Opus Dei: opere comuni e società ausiliarie. Che cosa sono state e perché non esistono più?

Sin dagli anni della fondazione, san Josemaría scrisse che ci sarebbero state forme personali e collettive di trasmettere la fede cristiana e lo spirito dell’Opus Dei. Questo articolo spiega l’evoluzione dell’apostolato collettivo.

Nel corso dei secoli le istituzioni della Chiesa hanno diffuso in vari modi il loro messaggio nel mondo in cui vivevano. San Josemaría, tenendo conto della mentalità della sua epoca e della centralità dei laici nello spirito dell’Opus Dei, pensò ad alcune modalità da proporre alle persone dell’Opera perché sviluppassero iniziative di impronta cristiana nella società civile; in vari momenti, queste iniziative subirono un’evoluzione. Inoltre, il fondatore dell’Opera prese in considerazione diversi modi in cui sostenere economicamente e giuridicamente tali attività. In un primo momento trovò interessanti alcuni modelli che esistevano all’epoca: le accademie universitarie con finalità professionali e cristiane, come la Academia Cicuéndez, dove diede lezioni di diritto, o le accademie per studenti di san Pedro Poveda. In quegli anni iniziali stabilì che le istituzioni sarebbero state civili, non ecclesiastiche, perché questo era più conforme allo spirito secolare dell’Opera, che sottolinea il protagonismo dei laici e la loro capacità di creare progetti nella società civile con spirito cristiano, e perché egli stesso era stato testimone dell’incameramento di beni ecclesiastici nella Seconda Repubblica spagnola. Qui di seguito riassumiamo la storia di queste istituzioni nella tappa di fondazione dell’Opus Dei.

Azione personale e collettiva

Il fondatore dell’Opus Dei concepiva l’Opera come una grande catechesi, svolta principalmente da fedeli laici in mezzo al mondo. Sin dagli anni della fondazione si interrogò sui modi pratici di trasmettere la fede cristiana e lo spirito dell’Opera. Già nel 1930 aveva annotato che ci sarebbero state modalità individuali e modalità collettive.

L’aspetto più caratteristico del carisma dell’Opus Dei era quello individuale: vale a dire, ognuno dei membri avrebbe diffuso il messaggio cristiano attraverso le proprie relazioni, nella professione, in famiglia, nell’ambiente in cui viveva. D’altra parte, Josemaría Escrivá pensò che pure l’istituzione avrebbe potuto promuovere attività con un impatto positivo sulla società; in esse i membri, agendo con responsabilità personale, potevano far conoscere lo spirito di santità nell’ambito secolare (alcuni esempi: una residenza universitaria, un istituto di ricerca o una casa editrice). Queste attività sarebbero state di vario genere, perché il messaggio dell’Opus Dei era aperto a tutti gli ambienti umani e non limitato ad alcuni apostolati settoriali specifici.

Quanto all’organizzazione delle attività collettive, i direttori dell’Opus Dei avrebbero potuto proporre ad alcuni membri di organizzare degli enti civili nella vita accademica, professionale e culturale, in ambiti come l’educazione, la sanità, la stampa e gli spettacoli. Era, per così dire, un primo tentativo di spingere i membri dell’Opera a svolgere un apostolato secolare e civile.

L’accademia e residenza DYA (1934-1936) fu la prima attività collettiva di questo tipo. San Josemaría volle che i dirigenti fossero laici professionisti e non si mise a dirigerla lui stesso. Poi negli anni Quaranta si aprirono altre residenze di studenti e altri centri di formazione.

Le opere corporative, le opere comuni e le società ausiliarie negli anni ’50

Dopo che nel 1950 l’Opus Dei ebbe ricevuto l’approvazione istituzionale universale da parte della Santa Sede come istituto secolare (l’Opera era presente allora in 9 paesi), il fondatore formalizzò nei documenti istituzionali le modalità apostoliche proprie: l’apostolato personale e quello collettivo. Per ciò che riguarda l’apostolato collettivo, stabilì due categorie: le opere di apostolato corporativo e le opere comuni.

