Viaggio apostolico di papa Francesco in Bulgaria

Papa Francesco è in Bulgaria per il suo ventinovesimo viaggio apostolico. In questo articolo riportiamo le sue parole durante i principali incontri.

Opus Dei - Viaggio apostolico di papa Francesco in Bulgaria

Domenica 5 maggio 2019

Visita al Patriarca e al Santo Sinodo

Regina Coeli in Piazza di San Alexander Nevsky (Sofia)

Santa Messa in Piazza Knyaz Alexander I (Sofia)

Lunedì 6 maggio 2019

Santa Messa con le prime comunioni (Rakovsky)

Incontro con la comunità cattolica

Incontro per la pace alla presenza degli esponenti di varie confessioni religiose


Incontro per la pace alla presenza degli esponenti di varie confessioni religiose

Cari fratelli e sorelle,

abbiamo pregato per la pace con parole ispirate a San Francesco di Assisi, grande innamorato di Dio Creatore e Padre di tutti. Amore che egli ha testimoniato con la stessa passione e sincero rispetto verso il creato ed ogni persona che incontrava sul suo cammino. Amore che ha trasformato il suo sguardo dandogli la consapevolezza che in ognuno esiste «uno spiraglio di luce che nasce dalla certezza personale di essere infinitamente amato, al di là di tutto» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 6). Amore che lo portò ad essere un autentico costruttore di pace. Anche ciascuno di noi, sulle sue orme, è chiamato a diventare un costruttore, un “artigiano” di pace. Pace che dobbiamo implorare e per la quale dobbiamo lavorare, dono e compito, regalo e sforzo costante e quotidiano per costruire una cultura in cui anche la pace sia un diritto fondamentale. Pace attiva e “fortificata” contro tutte le forme di egoismo e di indifferenza che ci fanno anteporre gli interessi meschini di alcuni alla dignità inviolabile di ogni persona. La pace esige e chiede che facciamo del dialogo una via, della collaborazione comune la nostra condotta, della conoscenza reciproca il metodo e il criterio (cfr Documento della fratellanza umana, Abu Dhabi, 4 febbraio 2019) per incontrarci in ciò che ci unisce, rispettarci in ciò che ci separa e incoraggiarci a guardare il futuro come spazio di opportunità e di dignità, specialmente per le generazioni che verranno.

Noi questa sera siamo qui a pregare davanti a queste fiaccole portate dai nostri bambini. Esse simboleggiano il fuoco dell’amore che è acceso in noi e che deve diventare un faro di misericordia, di amore e di pace negli ambienti in cui viviamo. Un faro che vorremmo illuminasse il mondo intero. Con il fuoco dell’amore noi vogliamo sciogliere il gelo delle guerre. Stiamo vivendo questo evento per la pace sulle rovine dell’antica Serdika, a Sofia, cuore della Bulgaria. Noi possiamo vedere da qui i luoghi di culto di diverse Chiese e Confessioni religiose: Santa Nedelia dei nostri fratelli ortodossi, San Giuseppe di noi cattolici, la sinagoga dei nostri fratelli maggiori gli ebrei, la moschea dei nostri fratelli musulmani e, vicino, la chiesa degli armeni.

In questo luogo, per secoli, convergevano i Bulgari di Sofia appartenenti a vari gruppi culturali e religiosi, per incontrarsi e discutere. Possa questo luogo simbolico rappresentare una testimonianza di pace. In questo momento, le nostre voci si fondono e all’unisono esprimono l’ardente desiderio della pace: la pace si diffonda in tutta la terra! Nelle nostre famiglie, in ognuno di noi, e specialmente in quei luoghi dove tante voci sono state fatte tacere dalla guerra, soffocate dall’indifferenza e ignorate per la complicità schiacciante di gruppi di interesse. Tutti cooperino alle realizzazione di questa aspirazione: gli esponenti delle religioni, della politica, della cultura. Ciascuno là dove si trova, svolgendo il compito che gli spetta può dire: “Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace”. È l’auspicio che si realizzi il sogno del Papa San Giovanni XXIII, di una terra dove la pace sia di casa. Seguiamo il suo desiderio e con la vita diciamo: Pacem in terris! Pace sulla terra a tutti gli uomini amati dal Signore.


Incontro con la comunità cattolica

Buon pomeriggio! Vi ringrazio per la calorosa accoglienza, per le danze e le testimonianze. Mi dicono che la traduzione è con gli schermi. Va bene così.

Mons. Iovcev mi ha chiesto di aiutarvi – in questa gioia di incontrare il Popolo di Dio con i suoi mille volti e carismi – di aiutarvi a “vedere con occhi di fede e di amore”. Prima di tutto vorrei ringraziarvi perché avete aiutato me a vedere meglio e a comprendere un po’ di più il motivo per cui questa terra è stata tanto amata e significativa per San Giovanni XXIII, dove il Signore stava preparando quello che sarebbe stato un passo importante nel nostro cammino ecclesiale. Tra voi germogliò un’amicizia forte verso i fratelli ortodossi che lo spinse su una strada capace di generare la tanto sospirata e fragile fraternità tra le persone e le comunità.

Vedere con gli occhi della fede. Desidero ricordare le parole del “Papa buono”, che seppe sintonizzare il suo cuore con il Signore in modo tale da poter dire di non essere d’accordo con quelli che intorno a sé vedevano solo male e da chiamarli profeti di sventura. Secondo lui bisognava aver fiducia nella Provvidenza, che ci accompagna continuamente e, in mezzo alle avversità, è capace di realizzare disegni superiori e inaspettati (Discorso di apertura del Concilio Vaticano II, 11 ottobre 1962).

Gli uomini di Dio sono quelli che hanno imparato a vedere, confidare, scoprire e lasciarsi guidare dalla forza della risurrezione. Riconoscono, sì, che esistono situazioni o momenti dolorosi e particolarmente ingiusti, ma non restano con le mani in mano, intimoriti o, peggio, alimentando un clima di incredulità, di malessere o fastidio, perché questo non fa che nuocere all’anima, indebolendo la speranza e impedendo ogni possibile soluzione. Gli uomini e le donne di Dio sono coloro che hanno il coraggio di fare il primo passo – questo è importante: fare il primo passo – e cercano creativamente di porsi in prima linea testimoniando che l’Amore non è morto, ma ha vinto ogni ostacolo. Gli uomini e le donne di Dio si mettono in gioco perché hanno imparato che, in Gesù, Dio stesso si è messo in gioco. Ha messo in gioco la propria carne perché nessuno possa sentirsi solo o abbandonato. E questa è la bellezza della nostra fede: Dio che si mette in gioco facendosi uno di noi.

