere la possibilità di studiare e di lavorare con dignità. La vita non è definita solo dagli errori commessi, esito in genere di circostanze pesanti e complesse: c’è sempre l’opportunità di rialzarsi, di imparare e di diventare una persona nuova.
Fratelli e sorelle, non siete soli. Le vostre famiglie vi amano e vi aspettano, e molti, al di fuori di queste mura, pregano per voi. E se anche qualcuno temesse di essere stato abbandonato da tutti, Dio non vi abbandonerà mai e la Chiesa sarà al vostro fianco. Pensate anche al vostro Paese, ai giovani della Guinea Equatoriale che hanno bisogno di esempi di perseveranza, responsabilità e fede. Ogni sforzo di riconciliazione, ogni gesto di bontà, può diventare una fiammella di speranza per gli altri.
Desidero ringraziare anche coloro che lavorano in questo centro penitenziario: il Direttore, gli Agenti e il Cappellano. Il loro servizio è fondamentale quando coniuga sicurezza, rispetto e umanità, garantendo l’ordine necessario ad accompagnare i detenuti in un percorso di reinserimento e di ricostruzione della propria vita.
Cari fratelli e sorelle, Dio non si stanca mai di perdonare. Egli apre sempre una nuova porta a chi riconosce i propri errori e desidera cambiare. Non permettete che il passato vi rubi la speranza nel futuro. Ogni giorno può essere un nuovo inizio.
Affidiamo questo cammino alla Vergine Maria, Madre di Misericordia. Che ella accompagni le vostre vite, consoli i vostri cuori e protegga le vostre famiglie. Oggi voglio assicurarvi la mia vicinanza e la mia preghiera per voi e per tutto il popolo della Guinea Equatoriale. E ricordate sempre: una persona che si rialza dopo essere caduta è più forte di prima. Che il Signore vi conceda pace, speranza e forza per ricominciare.
Fratelli e sorelle, sotto questa pioggia, che è benedizione di Dio, preghiamo insieme la preghiera che Cristo ci ha insegnato, dicendo: Padre nostro…
Incontro con i giovani e le famiglie
Cari giovani, care famiglie, la pace sia con voi!
Chi ha paura della pioggia? Chi vuole la benedizione di Dio? Grazie per essere qui! Continuiamo a far festa! La Chiesa ha bisogno dell’entusiasmo di tutti voi!
Cari fratelli e sorelle, con grande gioia vi saluto e ringrazio il Vescovo per le parole che mi ha rivolto. Ringrazio e tutti voi per la calorosa accoglienza e per il vostro entusiasmo che manifesta la gioia della vostra fede.
Sua Eccellenza ha descritto la Guinea Equatoriale come un Paese “giovane, pieno di energia, di domande, di voglia di vivere”, e al tempo stesso desideroso di fare di Cristo la propria luce. È un richiamo al motto di questo viaggio – Cristo, luce della Guinea Equatoriale, verso un futuro di speranza – Però, trova conferma nella presenza qui di tutti voi! La luce più splendente, qui, è quella dei vostri occhi, dei vostri volti, del vostro sorriso, dei canti, dei balli, in cui tutto è testimonianza che Cristo è gioia, senso, ispirazione e bellezza per la nostra vita.
Il vostro Paese, la Guinea Equatoriale è un Paese ricco di storia e di tradizioni. Lo abbiamo visto poco fa, nelle danze, nei costumi e nei simboli con cui ciascun gruppo ha espresso la propria identità, rendendo ancora più evidente e toccante il nostro stare insieme. Avete portato degli oggetti semplici e quotidiani – un bastone, una rete, la riproduzione di un’isola, una barca, uno strumento musicale – che parlano della vostra vita e dei valori antichi e nobili che la animano, come il servizio, l’unità, l’accoglienza, la fiducia, la festa. È l’eredità luminosa e impegnativa di cui voi, cari giovani, siete chiamati a essere, nella fede, il fondamento del futuro vostro e di questa Terra. Il futuro è vostro!
Li richiamava San Giovanni Paolo II quando, al suo arrivo in questo Paese, nell’incontrare una Chiesa così viva e dinamica, diceva ai fedeli, presenti ad accoglierlo: «Date sempre esempio di concordia fra di voi, di amore vicendevole, di capacità di riconciliazione, di rispetto effettivo dei diritti di ogni cittadino, di ogni famiglia, di ogni gruppo sociale. Rispettate e promovete la dignità di tutte le persone nel vostro paese, come esseri umani e come figli di Dio» (Discorso all’arrivo in Guinea Equatoriale, Malabo, 18 febbraio 1982). Sono parole che ancora oggi guidano i nostri cuori e devono illuminare il vostro cammino, mentre vi preparate alle responsabilità che vi attendono per il futuro.
Alicia, in proposito, ci ha parlato dell’importanza di essere fedeli ai propri doveri e di contribuire, con il lavoro quotidiano, al bene della famiglia e della società. Ha condiviso con noi il suo sogno di una terra “in cui i giovani, uomini e donne, non cerchino il successo facile, ma scelgano la cultura dello sforzo, della disciplina, del lavoro ben fatto e che questo sia valorizzato”. Ha detto che essere cristiana significa, oltre che partecipare alla celebrazione eucaristica, anche lavorare con dignità e trattare tutti con rispetto, richiamando anche la sfida del suo essere donna nel mondo del lavoro. Questo ci invita a riflettere sull’importanza dell’impegno fecondo e sulla necessità di promuovere sempre la dignità di ogni essere umano.