Le opere corporative (opere di apostolato corporativo) furono e sono iniziative collettive nel campo della formazione integrale, dell’educazione e dell’assistenza; vale a dire, sono progetti con una chiara dimensione evangelizzatrice e senza fini di lucro. Queste iniziative nascono come risposta alle necessità del contesto sociale, o per impulso diretto dell’Opus Dei o rilevando iniziative esistenti. In ogni caso, i direttori dell’Opera cercano, insieme ai promotori, di attivare la dimensione evangelizzatrice delle opere corporative e danno consulenza sugli aspetti di fattibilità economica.

Il nome di opere comuni, invece, venne attribuito ad iniziative imprenditoriali promosse da persone dell’Opus Dei e legate alla diffusione di valori cristiani attraverso pubblicazioni e mezzi di comunicazione e di svago. In queste opere, finché durarono, i direttori dell’Opus Dei svolsero un ruolo di consulenza dottrinale e di orientamento apostolico. Le opere comuni facevano parte di quello che il fondatore chiamerà “apostolato dell’opinione pubblica”.

Quelle che presero il nome di società ausiliarie vennero costituite da membri dell’Opus Dei, sempre con la collaborazione di altre persone, con la finalità di intestarsi la proprietà di beni civili, che poi affittavano o cedevano ad altri organismi per svolgere attività di insegnamento, beneficenza o cultura. Come in qualunque società, i soci acquisirono quote di capitale o apportarono denaro. Esempi di società ausiliarie: dall’ente proprietario di residenze universitarie a quello che supportava la pubblicazione di una rivista culturale o una catena di librerie. Anche se legalmente erano società commerciali, il fondatore le denominò società ausiliarie perché la finalità primordiale che avevano non era commerciale, ma di supporto materiale a un’attività apostolica.

Sia nelle opere di apostolato corporativo che nelle opere comuni, l’Opus Dei garantiva che l’orientamento dei contenuti e l’insegnamento fossero conformi alla dottrina cattolica. In quei primi anni, i direttori dell’Opera nominavano i dirigenti di tali iniziative. Da parte loro, i dirigenti si assumevano la responsabilità giuridica ed economica e tenevano informate le autorità dell’Opus Dei sull’andamento dei progetti.

Oltre alle residenze universitarie, le due prime opere di apostolato corporativo nell’ambito dell’insegnamento furono il Colegio Gaztelueta (Bilbao, 1951) e lo Studium Generale di Navarra (Pamplona, 1952), che nel 1960 diventerà l’Università di Navarra. Nel 1954 cominciò a Barcellona una scuola sportiva di nome Brafa, che si occupava della formazione dei giovani e della promozione dei valori attraverso lo sport. Le successive iniziative educative sorsero a Culiacán (Messico) nel 1955, con il colegio e l’instituto di Chapultepec. I due centri educativi diedero poi origine a una sezione complementare di formazione professionale.

In un altro settore, a partire dal 1952, sorsero varie opere comuni nell’ambito della comunicazione. Un decennio più tardi, i membri dell’Opera avevano dato vita a iniziative di questo tipo in sette paesi: riviste culturali e universitarie, tre quotidiani, due riviste professionali, un settimanale illustrato, una rivista di teologia pratica, una rivista di cinema e una rivista popolare. In Spagna, poi, nacquero una rete di librerie, alcune case editrici, agenzie di comunicazione, laboratori di arte sacra e vari centri culturali.

Ai direttori dell’Opera spettava vegliare sulla capacità evangelizzatrice di queste iniziative e dare consigli sulla fattibilità dei progetti. A tal fine, in quel periodo della storia, il presidente dell’Opus Dei ratificava la nomina del direttore di ogni opera comune e nominava un consigliere spirituale. D’altra parte, gli organi di governo dell’Opus Dei non dirigevano i Consigli di amministrazione né i comitati di redazione, né davano disposizioni riguardo ai contenuti informativi.