In questo senso vorrei condividere con voi un’esperienza di poche ore fa. Questa mattina ho avuto la gioia di incontrare, nel campo-profughi di Vrazhdebna, profughi e rifugiati provenienti da vari Paesi del mondo per trovare un contesto di vita migliore di quello che hanno lasciato, e anche, ho incontrato volontari della Caritas. [applauso ai volontari della Caritas, che si alzano in piedi, tutti con una maglietta rossa] Quando sono entrato qui e ho visto i volontari della Caritas, ho domandato chi fossero, perché pensavo fossero i vigili del fuoco! Così rossi! Lì [al Centro di Vrazhdebna] mi dicevano che il cuore del Centro – di questo Centro di rifugiati – nasce dalla consapevolezza che ogni persona è figlia di Dio, indipendentemente dall’etnia o dalla confessione religiosa. Per amare qualcuno non c’è bisogno di chiedergli il curriculum vitae; l’amore precede, sempre va avanti, si anticipa. Perché? Perché l’amore è gratuito. In questo Centro della Caritas sono molti i cristiani che hanno imparato a vedere con gli stessi occhi del Signore, che non si sofferma sugli aggettivi, ma cerca e attende ciascuno con occhi di Padre. Ma voi sapete una cosa? Dobbiamo stare attenti! Noi siamo caduti nella cultura dell’aggettivo: “questa persona è questo, questa persona è questo, questa persona è questo…”. E Dio non vuole questo. È una persona, è immagine di Dio. Niente aggettivi! Lasciamo che Dio metta gli aggettivi; noi mettiamo l’amore, in ogni persona. Così, questo vale anche per il chiacchiericcio. Con quanta facilità viene tra noi il chiacchiericcio! “Ah questo è quello, questo fa questo…”. Sempre “aggettiviamo” la gente. Io non sto parlando di voi, perché so che qui non c’è il chiacchiericcio, ma pensiamo al posto dove ci sono le chiacchiere. Questo è l’aggettivo: aggettivare la gente. Dobbiamo passare dalla cultura dell’aggettivo alla realtà del sostantivo. Vedere con gli occhi della fede è l’invito a non passare la vita affibbiando etichette, classificando chi è degno di amore e chi no, ma a cercare di creare le condizioni perché ogni persona possa sentirsi amata, soprattutto quelle che si sentono dimenticate da Dio perché sono dimenticate dai loro fratelli. Fratelli e sorelle, chi ama non perde tempo a piangersi addosso, ma vede sempre qualcosa di concreto che può fare. In questo Centro avete imparato a vedere i problemi, a riconoscerli, ad affrontarli; vi lasciate interpellare e cercate di discernere con gli occhi del Signore. Come disse Papa Giovanni: «Non ho mai conosciuto un pessimista che abbia concluso qualcosa di bene». I pessimisti non fanno mai qualcosa di bene. I pessimisti rovinano tutto. Quando io penso al pessimista, mi viene in mente una bella torta: cosa fa il pessimista? Versa aceto sulla torta, rovina tutto. I pessimisti rovinano tutto. Invece l’amore apre le porte, sempre! Papa Giovanni aveva ragione: «Non ho mai conosciuto un pessimista che abbia concluso qualcosa di bene». Il Signore è il primo a non essere pessimista e continuamente cerca di aprire per tutti noi vie di Risurrezione. Il Signore è un ottimista inguaribile! Sempre cerca di pensare bene di noi, di portarci avanti, di scommettere su di noi. Che bello quando le nostre comunità sono cantieri di speranza! L’ottimista è un uomo o una donna che crea nella comunità speranza.

Ma per acquistare lo sguardo di Dio abbiamo bisogno degli altri, abbiamo bisogno che ci insegnino a guardare e a sentire come Gesù guarda e sente; che il nostro cuore possa palpitare con i suoi stessi sentimenti. Per questo mi è piaciuto quando Mitko e Miroslava, con il loro piccolo angioletto Bilyana, ci dicevano che per loro la parrocchia è stata sempre la loro seconda casa, il luogo dove trovano sempre, nella preghiera comunitaria e nel sostegno delle persone care, la forza per andare avanti. Una parrocchia ottimista, che aiuta ad a andare avanti.

La parrocchia, in questo modo, si trasforma in una casa in mezzo a tutte le case ed è capace di rendere presente il Signore proprio lì dove ogni famiglia, ogni persona cerca quotidianamente di guadagnarsi il pane. Lì, all’incrocio delle strade, si trova il Signore, il quale non ha voluto salvarci con un decreto, ma è entrato e vuole entrare nel più intimo delle nostre famiglie e dire a noi, come ai discepoli: “Pace a voi!”. È bello il saluto del Signore: “Pace a voi!”. Dove c’è la tempesta, dove c’è il buio, dove c’è il dubbio, dove c’è l’angoscia, il Signore dice: “Pace a voi!”. E non solo lo dice: fa la pace.

Sono contento di sapere che trovate buona questa “massima” che mi piace condividere con i coniugi: “Mai andare a letto arrabbiati, nemmeno una notte” (e, per quanto posso vedere, con voi funziona). È una massima che può servire anche per tutti i cristiani. A me piace dire alle coppie di non litigare, ma se litigano, non c’è problema, perché è normale arrabbiarsi. È normale. E a volte litigare un po’ forte – qualche volta volano i piatti –, ma non c’è problema: arrabbiarsi a patto che si faccia la pace prima che finisca la giornata. Mai finire la giornata in guerra. A tutti voi sposi: mai finire la giornata in guerra. E sapete perché? Perché la “guerra fredda” del giorno dopo è molto pericolosa. “E, padre, come si può fare la pace? Dove posso imparare i discorsi per fare la pace?”. Fai così [fa il gesto di una carezza]: un gesto ed è fatta la pace. Soltanto un gesto di amore. Capito? Questo per le coppie. È vero che, come anche voi avete raccontato, si passa attraverso diverse prove; per questo è necessario stare attenti perché mai la rabbia, il rancore o l’amarezza si impossessino del cuore. E in questo ci dobbiamo aiutare, aver cura gli uni degli altri affinché non si spenga la fiamma che lo Spirito ha acceso nel nostro cuore.