Lo stesso ha testimoniato Francisco Martin, riferendosi alla chiamata al Sacerdozio. Ha spalancato davanti a noi una finestra sulla realtà bellissima di tanti giovani che si donano totalmente a Dio per la salvezza dei fratelli. Non ha nascosto di aver faticato a trovare il coraggio di dire il suo “sì”, il suo fiat, “sì” Signore, ma nelle sue parole tutti abbiamo capito che affidarsi alla volontà di Dio dà gioia e profonda serenità. Una vita donata a Dio è una vita felice, che si rinnova ogni giorno nella preghiera, nei Sacramenti e nell’incontro con i fratelli e le sorelle che il Signore mette sulla nostra strada. Nella comunione dei cuori e nell’agire premuroso verso chi ha bisogno, si rinnovano i miracoli della carità. Perciò, se sentite che Cristo vi chiama alla sua sequela in una via di speciale consacrazione – come sacerdoti, religiose, religiosi, catechisti – non temete di mettervi sulle sue orme: come Lui stesso ha assicurato – e anch’io con forza voglio dirvi qui oggi – riceverete «cento volte tanto e […] la vita eterna» (Mt 19,29).
Carissimi, siete venuti a questo incontro con le vostre famiglie. Esse sono il terreno fertile in cui l’albero fresco e fragile della vostra crescita umana e cristiana affonda le sue radici. Perciò, voglio invitare tutti a ringraziare insieme il Signore per il dono dei vostri cari e, come ci hanno detto Purificación e Jaime Antonio, ad affidarvi a Lui perché le vostre famiglie possano crescere nell’unione, accogliere la vita come dono da custodire ed educare all’incontro con il Signore, il Signore che è Via, Verità e Vita (cfr Gv 14,6). Molti di voi vi state preparando al sacramento del Matrimonio. Essere sposi e genitori è una missione entusiasmante, un’alleanza da vivere giorno per giorno, in cui ci si ritrova sempre nuovi l’uno per l’altra, fautori, insieme a Dio, del miracolo della vita e costruttori di felicità, per voi e per i vostri figli. Preparatevi a vivere questa chiamata come un cammino di vero amore, che cresce nella libertà, un cammino di speranza che nasce dalla consapevolezza che Dio non vi abbandona, un cammino di santità che cerca sempre il bene e la felicità dell’altro.
Ringrazio tanto Victor Antonio per la sincerità e il coraggio con cui ha condiviso con noi la sua storia. Le sue parole ci aiutano a comprendere ancora più profondamente il valore di ciò che abbiamo detto. Esse cadono come macigno in mezzo a noi, ma non per distruggere. Sono piuttosto parole che devono incoraggiarci a costruire un mondo migliore, fondato sul rispetto per la vita che nasce e che cresce, e sul senso di responsabilità verso i bambini e i piccoli. Victor Antonio ci ha ricordato che accogliere la vita richiede amore, impegno e cura, e queste parole sulle sue labbra di adolescente, devono farci pensare seriamente a quanto è importante tutelare e custodire la famiglia e i valori che in essa si apprendono. Coltiviamoli, viviamoli e testimoniamoli anche quando farlo costa sacrificio, o quando, come dicevano Jaime Antonio e Purificación, giudizi, pregiudizi e stereotipi tentano di sminuirne il valore. Una famiglia che sa accogliere ed amare è luce, è calore. Papa Francesco ci ha lasciato parole bellissime su questo, ci ha detto: «La coppia del padre e della madre con tutta la loro storia d’amore […], la coppia che ama e genera la vita è la vera “scultura” vivente […], capace di manifestare il Dio creatore e salvatore» (Esort. ap. Amoris laetitia, 9.11).
Carissimi giovani, genitori, e tutti voi, qui presenti, lasciamoci entusiasmare dalla bellezza dell’amore, facciamoci testimoni dell’amore che Gesù ci ha lasciato e insegnato! Testimoniamo ogni giorno che amare è bello, che le gioie più grandi, in tutti gli ambienti, vengono dal saper donare e dal donarsi, specialmente quando ci si china su chi è più bisognoso. La luce della carità, coltivata nelle case e vissuta nella fede, può davvero trasformare il mondo, anche nelle sue strutture e istituzioni, perché ogni persona vi trovi rispetto e nessuno sia dimenticato (cfr Francesco, Messaggio in occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione 14 ottobre 2022). Sorelle e fratelli, Facciamo insieme, di questo, un proposito fermo, un impegno gioioso, perché Cristo, Crocifisso e Risorto, luce della Guinea Equatoriale, dell’Africa e del mondo intero, possa guidarci tutti verso un futuro di speranza.
Cari fratelli e sorelle,
desidero anzitutto salutare con affetto questa Chiesa particolare di Malabo con il suo Pastore e, al tempo stesso, esprimere le mie sentite condoglianze a tutta la comunità arcidiocesana, ai fratelli sacerdoti e ai familiari per la scomparsa, alcuni giorni fa, del suo Vicario Generale, Monsignor Fortunato Nsue Esono, che ricordiamo in questa Eucaristia.