L’apostolato corporativo negli anni ’60

Negli anni Sessanta tre novità modificarono questa presenza corporativa dell’apostolato dell’Opus Dei nella società: l’apertura di altre università, scuole e istituti tecnici; l’avvio delle cosiddette iniziative personali; la fine delle opere comuni di apostolato.

Il fondatore suggerì ai membri dell’Opus Dei di iniziare in altri paesi una serie di opere corporative che fossero università o centri di studi superiori. Inoltre, ricordò che non rientrava tra i fini dell’Opera il dedicarsi collettivamente all’insegnamento privato: però, allo stesso tempo, la secolarizzazione rendeva conveniente ampliare gli spazi accademici, mostrando la compatibilità del Vangelo con i diversi ambiti del sapere. Tali opere avrebbero potuto offrire un modello di lavoro professionale competente, ispirato dalla vita cristiana e aperto a persone di ogni credo.

La seconda università che si presentava come opera di apostolato corporativo aprì le porte a Piura (Perù) nel 1969 e fin dall’inizio ebbe una forte componente di promozione sociale. In altri paesi cominciarono l’attività alcune iniziative avviate a diventare future università, come l’Instituto Femenino de Estudios Superiores (Ciudad de Guatemala, 1964) o il Center for Research and Communication (Manila, 1967). Per quanto riguarda l’educazione primaria e secondaria, fu data priorità all’apertura di scuole nei quartieri operai o industriali in diverse città del mondo. Inoltre, si diede impulso in modo particolare alla formazione professionale e tecnica, sia convenzionata con lo Stato che non convenzionata, non solo attraverso scuole ispirate a princìpi cristiani, ma anche tramite altre iniziative: centri di formazione professionale, scuole agrarie familiari, scuole di segretariato, scuole alberghiere o di lingue estere, scuole di formazione domestica e culturale. Dal punto di vista dell’Opus Dei, questi spazi di docenza erano intesi come strumenti in grado di contribuire alla crescita del tenore di vita e alla diffusione del messaggio cristiano.

La nascita delle iniziative personali

Nel 1963 un gruppo di membri soprannumerari della Spagna propose alle autorità dell’Opus Dei l’apertura di altri centri educativi. San Josemaría disse che non riteneva possibile creare una rete di scuole che fossero opere di apostolato corporativo perché il servizio che l’Opus Dei si impegnava a offrire in questo tipo di progetti avrebbe richiesto l’intervento di molte persone dell’Opera e si sarebbe corso il rischio che l’insegnamento assorbisse l’attività istituzionale; però, se i genitori avessero promosso nuove scuole, l’Opus Dei avrebbe offerto la disponibilità di cappellani, professori di religione qualificati e assistenza spirituale. Aggiunse, come già aveva suggerito per le opere di apostolato corporativo, che in queste scuole – che dal 1966 si denominarono iniziative personali – si desse la priorità ai rapporti con le famiglie e con i docenti, in modo da creare un contesto educativo adeguato.

Alcuni membri dell’Opera avviarono la società Fomento de Centros de Enseñanza e in seguito furono create altre associazioni educative, sicché a metà degli anni Sessanta esistevano in Spagna più di trenta scuole iniziative personali. Nella maggior parte dei paesi in cui c’erano membri dell’Opus Dei – in particolare, in America Latina – furono avviate iniziative simili.

La fine delle opere comuni di apostolato (1966)

Nel corso degli anni il fondatore constatò che le cosiddette opere comuni presentavano seri inconvenienti. Lo stesso concetto di comune dava luogo a una tensione irresolubile tra l’indipendenza professionale dei dirigenti del progetto e l’azione dei direttori e delle direttrici dell’Opera.