Voi riconoscete, e ne siete grati, che i vostri sacerdoti e le vostre suore si prendono cura di voi. Sono bravi! Un applauso a loro. Ma quando vi ascoltavo mi ha colpito quel sacerdote che condivideva non quanto lui fosse stato bravo durante questi anni di ministero, ma ha parlato delle persone che Dio ha messo accanto a lui per aiutarlo a diventare un bravo ministro di Dio. E queste persone siete voi.

Il Popolo di Dio ringrazia il suo pastore e il pastore riconosce che impara ad essere credente – attenti a questo: impara ad essere credente – con l’aiuto della sua gente, della sua famiglia e in mezzo a loro. Quando un sacerdote o una persona consacrata, anche un vescovo come me, si allontana dal Popolo di Dio, il cuore si raffredda e perde quella capacità di credere come il Popolo di Dio. Per questo mi piace questa affermazione: il Popolo di Dio aiuta i consacrati – siano essi sacerdoti, vescovi o suore – ad essere credenti. Il Popolo di Dio è una comunità viva che sostiene, accompagna, integra e arricchisce. Mai separati, ma uniti, ciascuno impara ad essere segno e benedizione di Dio per gli altri. Il sacerdote senza il suo popolo perde identità e il popolo senza i suoi pastori può frammentarsi. L’unità del pastore che sostiene e lotta per il suo popolo e il popolo che sostiene e lotta per il suo pastore. Questo è grande! Ognuno dedica la propria vita agli altri. Nessuno può vivere solo per sé, viviamo per gli altri. E questo lo diceva San Paolo in una delle sue lettere: “Nessuno vive per sé”. “Padre, io conosco una persona che vive per sé”. E quella persona è felice? È capace di dare la vita agli altri? È capace di sorridere? Sono le persone egoiste. È il popolo sacerdotale che con il sacerdote è in grado di dire: «Questo è il mio corpo offerto per voi». Questo è il Popolo di Dio unito al sacerdote. Così impariamo ad essere una Chiesa-famiglia-comunità che accoglie, ascolta, accompagna, si preoccupa degli altri rivelando il suo vero volto, che è volto di madre. La Chiesa è madre. Chiesa-madre che vive e fa suoi i problemi dei figli, non offrendo risposte preconfezionate. No. Le mamme, quando devono rispondere alla realtà dei figli dicono quello che viene loro in mente in quel momento. Le mamme non hanno risposte preconfezionate: rispondono con il cuore, con il cuore di madre. Così la Chiesa, questa Chiesa che è fatta da tutti noi, popolo e sacerdoti insieme, vescovi, consacrati, tutti insieme, cerca insieme strade di vita, strade di riconciliazione; cerca di rendere presente il Regno di Dio. Chiesa-famiglia-comunità che prende in mano i nodi della vita, che spesso sono grossi gomitoli, e prima di districarli li fa suoi, li accoglie tra le mani e li ama. Così fa una mamma: quando vede un figlio o una figlia che è “annodato” in tante difficoltà, non lo condanna: prende quelle difficoltà, quei nodi nelle sue mani, li fa suoi e li risolve. Così è la nostra Madre Chiesa. Così dobbiamo guardarla. È la madre che ci prende come siamo, con le nostre difficoltà, con i nostri peccati pure. È madre, sempre sa arrangiare le cose. Non ci sembra che sia bello avere una madre così? Mai allontanarvi, mai allontanarsi dalla Chiesa! E se tu ti allontani, perderai la memoria della maternità della Chiesa; incomincerai a pensare male della tua Madre Chiesa, e più vai lontano, più quell’immagine di madre diventerà un’immagine di matrigna. Ma la matrigna è dentro il tuo cuore. La Chiesa è madre.

Una famiglia tra le famiglie – questo è la Chiesa –, aperta a testimoniare, come ci diceva la sorella, al mondo odierno la fede, la speranza e l’amore verso il Signore e verso coloro che Egli ama con predilezione. Una casa con le porte aperte. La Chiesa è una casa con le porte aperte, perché è madre. A me ha colpito tanto una cosa che aveva scritto un grande sacerdote. Lui era un poeta e amava tanto la Madonna. Era anche un prete peccatore, lui sapeva di essere peccatore, ma andava dalla Madonna e piangeva davanti alla Madonna. Una volta scrisse una poesia, chiedendo perdono alla Madonna e facendo il proposito di non allontanarsi mai dalla Chiesa. Scriveva così: “Questa sera, Signora, la promessa è sincera. Ma, per ogni evenienza, non dimenticarti di lasciare la chiave dalla parte di fuori”. Maria e la Chiesa mai chiudono da dentro! Sempre, se chiudono la porta, la chiave è di fuori: tu puoi aprire. E questa è la nostra speranza. La speranza della riconciliazione. “Padre, lei dice che la Chiesa e la Madonna sono una casa con le porte aperte, ma se Lei sapesse, padre, le cose brutte che io ho fatto nella vita: per me le porte della Chiesa, anche le porte del cuore della Madonna, sono chiuse” – “Hai ragione, sono chiuse, ma avvicinati, guarda bene e troverai la chiave dalla parte di fuori. Fa’ così, apri ed entra. Non devi suonare il campanello. Apri con quella chiave lì”. E questo vale per tutta la vita!

In questo senso ho un “lavoretto” per voi. Voi siete figli nella fede dei grandi testimoni che furono capaci di testimoniare con la loro vita l’amore del Signore in queste terre. I fratelli Cirillo e Metodio, uomini santi e dai grandi sogni, si convinsero che il modo più autentico per parlare con Dio era farlo nella propria lingua. Questo diede loro l’audacia di decidersi a tradurre la Bibbia perché nessuno rimanesse privo della Parola che dà vita.