Invito a vivere con spirito di fede questo momento di dolore e confido che, senza lasciarsi indurre a commenti o conclusioni affrettate, si faccia piena luce sulle circostanze della sua morte.
Le Scritture appena ascoltate ci interrogano, domandando a ciascuno di noi se e come sappiamo leggere le pagine bibliche che oggi condividiamo. Si tratta di un invito tanto serio quanto provvidenziale, perché ci prepara a leggere insieme il libro della storia, cioè le pagine della nostra vita, che Dio continua a ispirare con la sua sapienza.
Partecipando al cammino di un viandante, che da Gerusalemme torna proprio in Africa, il diacono Filippo gli domanda: «Capisci quello che stai leggendo?» (At 8,30). Quel pellegrino, un eunuco della regina d’Etiopia, gli risponde subito con umile sagacia: «E come potrei capire, se nessuno mi guida?» (v. 31). La sua domanda diventa così non solo un appello alla verità, ma un’espressione di curiosità. Guardiamo con attenzione a chi sta parlando: è un uomo ricco, come la sua terra, ma schiavo. Tutti i tesori che amministra non sono suoi: sue sono le fatiche, che vanno a beneficio di altri. Quest’uomo ha intelligenza e cultura, e lo dimostra sia nel lavoro che nella preghiera, ma non è pienamente libero. Questo stato è dolorosamente impresso sul suo corpo: si tratta infatti di un eunuco. Non può generare vita: le sue energie sono tutte a servizio di un potere che lo controlla e lo domina.
Proprio mentre sta tornando nella sua patria, l’Africa, diventata per lui luogo di servitù, l’annuncio del Vangelo lo libera. La parola di Dio, che ha tra le mani, porta un frutto sorprendente nella sua vita: quando incontra Filippo, testimone del Cristo crocifisso e risorto, l’eunuco diventa non solo lettore della Bibbia, cioè spettatore, ma protagonista di un racconto che lo coinvolge, perché riguarda proprio lui. Il testo sacro gli parla e suscita la sua domanda di verità. È così che questo africano entra nella Scrittura, ospitale verso ogni lettore che voglia capire la parola di Dio. Entra nella storia della salvezza, ospitale verso ogni uomo e ogni donna, soprattutto verso gli oppressi, gli emarginati e gli ultimi. Al testo scritto corrisponde ora il gesto vissuto: ricevendo il Battesimo, egli non è più un estraneo, ma diventa figlio di Dio, nostro fratello nella fede. Schiavo e senza discendenza, quest’uomo rinasce a vita nuova e libera nel nome del Signore Gesù: del suo riscatto parliamo ancora noi oggi, proprio mentre leggiamo le Scritture!
Come lui, anche noi siamo diventati cristiani mediante il Battesimo, ereditando la stessa luce, cioè la stessa fede, per leggere la parola di Dio. Per riflettere sulle profezie, per pregare i salmi, per studiare la Legge e proclamare il Vangelo con la nostra vita. Tutti i testi biblici, infatti, rivelano nella fede il loro senso vero, perché nella fede sono stati scritti e trasmessi fino a noi: perciò la loro lettura è un atto sempre personale e sempre ecclesiale, non un esercizio solitario o meramente tecnico.
Insieme leggiamo la Scrittura come bene comune della Chiesa, avendo per guida lo Spirito Santo, che ha ispirato a comporla, e la Tradizione apostolica, che l’ha custodita e diffusa su tutta la terra. Come chiede l’eunuco, anche noi possiamo capire la parola di Dio grazie a una guida che ci accompagna nel cammino di fede, come è stato il diacono Filippo, il quale «prendendo la parola e partendo da quel passo della Scrittura, annunciò a lui Gesù» (v. 35). Il viandante africano stava leggendo una profezia, che si è compiuta per lui allora così come si compie per noi oggi: il servo sofferente, del quale parla il profeta Isaia (cf. Is 53,7-8), è Gesù, colui che attraverso la sua passione, morte e risurrezione ci redime dal peccato e dalla morte. Egli è il Verbo fatto uomo, nel quale trova compimento ogni parola di Dio: ne rivela l’intenzione originaria, il senso pieno e il fine ultimo.
Come Cristo afferma, infatti, «solo colui che viene da Dio ha visto il Padre» (Gv 6,46). Nel Figlio, il Padre stesso mostra la sua gloria: Dio si fa vedere, sentire, toccare. Attraverso i gesti di Gesù, il Redentore, Egli dà pienezza a quel che da sempre fa: dare vita. Crea il mondo, lo salva, lo ama per sempre. A coloro che lo ascoltano, Gesù ricorda un segno di questa costante provvidenza: «I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto» (v. 49). Si riferisce così all’esperienza dell’esodo: un cammino di liberazione dalla schiavitù, che è però diventato un vagabondare estenuante, lungo quarant’anni, perché il popolo non ha creduto alla promessa del Signore, rimpiangendo addirittura l’Egitto (cfr Es 16,3). Sotto il giogo del faraone, infatti, il popolo mangiava i frutti della terra; Dio invece li conduce nel deserto, dove il pane può venire solo dalla sua provvidenza. La manna è quindi una prova, una benedizione e una promessa, che Gesù viene a realizzare. A quel segno antico succede ora il sacramento dell’Alleanza nuova ed eterna: l’Eucaristia, pane consacrato da Colui che è disceso dal cielo per farsi nostro cibo. Se quanti mangiarono la manna «sono morti» (Gv 6,49), chi mangia questo pane vive in eterno (cfr v. 51), perché Cristo è vivo! Egli è il Risorto, e continua a donare la sua vita per noi.