Da un lato, le opere comuni costituivano un insieme variegato di iniziative professionali portate avanti da membri dell’Opera che le dirigevano o lavoravano in esse a titolo personale; ognuna di esse aveva un gruppo dirigente e rispondeva economicamente alla società finanziaria che la sosteneva. Però, dall’altro lato, le autorità dell’Opus Dei mantenevano una peculiare tutela al fine di assicurare la finalità evangelizzatrice dei progetti e la loro sostenibilità. Questa partecipazione si basava sulla fiducia, senza accordi scritti.

In secondo luogo, c’era una difficoltà di carattere culturale dovuta alla libera azione dei cattolici nella società. I mezzi di comunicazione creati e diretti da membri dell’Opus Dei non erano confessionali e gli enti proprietari erano imprese civili. Sia per la struttura di funzionamento di queste iniziative che per la mentalità del momento, risultava molto difficile definire e capire la differenza tra l’attività personale di alcuni membri e l’azione istituzionale dei direttori dell’Opus Dei. Se un membro dell’Opera dirigeva un mezzo di comunicazione, se ne traeva la conclusione che l’istituzione era la responsabile finale della linea editoriale di quella pubblicazione, in particolare nei settori polemici e politici. E se i dirigenti dell’Opus Dei lo negavano, venivano accusati di segretezza e di controllare nell’ombra i mezzi di comunicazione.

A queste difficoltà, poi, si aggiungeva che alcune persone dell’Opera si appellavano ai direttori regionali, criticando alcuni punti di vista di un mezzo di comunicazione diretto da un altro membro dell’Opus Dei, che loro non condividevano.

In sintesi, dopo quindici anni di esperienza, le opere comuni rendevano difficile la comprensione del messaggio dell’Opus Dei sulla libertà individuale e sul legittimo pluralismo dei cattolici nella vita pubblica e nelle scelte professionali. Visti i cambiamenti che stavano avvenendo in quei primi anni, non era coerente che vi fossero mezzi di comunicazione che, essendo stati incoraggiati dai direttori dell’Opera, venivano ritenuti espressioni istituzionali su questioni nelle quali la diversità di opinioni era legittima e rivendicata dallo spirito dell’Opera. Dopo un periodo di riflessione, nel dicembre del 1966 il fondatore comunicò la fine di questo tipo di opere. Da allora le iniziative apostoliche collettive rimasero divise in opere di apostolato corporativo e iniziative personali, nell’ambito della formazione, dell’educazione e della sanità.

Negli anni successivi, una volta svincolate dall’Opera, alcune iniziative di carattere culturale e comunicativo che erano nate come opere comuni continuarono la loro attività imprenditoriale portata avanti a titolo personale, mentre altre terminarono ogni attività. L’idea di promuovere la partecipazione dei laici ad iniziative d’impatto pubblico cristiano continuò ad essere molto presente e si avvalse di un chiaro incoraggiamento delle autorità dell’Opera, ma in ambiti giuridico-istituzionali diversi, che col tempo hanno subito un’evoluzione allo scopo di distinguere meglio le zone di responsabilità e di azione. In questo processo, le autorità dell’Opus Dei hanno meglio definito le diverse competenze riguardo a tali iniziative: incoraggiamento a promuoverle, formazione nella dottrina sociale dei loro promotori, responsabilità individuale negli investimenti economici, ecc.

Nell’evoluzione dei profili di questo tipo di strumenti, ha svolto pure un ruolo una migliore definizione, da parte del fondatore, delle esigenze della secolarità e dell’apostolato dei laici: queste caratteristiche richiedevano di evidenziare la libera assunzione di responsabilità personali, come aveva indicato il Concilio Vaticano II, conclusosi in quegli anni. Il fondatore si sarebbe espresso in tal senso alcuni anni dopo in una famosa omelia[1].

La scomparsa delle società ausiliarie (1969)

Escrivá era convinto che le cosiddette società ausiliarie, così come erano impostate, fossero adeguate allo spirito secolare dell’Opera e fossero di stimolo alla responsabilità dei laici nell’evangelizzazione. L’Opus Dei, come istituzione, non era proprietario di beni, né civili né ecclesiastici; per esempio, non possedeva immobili né riceveva eredità, salvo in casi eccezionali. Non essendo enti ecclesiastici, le società non coinvolgevano la Chiesa o l’Opus Dei nelle faccende economiche e professionali.