Essere una casa dalle porte aperte, sulle orme di Cirillo e Metodio, oggi richiede anche di saper essere audaci e creativi per domandarsi come si possa tradurre in modo concreto e comprensibile alle giovani generazioni l’amore che Dio ha per noi. Dobbiamo essere audaci, coraggiosi. Sappiamo e sperimentiamo che «i giovani, nelle strutture consuete, spesso non trovano risposte alle loro inquietudini, alle loro esigenze, alle loro problematiche e alle loro ferite» (Esort. ap. postsin. Christus vivit, 202). E questo ci chiede un nuovo sforzo di immaginazione nelle nostre azioni pastorali, per cercare il modo di raggiungere il loro cuore, conoscere le loro attese e incoraggiare i loro sogni, come comunità-famiglia che sostiene, accompagna e invita a guardare il futuro con speranza. Una grande tentazione che affrontano le nuove generazioni è la mancanza di radici, di radici che le sostengano, e questo le porta allo sradicamento e a una grande solitudine. I nostri giovani, nel momento in cui si sentono chiamati ad esprimere tutto il potenziale in loro possesso, molte volte restano a metà strada a causa delle frustrazioni o delle delusioni che sperimentano, poiché non hanno radici su cui appoggiarsi per guardare avanti (cfr ibid., 179-186). E questo aumenta quando si vedono obbligati a lasciare la propria terra, la propria patria, la propria famiglia.

Vorrei sottolineare questo che ho detto sui giovani, che tante volte perdono le radici. Oggi, nel mondo, ci sono due gruppi di persone che soffrono tanto: i giovani e gli anziani. Dobbiamo farli incontrare. Gli anziani sono le radici della nostra società, non possiamo mandarli via dalla nostra comunità, sono la memoria viva della nostra fede. I giovani hanno bisogno di radici, di memoria. Facciamo sì che comunichino tra di loro, senza paura. C’è una bella profezia del profeta Gioele: “I vecchi sogneranno e i giovani profetizzeranno” (cfr 3,1). Quando i giovani si incontrano con gli anziani e gli anziani con i giovani, gli anziani incominciano a rivivere, tornano a sognare e i giovani prendono coraggio dai vecchi, vanno avanti e incominciano a fare ciò che è tanto importante nella loro vita, cioè frequentare il futuro. Abbiamo bisogno che i giovani frequentino il futuro, ma questo si può fare solo se hanno le radici dei vecchi. Quando io arrivavo qui alla parrocchia, nelle strade c’erano tanti anziani, tanti vecchietti e vecchiette. Sorridevano… Hanno un tesoro dentro. E c’erano tanti giovani che pure salutavano e sorridevano. Che si incontrino! Che gli anziani diano ai giovani questa capacità di profetizzare, cioè di frequentare il futuro. Queste sono le scommesse di oggi. E non abbiamo paura. Accettiamo nuove sfide, a condizione che ci sforziamo con ogni mezzo di far sì che la nostra gente non venga privata della luce e della consolazione che nascono dall’amicizia con Gesù, di una comunità di fede che la sostenga e di un orizzonte sempre stimolante e rinnovatore che le dia senso e vita (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 49). Non dimentichiamo che le pagine più belle della vita della Chiesa sono state scritte quando creativamente il Popolo di Dio si metteva in cammino per cercare di tradurre l’amore di Dio in ogni momento della storia, con le sfide che man mano si andavano incontrando. Il popolo unito, il Popolo di Dio, con il sensus fidei che gli è proprio. È bello sapere che potete contare su una grande storia vissuta, ma è ancora più bello prendere coscienza che a voi è stato dato di scrivere ciò che verrà. Queste pagine non sono state scritte. Dovete scriverle voi. Il futuro è nelle vostre mani, il libro del futuro lo dovete scrivere voi. Non stancatevi di essere una Chiesa che continua a generare, in mezzo alle contraddizioni, ai dolori e anche a tante povertà, ma è la Chiesa Madre che continuamente fa dei figli, genera i figli di cui questa terra ha bisogno oggi agli inizi del XXI secolo, tenendo un orecchio al Vangelo e l’altro al cuore del vostro popolo. Grazie… – non ho finito! Vi tormenterò un po’ ancora – Grazie per questo bell’incontro. E, pensando a Papa Giovanni, vorrei che la benedizione che vi do ora sia una carezza del Signore su ciascuno di voi. Lui aveva dato quella benedizione con l’augurio che fosse una carezza; quella benedizione che diede alla luce della luna.

Preghiamo insieme, preghiamo la Madonna che è immagine della Chiesa. Pregate nella vostra lingua. [Recitano l’Ave Maria in bulgaro]


Santa Messa con le prime comunioni (Rakovsky)

Cari fratelli e sorelle, Christos vozkrese!

Sono felice di salutare i bambini e le bambine della Prima Comunione, come pure i loro genitori, parenti e amici. A tutti voi rivolgo il bel saluto augurale che si usa anche nel vostro Paese in questo tempo pasquale: «Christos vozkrese!Questo saluto è l’espressione della gioia di noi cristiani, discepoli di Gesù, perché Lui, che ha dato la vita per amore sulla croce per distruggere il peccato, è risorto e ci ha resi figli adottivi di Dio Padre. Siamo contenti perché Egli è vivo e presente tra noi oggi e sempre.

Voi, cari bambini e care bambine, siete venuti qui da ogni angolo di questa “Terra delle rose” per partecipare a una festa meravigliosa, che sono sicuro non dimenticherete mai: il vostro primo incontro con Gesù nel sacramento dell’Eucaristia. Qualcuno di voi potrebbe chiedermi: ma come possiamo incontrare Gesù, che è vissuto tanti anni fa e poi è morto ed è stato messo nella tomba? È vero: Gesù ha fatto un atto immenso di amore per salvare l’umanità di tutti i tempi. È rimasto nella tomba tre giorni, ma noi sappiamo – ce lo hanno assicurato gli Apostoli e molti altri testimoni che lo hanno visto – che Dio Padre suo e Padre e nostro, lo ha risuscitato. E ora Gesù è vivo, è qui con noi, perciò oggi lo possiamo incontrare nell’Eucaristia. Non lo vediamo con questi occhi, ma lo vediamo con gli occhi della fede.

Vi vedo qui vestiti con le tuniche bianche: questo è un segno importante e bello, perché siete vestiti a festa. La Prima Comunione è innanzi tutto una festa, in cui celebriamo Gesù che ha voluto rimanere sempre al nostro fianco e che non si separerà mai da noi. Festa che è stata possibile grazie ai nostri padri, ai nostri nonni, alle nostre famiglie, alle nostre comunità che ci hanno aiutato a crescere nella fede.