Attraverso l’esodo definitivo che è la Pasqua di Gesù, ogni popolo viene liberato dalla schiavitù del male. Mentre celebriamo quest’evento di salvezza, il Signore ci chiama a una scelta decisiva: «Chi crede ha la vita eterna» (v. 47). In Gesù ci è donata una possibilità sorprendente: Dio dà sé stesso per noi. Mi fido che il suo amore è più forte della mia morte? Decidendo di credergli, ciascuno di noi sceglie tra una disperazione certa e una speranza che Dio rende possibile. Allora la nostra fame di vita e di giustizia trova ristoro nella parola di Gesù: «Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (v. 51).
Grazie, Signore! Noi ti lodiamo e ti benediciamo, perché hai voluto diventare per noi Eucaristia, pane di vita eterna, affinché noi potessimo vivere per sempre. Proprio ora, carissimi, mentre celebriamo questo Sacramento di salvezza, possiamo esclamare con gioia: «Cristo per noi è tutto!» In Lui troviamo pienezza di vita e di senso: «Se sei oppresso dall’iniquità, Egli è la giustizia; se hai bisogno di aiuto, Egli è la forza; se temi la morte, Egli è la vita; se desideri il cielo, Egli è la via; se sei nelle tenebre, Egli è la luce» (S. Ambrogio, De virginitate, 16, 99). Con la compagnia del Signore, i nostri problemi non scompaiono, ma vengono illuminati: come ogni croce trova redenzione in Gesù, così nel Vangelo il racconto della nostra vita trova senso. Perciò oggi ciascuno di noi può dire: «Sia benedetto Dio, che non ha respinto la mia preghiera, non mi ha negato la sua misericordia» (Sal 66,20). Egli ci ama per primo, sempre: la sua parola è per noi Vangelo, e nulla abbiamo di meglio da annunciare nel mondo. Questa evangelizzazione ci coinvolge tutti a cominciare dal Battesimo, che è sacramento di fraternità, lavacro di perdono e fonte di speranza. Attraverso la nostra testimonianza, l’annuncio della salvezza si fa gesto, si fa servizio, si fa perdono: in una parola, si fa Chiesa!
Come insegnava Papa Francesco, davvero «la gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 1). Al contempo, quando condividiamo questa gioia avvertiamo ancor meglio il rischio di una «tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata. Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore» (ivi, 2). Davanti a tali chiusure, è proprio l’amore del Signore a sostenere il nostro impegno, soprattutto a servizio della giustizia e della solidarietà.
Perciò incoraggio tutti voi, Chiesa che vive nella Guinea Equatoriale, a continuare nella gioia la missione dei primi discepoli di Gesù. Leggendo insieme il Vangelo, siatene appassionati annunciatori, come fu il diacono Filippo. Celebrando insieme l’Eucaristia, testimoniate con la vita la fede che salva, affinché la parola di Dio diventi pane buono per tutti!
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Ringraziamento finale al termine della Messa
Cari fratelli e sorelle,
è giunto il momento di congedarmi da voi, dalla Guinea Equatoriale e anche dall’Africa, al termine del viaggio apostolico che Dio mi ha concesso di compiere in questi dieci giorni.
Ringrazio l’Arcivescovo e gli altri Vescovi, Mons. Juan, i sacerdoti e tutti voi, popolo di Dio in cammino in questa terra. Cristo è la luce della Guinea Equatoriale e voi siete sale della terra e luce del mondo.
La mia riconoscenza va alle Autorità civili del Paese e a quanti, in diversi modi, hanno contribuito alla buona riuscita della mia visita.
Parto dall’Africa con un tesoro inestimabile di fede, di speranza e di carità: è un tesoro grande, fatto di storie, di volti, di testimonianze gioiose e sofferte che arricchiscono grandemente la mia vita e il mio ministero di successore di Pietro.
Come nei primi secoli della Chiesa, l’Africa è chiamata a dare oggi un apporto decisivo alla santità e al carattere missionario del popolo cristiano. Lo ottenga l’intercessione della Vergine Maria, alla quale affido di cuore tutti voi, le vostre famiglie, le vostre comunità, la vostra Nazione e tutti i popoli africani.
Conferenza Stampa durante il volo diretto a Roma
Matteo Bruni
Buongiorno a tutti, buongiorno Santità, grazie per questi giorni di viaggio, grazie per le parole di questi giorni. È stato un viaggio sicuramente complesso, articolato, ma anche pieno, ricco di tante immagini, parole. Lei ha parlato oggi dicendo torniamo con un tesoro di fede, di speranza, di carità. E grazie appunto anche per le parole di questi giorni, quelle che ha rivolto anche a noi, che ci hanno aiutato forse a staccarci dall'attualità più stretta e a guardare un pochino la storia di questi Paesi, di questi popoli, un pochino più in profondità, al futuro anche di questi popoli irrigato, bagnato dal Vangelo, un po' come siamo stati bagnati noi da due giorni di pioggia.
Non abbiamo a bordo un giornalista della Guinea Equatoriale, che è stata l'ultima tappa di questo viaggio. Forse Le chiedo io se può cominciare magari dicendoci le Sue impressioni di quest'ultima tappa…
Papa
Buongiorno a tutti! Spero che tutti stiate bene, pronti per un altro viaggio, già batterie caricate! Bene. Quando faccio un viaggio – parlo per me stesso, però oggi come Papa, Vescovo di Roma – è soprattutto un viaggio apostolico, pastorale, per trovare, accompagnare e conoscere il popolo di Dio. Molte volte l'interesse è piuttosto politico: che dice il Papa su un tema o un altro tema? Perché non giudica il governo in un Paese o in un altro? E ci sono tante cose da dire certamente: ho parlato di giustizia e ci sono temi… Ma quella non è la prima parola. Il viaggio è da interpretare soprattutto come un'espressione della volontà di annunciare il Vangelo, di proclamare il messaggio di Gesù Cristo. Allora è un modo per avvicinarci al popolo nella sua felicità, nella profondità della sua fede, ma anche nella sua sofferenza. Lì, sì, è certo che molte volte è necessario fare dei commenti o cercare come incoraggiare lo stesso popolo ad assumere responsabilità per la sua vita. È importante parlare anche con i Capi di Stato per incoraggiare forse un cambiamento di mentalità, un’apertura maggiore a pensare al bene del popolo, una possibilità di vedere questioni quali la distribuzione dei beni di un Paese. Nei colloqui che abbiamo avuto abbiamo trattato un po' di tutto. Però [la missione] è soprattutto vedere, incontrare il popolo con questo entusiasmo. Sono molto contento per tutto il viaggio, ma vivere, accompagnare e camminare con il popolo della Guinea Equatoriale è stata veramente una benedizione… con l'acqua! Loro contenti nella pioggia l'altro giorno! Ma soprattutto con questo segno di condividere come una Chiesa universale quello che celebriamo nella nostra fede.
Matteo Bruni
Grazie, Santità, anche per questa chiave di lettura di questo viaggio come dei viaggi [in genere]. Ci sono alcune domande da parte dei giornalisti, la prima è di Ignazio Ingrao del Tg1.
Ignazio Ingrao, RAI Tg1
Grazie, Santità. Questa è la domanda per i colleghi di lingua italiana. Anzitutto grazie per la disponibilità a rispondere alle nostre domande, grazie per questo viaggio che è stato così ricco di incontri, di storie e di volti. Nel Meeting per la pace a Bamenda, in Camerun, Lei ha descritto un mondo al rovescio, dove una manciata, un manipolo di tiranni rischia di distruggere il pianeta. “La pace - ha detto - non va inventata, va accolta”. Allora, prendendo spunto da questo, io vorrei chiederLe: i negoziati per fermare il conflitto in Iran sono nel caos con pesanti effetti anche sull'economia, Le chiederei, allora, prima di tutto: Lei auspica un cambio di regime in Iran, visto anche che la società civile e gli studenti sono scesi in piazza nei mesi scorsi? E c'è preoccupazione nel mondo per la corsa all'atomica. E soprattutto Le chiederei: quale appello Lei rivolge agli Stati Uniti, all'Iran, a Israele per uscire dallo stallo, fermare l'escalation? E la Nato e l'Europa dovrebbero essere maggiormente coinvolte?
Papa
Vorrei cominciare a dire: bisogna promuovere un nuovo atteggiamento, una cultura per la pace. Tante volte, quando valutiamo certe situazioni, subito la risposta è: bisogna entrare con la violenza, con la guerra, attaccando. In quello che abbiamo visto tanti innocenti sono morti. Ho appena visto una lettera, che forse voi avete visto, di alcune famiglie dei bambini che sono morti quel primo giorno dell'attacco. Loro parlano del fatto che ormai hanno perso i loro figli, le figlie, bambini che sono morti. E dico: [la questione non è] se è il cambio del regime, non è il cambio del regime… La questione è come promuovere i valori in cui crediamo senza la morte di tanti innocenti. La questione dell’Iran è evidentemente molto complessa. Le stesse trattative che stanno cercando di fare: un giorno l’Iran dice “sì”, gli Stati Uniti dicono “no”, e viceversa, e non sappiamo dove va. E si è creata questa situazione caotica, critica per l'economia mondiale. Ma poi anche c'è tutta una popolazione in Iran di persone innocenti che stanno soffrendo per questa guerra. Se è il cambio di regime sì o no… Non è chiaro qual è il regime in questo momento, dopo i primi giorni degli attacchi di Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Piuttosto, vorrei incoraggiare la continuazione del dialogo per la pace: che le parti partecipino, che cerchino, che mettano tutti gli sforzi per promuovere la pace. [Davanti a] La minaccia della guerra [dico]: che si rispetti il diritto internazionale. È molto importante che gli innocenti siano protetti, e non è stato così in diversi luoghi. Porto con me una foto di un bambino musulmano che, nella visita in Libano, stava lì aspettando con un cartello dicendo: “Benvenuto Papa Leone!”, e poi, in quest'ultima parte della guerra, è stato ucciso lui. Sono tante le situazioni umane e penso che dobbiamo avere la capacità di pensare in questo modo. Come Chiesa dico di nuovo, come pastore: non posso essere a favore della guerra, e vorrei incoraggiare tutti a fare gli sforzi per cercare risposte che vengono da una cultura di pace e non di odio e divisione.