Per venire qui, a questa citta di Rakovski, avete fatto una lunga strada. I vostri sacerdoti e catechisti, che hanno seguito il vostro percorso di catechesi,vi hanno accompagnato anche nella strada che vi porta oggi a incontrare Gesù e a riceverlo nel vostro cuore. Egli, come abbiamo ascoltato nel Vangelo (cfr Gv 6,1-15), un giorno ha moltiplicato miracolosamente cinque pani e due pesci, saziando la fame della folla che lo aveva seguito e ascoltato. Vi siete accorti di come è incominciato il miracolo? Dalle mani di un bambino che ha portato quello che aveva: cinque pani e due pesci (cfr Gv 6,9). Allo stesso modo in cui voi oggi aiutate il compiersi del miracolo di far ricordare a tutti noi grandi qui presenti il primo incontro che abbiamo avuto con Gesù nell’Eucaristia e poter ringraziare per quel giorno. Oggi ci permettete di essere nuovamente in festa e celebrare Gesù che è presente nel Pane della Vita. Perché ci sono miracoli che possono accadere solo se abbiamo un cuore come il vostro, capace di condividere, di sognare, di ringraziare, di avere fiducia e di onorare gli altri. Fare la Prima Comunione significa voler essere ogni giorno più uniti a Gesù, crescere nell’amicizia con Lui e desiderare che anche altri possano godere la gioia che ci vuole donare. Il Signore ha bisogno di voi per poter realizzare il miracolo di raggiungere con la sua gioia molti dei vostri amici e familiari.

Cari bambini, care bambine, sono contento di condividere con voi questo grande momento e di aiutarvi a incontrare Gesù. State vivendo davvero una giornata in spirito di amicizia, spirito di gioia e fraternità, spirito di comunione tra di voi e con tutta la Chiesa che, specialmente nell’Eucaristia, esprime la comunione fraterna tra tutti i suoi membri. La nostra carta di identità e questa: Dio è nostro Padre, Gesù è nostro Fratello, la Chiesa è la nostra famiglia, noi siamo fratelli, la nostra legge è l’amore.

Desidero incoraggiarvi a pregare sempre con quell’entusiasmo e quella gioia che avete oggi. E ricordate che questo è il sacramento della Prima Comunione ma non dell’ultima Comunione. Oggi ricordatevi che Gesù vi aspetta sempre. Perciò, vi auguro che oggi sia l’inizio di molte Comunioni, perché il vostro cuore sia sempre come oggi, in festa, pieno di gioia e soprattutto gratitudine.

A questo punto il Santo Padre ha aggiunto un colloquio “a braccio” con i bambini, avvalendosi della presenza del traduttore in lingua bulgara

Papa Francesco: Cari bambini e care bambine, vi do il benvenuto! Sono contento di vedervi qui per fare la Prima Comunione. Vi farò una domanda: siete contenti voi di fare la Prima Comunione?

Bambini: Sì!

Papa Francesco: Sicuro?

Bambini: Sì!

Papa Francesco: E perché siete contenti? Perché viene Gesù! Diciamo insieme: “Sono contento perché viene Gesù”.

Bambini: Sono contento perché viene Gesù!

Papa Francesco: E voi, tutti uniti qui per ricevere Gesù – vi faccio una domanda – voi siete la stessa famiglia?

Bambini: Sì!

Papa Francesco: E come si chiama la nostra famiglia?

Bambini: La Chiesa.

Papa Francesco: Il nostro cognome è: cristiano.

Bambini: Sì!

Papa Francesco: Com’è il nostro cognome?

Bambini: Cristiano.

Papa Francesco: Va bene. Io nell’omelia ho detto una cosa che vorrei che voi ricordiate sempre. Ho parlato della “carta d’identità” del cristiano e ho detto questo: «La nostra carta d’identità è questa: Dio è nostro Padre, Gesù è nostro fratello, la Chiesa è la nostra famiglia, noi siamo fratelli, la nostra legge è l’amore». Adesso ripetiamo insieme. Io dirò di nuovo, il traduttore ripeterà e ripetiamo insieme. Dio è nostro Padre.

Bambini: Dio è nostro Padre.

Papa Francesco: Gesù è nostro fratello.

Bambini: Gesù è nostro fratello.

Papa Francesco: La Chiesa è nostra madre è nostra famiglia.

Bambini: La Chiesa è nostra madre è nostra famiglia.

Papa Francesco: Noi siamo nemici…

Bambini: Noi siamo…

Papa Francesco: È vero? Siamo nemici noi?

Bambini: No!

Papa Francesco: Siamo amici! Noi siamo amici. Tutti! Noi siamo fratelli.

Bambini: Noi siamo fratelli.

Papa Francesco: La nostra legge è l’amore. Tutti!

Bambini: La nostra legge è l’amore!

Papa Francesco: Adesso parlerà Gesù ad ognuno di noi. Oggi pregherete Gesù per la vostra famiglia, per i vostri genitori, i vostri nonni, i vostri catechisti, i vostri sacerdoti, i vostri amici. Pregherete Gesù per tutta questa gente?

Bambini: Sì!

Papa Francesco: Benissimo. Adesso continuiamo la Messa e ci prepariamo per ricevere Gesù.


Santa Messa in Piazza Knyaz Alexander I (Sofia)

Cari fratelli e sorelle, Cristo è risorto! Christos vozkrese!

È meraviglioso il saluto con il quale i cristiani nel vostro Paese si scambiano la gioia del Risorto in questo tempo pasquale.

Tutto l’episodio che abbiamo ascoltato, narrato alla fine dei Vangeli, ci permette di immergerci in questa gioia che il Signore ci invita a “contagiare” ricordandoci tre realtà stupende che segnano la nostra vita di discepoli: Dio chiama, Dio sorprende, Dio ama.