Matteo Bruni
Grazie Santità, grazie Ignazio. La seconda domanda è di Eva Fernández di Cope. Prego.
Eva Fernández, Radio Cope
Acabamos de pisar un continente en el que muchas de las personas desean, sueñan, viajar a Europa. Su próximo viaje va a ser a España, donde la cuestión migratoria va a ocupar un lugar importante sobre todo en Canarias. Santidad sabe que el tema de la migración en España produce gran debate y polarización. Incluso entre los propios católicos no hay un criterio claro en su posición. ¿Qué podría decirnos a los españoles, en concreto a los católicos respecto a la inmigración? Y me va a permitir, el próximo viaje va a ser a España. Sabemos que tiene ilusión, intención de viajar a Perú, quizás Argentina y Uruguay, pero también nuestra pregunta es si ¿tiene ganas de saludar a la Virgen de Guadalupe?
[Abbiamo appena visitato un continente in cui molte persone desiderano e sognano di recarsi in Europa. Il suo prossimo viaggio sarà in Spagna, dove la questione migratoria occuperà un posto importante, soprattutto nelle Canarie. Santità, Lei sa bene che il tema dell’immigrazione in Spagna suscita un ampio dibattito e una forte polarizzazione. Persino tra gli stessi cattolici non vi è una posizione chiara al riguardo. Cosa potrebbe dire a noi spagnoli, in particolare ai cattolici, riguardo all'immigrazione? E mi permetta di dirLe: il prossimo viaggio sarà in Spagna, sappiamo che ha il desiderio e l'intenzione di recarsi in Perù, forse in Argentina e in Uruguay, ma la nostra domanda è anche: ha voglia di salutare la Vergine di Guadalupe?]
Papa
El tema de la inmigración es muy complejo y afecta a muchos países, no sólo a España, no sólo a Europa, a Estados Unidos, ¡es un fenómeno mundial! Por eso, mi respuesta empieza con una pregunta: ¿qué hace el Norte del mundo para ayudar al Sur del mundo o a esos países donde los jóvenes hoy no encuentran un futuro y, por eso, viven este sueño de querer ir hacia el Norte? Todos quieren ir hacia el Norte, pero muchas veces el Norte no tiene respuestas sobre cómo ofrecerles posibilidades. Muchos sufren.
El tema del tráfico de personas, el trafficking, también forma parte de la migración. Personalmente, creo que un Estado tiene derecho a establecer normas en sus fronteras. No digo que todos deban entrar sin un orden, creando a veces en los lugares a los que van, situaciones más injustas que las que han dejado atrás. Pero, dicho esto, me pregunto: ¿qué hacemos en los países más ricos para cambiar la situación en los países más pobres? ¿Por qué no podemos intentar —tanto con ayudas estatales como con inversiones de las grandes empresas ricas, de las multinacionales— cambiar la situación en países como los que hemos visitado en este viaje? África es considerada por mucha gente como un lugar al que se puede ir a extraer minerales, a tomar sus riquezas para la riqueza de otros, en otros países. Quizá a nivel mundial deberíamos trabajar más para promover una mayor justicia, igualdad y el desarrollo de estos países africanos, para que no tengan la necesidad de emigrar a otros países, a España, etc. Y el otro punto que me gustaría abordar es que, en cualquier caso, son seres humanos y debemos tratar a los seres humanos de forma humana, no tratarlos muchas veces peor que a los animales. Hay un gran desafío: un país puede decir que no puede acoger a más personas, pero cuando llegan, son seres humanos y merecen el respeto que le corresponde a todo ser humano por su dignidad.
[Il tema dell’immigrazione è molto complesso e riguarda molti Paesi, non solo la Spagna, non solo l’Europa o gli Stati Uniti: è un fenomeno mondiale! Per questo la mia risposta inizia con una domanda: cosa fa il Nord del mondo per aiutare il Sud del mondo o quei Paesi in cui i giovani oggi non trovano un futuro e, per questo, vivono il sogno di voler andare verso il Nord? Tutti vogliono andare verso il Nord, ma spesso il Nord non ha risposte su come offrire loro delle possibilità. Molti soffrono.