Dio chiama. Tutto avviene sulle rive del lago di Galilea, là dove Gesù aveva chiamato Pietro. Lo aveva chiamato a lasciare il mestiere di pescatore per diventare pescatore di uomini (cfr Lc 5,4-11). Ora, dopo tutto il cammino, dopo l’esperienza di veder morire il Maestro e nonostante l’annuncio della sua risurrezione, Pietro torna alla vita di prima: «Io vado a pescare», dice. E gli altri discepoli non sono da meno: «Veniamo anche noi con te» (Gv 21,3). Sembrano fare un passo indietro; Pietro riprende in mano le reti a cui aveva rinunciato per Gesù. Il peso della sofferenza, della delusione, perfino del tradimento era diventato una pietra difficile da rimuovere nel cuore dei discepoli; erano ancora feriti sotto il peso del dolore e della colpa e la buona notizia della Risurrezione non aveva messo radici nel loro cuore. Il Signore sa quanto è forte per noi la tentazione di tornare alle cose di prima. Le reti di Pietro, come le cipolle d’Egitto, sono nella Bibbia simbolo della tentazione della nostalgia del passato, di voler indietro qualcosa di quanto si era voluto lasciare. Davanti alle esperienze di fallimento, di dolore e persino del fatto che le cose non risultino come si sperava, appare sempre una sottile e pericolosa tentazione che invita allo scoraggiamento e a lasciarsi cadere le braccia. È la psicologia del sepolcro che tinge tutto di rassegnazione, facendoci affezionare a una tristezza dolciastra che come una tarma corrode ogni speranza. Così si sviluppa la più grande minaccia che può radicarsi in seno a una comunità: il grigio pragmatismo della vita, nella quale apparentemente tutto procede con normalità, ma in realtà la fede si va esaurendo e degenerando in meschinità (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 83).

Ma proprio lì, nel fallimento di Pietro, arriva Gesù, ricomincia da capo e con pazienza esce ad incontrarlo e gli dice «Simone» (v. 15): era il nome della prima chiamata. Il Signore non aspetta situazioni o stati d’animo ideali, li crea. Non aspetta di incontrarsi con persone senza problemi, senza delusioni, senza peccati o limitazioni. Egli stesso ha affrontato il peccato e la delusione per andare incontro ad ogni vivente e invitarlo a camminare. Fratelli, il Signore non si stanca di chiamare. È la forza dell’Amore che ha ribaltato ogni pronostico e sa ricominciare. In Gesù, Dio cerca di dare sempre una possibilità. Fa così anche con noi: ci chiama ogni giorno a rivivere la nostra storia d’amore con Lui, a rifondarci nella novità che è Lui. Tutte le mattine, ci cerca lì dove siamo e ci invita «ad alzarci, a risorgere sulla sua Parola, a guardare in alto e credere che siamo fatti per il Cielo, non per la terra; per le altezze della vita, non per le bassezze della morte», e ci invita a non cercare «tra i morti Colui che è vivo» (Omelia nella Veglia Pasquale, 20 aprile 2019). Quando lo accogliamo, saliamo più in alto, abbracciamo il nostro futuro più bello non come una possibilità ma come una realtà. Quando è la chiamata di Gesù a orientare la vita, il cuore ringiovanisce.

Dio sorprende. È il Signore delle sorprese che invita non solo a sorprendersi, ma a realizzare cose sorprendenti. Il Signore chiama e, incontrando i discepoli con le reti vuote, propone loro qualcosa di insolito: pescare di giorno, cosa piuttosto strana su quel lago. Ridà loro fiducia mettendoli in movimento e spingendoli di nuovo a rischiare, a non dare nulla e specialmente nessuno per perso. È il Signore della sorpresa che rompe le chiusure paralizzanti restituendo l’audacia capace di superare il sospetto, la sfiducia e il timore che si nasconde dietro il “si è sempre fatto così”. Dio sorprende quando chiama e invita a gettare non solo le reti, ma noi stessi al largo nella storia e a guardare la vita, a guardare gli altri e anche noi stessi con i suoi stessi occhi che «nel peccato, vede figli da rialzare; nella morte, fratelli da risuscitare; nella desolazione, cuori da consolare. Non temere, dunque: il Signore ama questa tua vita, anche quando hai paura di guardarla e prenderla in mano» (ibid.).

Giungiamo così alla terza certezza di oggi. Dio chiama, Dio sorprende perché Dio ama. L’amore è il suo linguaggio. Perciò chiede a Pietro e a noi di sintonizzarsi sulla stessa lingua: «Mi ami?». Pietro accoglie l’invito e, dopo tanto tempo passato con Gesù, capisce che amare vuol dire smettere di stare al centro. Adesso non parte più da sé, ma da Gesù: «Tu conosci tutto» (Gv 21,18), risponde. Si riconosce fragile, capisce che non può andare avanti solo con le sue forze. E si fonda sul Signore, sulla forza del suo amore, fino alla fine. Questa è la nostra forza che ogni giorno siamo invitati a rinnovare: il Signore ci ama. Essere cristiano è una chiamata ad avere fiducia che l’Amore di Dio è più grande di ogni limite o peccato. Uno dei grandi dolori e ostacoli che sperimentiamo oggi non nasce tanto nel comprendere che Dio sia amore, ma nel fatto che siamo arrivati ad annunciarlo e testimoniarlo in modo tale che per molti questo non è il suo nome. Dio è amore, un amore che si dona, chiama e sorprende.

Ecco il miracolo di Dio, che fa delle nostre vite opere d’arte se ci lasciamo guidare dal suo amore. Tanti testimoni della Pasqua in questa terra benedetta hanno realizzato capolavori magnifici, ispirati da una fede semplice e da un amore grande. Offrendo la vita, sono stati segni viventi del Signore, sapendo superare con coraggio l’apatia e offrendo una risposta cristiana alle preoccupazioni che si presentavano loro (cfr Esort. ap. pstsin. Christus vivit, 174). Oggi siamo invitati a guardare e scoprire quello che il Signore ha fatto nel passato per lanciarci con Lui verso il futuro, sapendo che, nel successo e negli errori, tornerà sempre a chiamarci per invitarci a gettare le reti. Quello che ho detto ai giovani nell’Esortazione che recentemente ho scritto, desidero dirlo anche a voi. Una Chiesa giovane, una persona giovane, non per l’età ma per la forza dello Spirito, ci invita a testimoniare l’amore di Cristo, un amore che incalza e ci porta ad essere pronti a lottare per il bene comune, servitori dei poveri, protagonisti della rivoluzione della carità e del servizio, capaci di resistere alle patologie dell’individualismo consumista e superficiale. Innamorati di Cristo, testimoni vivi del Vangelo in ogni angolo di questa città (cfr ibid., 174-175). Non abbiate paura di essere i santi di cui questa terra ha bisogno, una santità che non vi toglierà forza, non vi toglierà vita o gioia; anzi, proprio al contrario, perché giungerete voi e i figli di questa terra ad essere quello che il Padre sognò quando vi creò (cfr Esort. ap. Gaudete et exsultate, 32).