Il tema della tratta di esseri umani, il trafficking, fa parte anch’esso della migrazione. Personalmente, credo che uno Stato abbia il diritto di stabilire delle regole alle proprie frontiere. Non dico che tutti debbano entrare senza un ordine, creando a volte nei luoghi in cui vanno situazioni più ingiuste di quelle che si sono lasciati alle spalle. Ma, detto questo, mi chiedo: cosa facciamo nei Paesi più ricchi per cambiare la situazione nei Paesi più poveri? Perché non possiamo provare — sia con aiuti statali che con investimenti delle grandi aziende ricche, delle multinazionali — a cambiare la situazione in Paesi come quelli che abbiamo visitato in questo viaggio?L'Africa è considerata da molti come un luogo dove si può andare a estrarre minerali, a prendere le sue ricchezze per arricchire altri, in altri Paesi. Forse a livello mondiale dovremmo impegnarci di più per promuovere una maggiore giustizia, uguaglianza e lo sviluppo di questi Paesi africani, affinché non abbiano la necessità di emigrare in altri Paesi, in Spagna, e altri. E l'altro punto che vorrei toccare è che, in ogni caso, sono esseri umani e dobbiamo trattare gli esseri umani in modo umano, non trattarli spesso peggio degli animali. C'è una grande sfida: un Paese può dire che non può accogliere altre persone, ma quando arrivano, sono esseri umani e meritano il rispetto che spetta a ogni essere umano per la sua dignità.]
¿Y los próximos viajes?
[E i prossimi viaggi?]
Tengo muchas ganas de visitar varios países de América Latina. De momento no está confirmado, ya veremos. Esperamos.
[Desidero molto visitare diversi Paesi dell'America Latina. Per il momento non è confermato, vedremo. Speriamo.]
Arthur Herlin, Paris Match
Holy Father, thank you very much, in the name of all my French colleagues, for that amazing trip. It was wonderful. Holy Father, during this trip, you met leaders among the most authoritarian in the world, right? How can you prevent your presence from lending moral authority to these regimes? Isn’t it a kind of let’s say, “pope-washing”?
[Santo Padre, grazie di cuore, a nome di tutti i miei colleghi francesi, per questo viaggio straordinario. È stato meraviglioso. Santo Padre, durante questo viaggio ha incontrato alcuni dei leader più autoritari del mondo, vero? Come può evitare che la sua presenza conferisca autorità morale a questi regimi? Non si tratta forse di una sorta, diciamo, di “Pope-washing”?]
Papa
Thank you for the question. Certainly, the presence of a Pope with any Head of State can be interpreted in different ways. It can be interpreted and has been interpreted by some as, “Ah, the Pope or the Church is saying it is okay that they live like that.” And others may say things differently. I would go back to something I said in my initial remarks about the importance of understanding the primary purpose of the travel that I do, that the Pope does, to visit the people, and of the great value that the system, that the Holy See continues with – at times – great sacrifice, to maintain diplomatic relations with countries throughout the world. And sometimes we have diplomatic relationships with countries that have authoritarian leaders. We have the opportunity to speak with them on a diplomatic level, on a formal level. We do not always make great proclamations: criticizing, judging or condemning. But there is an awful lot of work that goes on behind the scenes to promote justice, to promote humanitarian causes, to look for– at times – situations where there may be political prisoners, and finding a way for them to be freed. Situations of hunger, of sickness, etc. So the Holy See, by maintaining, if you will, a neutrality and looking for ways to continue our positive diplomatic relationship with so many different countries, we are actually trying to find a way to apply the Gospel to concrete situations so that the lives of people can be improved. People will interpret the rest of it as they will, but I think it is important for us to look for the best way that we can to try and help the people of any given country.
[Grazie per la domanda. Certamente, la presenza del Papa accanto a un Capo di Stato può essere interpretata in modi diversi. Alcuni potrebbero interpretarla, e in effetti l’hanno interpretata, come: “Ah, il Papa o la Chiesa stanno dicendo che va bene che vivano così”. E altri potrebbero dire cose diverse. Vorrei tornare a una cosa che ho detto nelle mie osservazioni iniziali sull’importanza di comprendere lo scopo primario dei viaggi che compio, che il Papa compie, per visitare il popolo, e sul grande valore del sistema che la Santa Sede continua a perseguire, a volte con grande sacrificio, per mantenere relazioni diplomatiche con i Paesi di tutto il mondo. E a volte abbiamo relazioni diplomatiche con Paesi che hanno leader autoritari. Abbiamo l’opportunità di parlare con loro a livello diplomatico, a livello formale. Non facciamo sempre grandi proclami, criticando, giudicando o condannando. Ma c’è un’enorme quantità di lavoro che si svolge dietro le quinte per promuovere la giustizia, per promuovere cause umanitarie, per cercare – a volte – situazioni in cui potrebbero esserci prigionieri politici, e trovare un modo per liberarli. Situazioni di fame, di malattia, e così via. Quindi la Santa Sede, mantenendo, se volete, una neutralità e cercando modi per continuare le nostre relazioni diplomatiche positive con tanti Paesi diversi, sta in realtà cercando di trovare un modo per applicare il Vangelo a situazioni concrete, in modo che la vita delle persone possa essere migliorata. Ognuno potrà interpretare il resto come meglio crede, ma penso sia importante per noi cercare il modo migliore per aiutare la popolazione di un determinato Paese.]
Verena Stefanie Shälter, Ard Rundfunk
Holy Father, congratulations on your first Papal trip to the Global South. We saw a lot of enthusiasm and even euphoria; I can imagine that was very moving for you as well. I would like to know how you assess the decision of Cardinal Reinhard Marx, Archbishop of Munich and Freising, that he gave permission to the blessing of same-sex couples in his diocese, and in light of different cultural and theological perspectives, especially in Africa, how do you intend to preserve the unity of the global Church on that particular matter?
[Santo Padre, congratulazioni per il suo primo viaggio pontificio nel Sud del mondo. Abbiamo visto molto entusiasmo e persino euforia; immagino che sia stato molto commovente anche per Lei. Vorrei sapere come valuta la decisione del Cardinale Reinhard Marx, Arcivescovo di Monaco e Frisinga, di autorizzare la benedizione delle coppie omosessuali nella sua diocesi e, alla luce delle diverse prospettive culturali e teologiche, specialmente in Africa, come intende preservare l’unità della Chiesa universale su questa particolare questione?]
Papa
First of all, I think it is very important to understand that the unity or division of the Church should not revolve around sexual matters. We tend to think that when the Church is talking about morality, that the only issue of morality is sexual. And in reality, I believe there are much greater, more important issues, such as justice, equality, freedom of men and women, freedom of religion, that would all take priority before that particular issue. The Holy See has already spoken to the German bishops. The Holy See has made it clear that we do not agree with the formalized blessing of couples, in this case, homosexual couples, as you asked, or couples in irregular situations, beyond what was specifically, if you will, allowed for by Pope Francis in saying all people receive blessings. When a priest gives a blessing at the end of Mass, when the Pope gives a blessing at the end of a large celebration like the one we had today, they are blessings for all people. Francis’ well-known expression “Tutti, tutti, tutti” [everyone, everyone, everyone], is an expression of the Church’s belief that all are welcome; all are invited; all are invited to follow Jesus, and all are invited to look for conversion in their lives. To go beyond that today, I think that the topic can cause more disunity than unity, and that we should look for ways to build our unity upon Jesus Christ and what Jesus Christ teaches. So that is how I would respond to that question.
[Innanzitutto, credo sia molto importante comprendere che l’unità o la divisione della Chiesa non dovrebbero ruotare attorno alle questioni sessuali. Tendiamo a pensare che quando la Chiesa parla di moralità, l’unico tema morale sia quello sessuale. In realtà, credo che ci siano questioni molto più grandi e importanti, come la giustizia, l’uguaglianza, la libertà di uomini e donne, la libertà di religione, che avrebbero tutte la priorità rispetto a quella specifica questione. La Santa Sede ha già parlato con i Vescovi tedeschi. La Santa Sede ha chiarito che non siamo d’accordo con la benedizione formalizzata delle coppie, in questo caso delle coppie omosessuali, come Lei ha chiesto, o delle coppie in situazioni irregolari, al di là di quanto fosse specificamente, se così si può dire, consentito da Papa Francesco nell’affermare che tutte le persone ricevono la benedizione. Quando un sacerdote impartisce la benedizione alla fine della Messa, quando il Papa impartisce la benedizione alla fine di una grande celebrazione come quella che abbiamo avuto oggi, si tratta di benedizioni per tutte le persone. La ben nota espressione di Francesco “Tutti, tutti, tutti” è un’espressione della convinzione della Chiesa che tutti sono benvenuti, tutti sono invitati, tutti sono invitati a seguire Gesù, e tutti sono invitati a cercare la conversione nella propria vita. Andando oltre l’oggi, penso che l’argomento possa causare più disunione che unità, e che dovremmo cercare modi per costruire la nostra unità su Gesù Cristo e su ciò che Gesù Cristo insegna. Ecco come risponderei a questa domanda.]
Anneliese Taggart, Newsmax TV
Holy Father, thank you very much. You have spoken on this trip about how people hunger and thirst for justice. It was just reported this morning that Iran has executed yet another one of the members of the opposition, and this comes as it has been said that the regime has also publicly hanged multiple other people, as well as murdered thousands of its own people. Do you condemn these actions, and do you have any message to the Iranian regime?
[Santo Padre, grazie mille. Durante questo viaggio ha parlato di quanto le persone abbiano fame e sete di giustizia. Proprio questa mattina è stato riferito che l’Iran ha giustiziato un altro membro dell’opposizione, e ciò avviene mentre si dice che il regime abbia anche impiccato pubblicamente molte altre persone, oltre ad aver ucciso migliaia dei propri cittadini. Condanna queste azioni e ha qualche messaggio da rivolgere al regime iraniano?]
Papa
I condemn all actions that are unjust. I condemn the taking of people’s lives. I condemn capital punishment. I believe that human life is to be respected and that all people – from conception to natural death – their lives should be respected and protected. So when a regime, when a country, takes decisions which takes away the lives of other people unjustly, then obviously that is something that should be condemned.
[Condanno ogni azione ingiusta. Condanno l'uccisione di altre persone. Condanno la pena capitale. Credo che la vita umana debba essere rispettata e che la vita di ogni persona – dal concepimento alla morte naturale – debba essere rispettata e protetta. Pertanto, quando un regime, quando un Paese prende decisioni che tolgono ingiustamente la vita ad altre persone, è ovvio che ciò debba essere condannato.]