Chiamati, sorpresi e inviati per amore!


Regina Coeli in Piazza di San Alexander Nevsky (Sofia)

Cari fratelli e sorelle, “Cristo è risorto!”

Con queste parole, dai tempi antichi, in queste terre di Bulgaria i cristiani – ortodossi e cattolici – si scambiano gli auguri nel tempo di Pasqua: Christos vozkrese! [la folla risponde] Esse esprimono la grande gioia per la vittoria di Gesù Cristo sul male, sulla morte. Sono un’affermazione e una testimonianza del cuore della nostra fede: Cristo vive. Egli è la nostra speranza e la più bella giovinezza di questo mondo. Tutto ciò che Lui tocca diventa nuovo, si riempie di vita. Perciò, le prime parole che voglio rivolgere a ciascuno di voi sono: Lui vive e ti vuole vivo! Lui è in te, Lui è con te e non ti lascia mai. Lui cammina con te. Per quanto tu ti possa allontanare, accanto a te c’è il Risorto, che continuamente ti chiama, ti aspetta per ricominciare. Lui non ha mai paura di ricominciare: sempre ci dà la mano per rincominciare, per alzarci e rincominciare. Quando ti senti vecchio per la tristezza – la tristezza invecchia –, i rancori, le paure, i dubbi e i fallimenti, Lui sarà lì per ridarti forza e speranza (cfr Esort. ap. postsin. Christus vivit, 1-2). Lui vive, ti vuole vivo e cammina con te.

Questa fede in Cristo risorto viene proclamata da duemila anni in ogni angolo della terra, attraverso la missione generosa di tanti credenti, che sono chiamati a dare tutto per l’annuncio evangelico, senza tenere nulla per sé. Nella storia della Chiesa, anche qui in Bulgaria, ci sono stati Pastori che si sono distinti per santità della vita. Tra essi mi piace ricordare il mio predecessore, che voi chiamate “il santo bulgaro”, San Giovanni XXIII, un santo pastore, la cui memoria è particolarmente viva in questa terra, dove egli ha vissuto dal 1925 al 1934. Qui ha imparato ad apprezzare la tradizione della Chiesa Orientale, instaurando rapporti di amicizia con le altre Confessioni religiose. La sua esperienza diplomatica e pastorale in Bulgaria lasciò un’impronta così forte nel suo cuore di pastore da condurlo a favorire nella Chiesa la prospettiva del dialogo ecumenico, che ebbe un notevole impulso nel Concilio Vaticano II, voluto proprio da Papa Roncalli. In un certo senso, dobbiamo ringraziare questa terra per l’intuizione saggia e ispiratrice del “Papa buono”.

Nel solco di questo cammino ecumenico, fra poco avrò la gioia di salutare gli esponenti delle varie Confessioni religiose della Bulgaria, che, pur essendo un Paese ortodosso, è un crocevia in cui si incontrano e dialogano varie espressioni religiose. La gradita presenza a questo incontro dei Rappresentanti di queste diverse Comunità indica il desiderio di tutti di percorrere il cammino, ogni giorno più necessario, «di adottare la cultura del dialogo come via, la collaborazione comune come condotta, la conoscenza reciproca come metodo e criterio» (Documento sulla fratellanza umana, Abu Dhabi, 4 febbraio 2019).

Ci troviamo vicino all’antica chiesa di Santa Sofia, e accanto alla chiesa Patriarcale di San Aleksander Nevskij, dove, in precedenza, ho pregato nel ricordo dei Santi Cirillo e Metodio, evangelizzatori dei popoli slavi. Nel desiderio di manifestare stima e affetto a questa venerata Chiesa ortodossa di Bulgaria, ho avuto la gioia di salutare e abbracciare, in precedenza, il mio Fratello Sua Santità Neofit, Patriarca, come pure i Metropoliti del Santo Sinodo.

Ci rivolgiamo ora alla Beata Vergine Maria, Regina del cielo e della terra, perché interceda presso il Signore Risorto, affinché doni a questa amata terra l’impulso sempre necessario di essere terra di incontro, nella quale, al di là delle differenze culturali, religiose o etniche, possiate continuare a riconoscervi e stimarvi come figli di uno stesso Padre. La nostra invocazione si esprime con il canto dell’antica preghiera del Regina Caeli. Lo facciamo qui, a Sofia, davanti all’icona della Madonna di Nesebar, che significa “Porta del cielo”, tanto cara al mio predecessore San Giovanni XXIII, che ha cominciato a venerarla qui, in Bulgaria, e l’ha portata con sé fino alla morte.


Visita al Patriarca e al Santo Sinodo

Santità, venerati Metropoliti e Vescovi, cari fratelli,

Christos vozkrese!

Nella gioia del Signore risorto vi rivolgo il saluto pasquale in questa domenica, che nell’Oriente cristiano è chiamata “domenica di San Tommaso”. Contempliamo l’Apostolo che mette la mano nel costato del Signore e, toccate le sue ferite, confessa: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28). Le ferite che lungo la storia si sono aperte tra noi cristiani sono lacerazioni dolorose inferte al Corpo di Cristo che è la Chiesa. Ancora oggi ne tocchiamo con mano le conseguenze. Ma forse, se mettiamo insieme la mano in queste ferite e confessiamo che Gesù è risorto, e lo proclamiamo nostro Signore e nostro Dio, se nel riconoscere le nostre mancanze ci immergiamo nelle sue ferite d’amore, possiamo ritrovare la gioia del perdono e pregustare il giorno in cui, con l’aiuto di Dio, potremo celebrare allo stesso altare il mistero pasquale.

In questo cammino siamo sostenuti da tanti fratelli e sorelle, ai quali anzitutto vorrei rendere omaggio: sono i testimoni della Pasqua. Quanti cristiani in questo Paese hanno patito sofferenze per il nome di Gesù, in particolare durante la persecuzione del secolo scorso! L’ecumenismo del sangue! Essi hanno diffuso un profumo soave nella “Terra delle rose”. Sono passati attraverso le spine della prova per spandere la fragranza del Vangelo. Sono sbocciati in un terreno fertile e ben lavorato, in un popolo ricco di fede e genuina umanità, che ha dato loro radici robuste e profonde: penso, in particolare, al monachesimo, che di generazione in generazione ha nutrito la fede della gente. Credo che questi testimoni della Pasqua, fratelli e sorelle di diverse confessioni uniti in Cielo dalla carità divina, ora guardino a noi come a semi piantati in terra per dare frutto. E mentre tanti altri fratelli e sorelle nel mondo continuano a soffrire a causa della fede, chiedono a noi di non rimanere chiusi, ma di aprirci, perché solo così i semi portano frutto.

Santità, questo incontro, che ho tanto desiderato, succede a quello di San Giovanni Paolo II col Patriarca Maxim, durante la prima visita di un Vescovo di Roma in Bulgaria, e segue le orme di San Giovanni XXIII, che negli anni qui trascorsi tanto si affezionò a questo popolo «semplice e buono» (Giornale dell’anima, Bologna 1987, 325), apprezzandone l’onestà, la laboriosità e la dignità nelle prove. Mi trovo anch’io qui, ospite accolto con affetto, e provo nel cuore la nostalgia del fratello, quella salutare nostalgia per l’unità tra i figli dello stesso Padre, che Papa Giovanni ebbe certamente modo di maturare in questa città. Proprio durante il Concilio Vaticano II, da lui indetto, la Chiesa ortodossa bulgara inviò i propri osservatori. Da allora i contatti si sono moltiplicati. Penso alle visite di delegazioni bulgare, che da cinquant’anni si recano in Vaticano e che ogni anno ho la gioia di accogliere; nonché alla presenza a Roma di una comunità ortodossa bulgara, che prega in una chiesa della mia diocesi. Mi rallegrano la squisita accoglienza qui riservata ai miei inviati, la cui presenza si è intensificata negli ultimi anni, e la collaborazione con la comunità cattolica locale, soprattutto in ambito culturale. Sono fiducioso che, con l’aiuto di Dio e nei tempi che la Provvidenza disporrà, tali contatti potranno incidere positivamente su tanti altri aspetti del nostro dialogo. Intanto siamo chiamati a camminare e fare insieme per dare testimonianza al Signore, in particolare servendo i fratelli più poveri e dimenticati, nei quali Egli è presente. L’ecumenismo del povero.

A orientarci nel cammino sono soprattutto i santi Cirillo e Metodio, che ci hanno legati sin dal primo millennio e la cui memoria viva nelle nostre Chiese rimane come fonte di ispirazione, perché, nonostante le avversità, essi misero al primo posto l’annuncio del Signore, la chiamata alla missione. Come disse San Cirillo: «Con gioia io parto per la fede cristiana; per quanto stanco e fisicamente provato, io andrò con gioia» (Vita Constantini VI,7; XIV,9). E mentre si presagivano i segni premonitori delle dolorose divisioni che sarebbero avvenute nei secoli successivi, scelsero la prospettiva della comunione. Missione e comunione: due parole sempre declinate nella vita dei due Santi e che possono illuminare il nostro cammino per crescere in fraternità. L’ecumenismo della missione.

Cirillo e Metodio, bizantini di cultura, ebbero l’audacia di tradurre la Bibbia in una lingua accessibile ai popoli slavi, così che la Parola divina precedesse le parole umane. Il loro coraggioso apostolato rimane per tutti un modello di evangelizzazione. Un campo che ci interpella nell’annuncio è quello delle giovani generazioni. Quant’è importante, nel rispetto delle rispettive tradizioni e peculiarità, aiutarci e trovare modi per trasmettere la fede secondo linguaggi e forme che permettano ai giovani di sperimentare la gioia di un Dio che li ama e li chiama! Altrimenti saranno tentati di prestare fiducia alle tante sirene ingannevoli della società dei consumi.

Comunione e missione, vicinanza e annuncio, i Santi Cirillo e Metodio hanno molto da dirci anche per quanto riguarda l’avvenire della società europea. Infatti «sono stati in un certo senso i promotori di un’Europa unita e di una pace profonda fra tutti gli abitanti del continente, mostrando le fondamenta di una nuova arte di vivere insieme, nel rispetto delle differenze, che non sono assolutamente un ostacolo all’unità» (S. Giovanni Paolo II, Saluto alla Delegazione ufficiale della Bulgaria, 24 maggio 1999: Insegnamenti XXII,1 [1999], 1080). Anche noi, eredi della fede dei Santi, siamo chiamati ad essere artefici di comunione, strumenti di pace nel nome di Gesù. In Bulgaria, «crocevia spirituale, terra di incontro e di reciproca comprensione» (Id., Discorso durante la Cerimonia di benvenuto, Sofia, 23 maggio 2002: Insegnamenti XXV,1 [2002], 864), hanno trovato accoglienza varie confessioni, da quella armena a quella evangelica, e diverse espressioni religiose, da quella ebraica a quella musulmana. Incontra accoglienza e rispetto la Chiesa Cattolica, sia nella tradizione latina che in quella bizantino-slava. Sono grato a Vostra Santità e al Santo Sinodo per tale benevolenza. Anche nei nostri rapporti, i Santi Cirillo e Metodio ci ricordano che «una certa diversità di usi e consuetudini non si oppone minimamente all’unità della Chiesa» e che tra Oriente e Occidente «varie formule teologiche non di rado si completano, piuttosto che opporsi» (Conc. Ecum. Vat. II, Decr. Unitatis redintegratio, 16-17). «Quante cose possiamo imparare gli uni dagli altri!» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 246).

Santità, tra poco avrò la possibilità di entrare nella Cattedrale Patriarcale di Sant’Aleksander Nevskij per sostare in preghiera nel ricordo dei Santi Cirillo e Metodio. Sant’Aleksander Nevskij, della tradizione russa, e i Santi fratelli, provenienti dalla tradizione greca e apostoli dei popoli slavi, rivelano quanto la Bulgaria sia un Paese-ponte. Santità, cari Fratelli, assicuro la mia preghiera per voi, per i fedeli di questo amato popolo, per l’alta vocazione di questo Paese, per il nostro cammino in un ecumenismo del sangue, del povero e della missione. A mia volta domando un posto nelle vostre orazioni, nella certezza che la preghiera è la porta che dischiude ogni via di bene. Desidero rinnovare il ringraziamento per l’accoglienza ricevuta e assicurarvi che porterò nel cuore il ricordo di questo incontro fraterno.

Christos vozkrese!


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