Per dare una finalità apostolica alle società ausiliarie, i direttori dell’Opera nominavano un consigliere tecnico con il compito di controllare che la società raggiungesse il suo fine diretto o, più di frequente, indiretto di evangelizzazione; non era necessario che il consigliere tecnico ricoprisse un incarico di governo nella società, ma aveva comunque un posto nel consiglio direttivo o nel Consiglio di amministrazione per agevolare il suo intervento. Inoltre, almeno il 51% del capitale della società era nelle mani di persone che condividevano il desiderio di ispirazione cristiana dell’attività, in modo da garantire che la finalità venisse mantenuta.

Negli anni Cinquanta alcune società crebbero notevolmente, soprattutto in Spagna. Il caso più significativo di società ausiliaria fu Esfina (Società Spagnola Anonima di Studi Finanziari, 1956), un insieme di fondi di investimento che possedeva la maggioranza delle azioni di diverse società (opere comuni) con fini essenzialmente apostolici. Esfina possedeva la maggioranza delle azioni della casa editrice sarpe (Società Anonima di Riviste, Giornali ed Edizioni), iniziata cinque anni prima per avere una partecipazione in società che si dedicavano ai mezzi di comunicazione. Il gruppo Esfina aveva anche una partecipazione nei Consigli di amministrazione di altre imprese, come la distributrice di libri delsa o, fra le altre, le distributrici cinematografiche Dipenfa e Filmayer.

Nel congresso generale straordinario dell’Opus Dei del settembre 1969 i partecipanti evidenziarono che molte persone pensavano che l’istituzione amministrasse imprese economiche. Non era facile spiegare che i beni e i progetti appartenevano alle persone o alle società che li avevano promossi. Dopo aver studiato questa difficoltà, il fondatore decise di sopprimere anche le società ausiliarie, per far capire che gli strumenti materiali impiegati nelle attività apostoliche erano proprietà dei loro padroni e che l’Opera non amministrava queste società.

I tentativi di creare e consolidare una struttura di supporto ad alcune iniziative con finalità evangelizzatrici – alcune fallite e altre no – portano a concludere che il criterio di successo di queste opere non erano né quello economico, né la sola efficacia evangelizzatrice; la questione era se tali attività esprimevano o no con chiarezza lo spirito di secolarità dell’Opera, le cui manifestazioni specifiche il fondatore individuò via via con il trascorrere degli anni e con l’esperienza accumulata. Di fatto, al momento della scomparsa alcune opere comuni erano economicamente sostenibili.

Questi successivi cambiamenti avvenuti durante la vita del fondatore hanno contribuito a caratterizzare l’apostolato collettivo dell’Opus Dei. Tenendo conto della varietà delle iniziative e delle culture o delle legislazioni nazionali, a volte sono stati necessari alcuni anni per venire a capo delle inerzie naturali e delineare i rapporti dell’attuale Prelatura dell’Opus Dei con le diverse società educative e assistenziali che, nei termini stabiliti in accordi tra le due parti, ricevono orientamento formativo e assistenza pastorale dall’Opus Dei, in base ai nn. 121-123 dei suoi attuali Statuti.

Per avere una visione più completa e documentata di questa evoluzione si consiglia la lettura di: Historia del Opus Dei (José Luis González Gullón e John F. Coverdale, Ed. Rialp, Madrid 2021, pp. 235-255 e 318-343).

[1] «Dovete diffondere dappertutto una vera mentalità laicale, che deve condurre a tre conclusioni: a essere sufficientemente onesti da addossarsi personalmente il peso delle proprie responsabilità; a essere sufficientemente cristiani da rispettare i fratelli nella fede che propongono – nelle materie opinabili – soluzioni diverse da quelle che sostiene ciascuno di noi; e a essere sufficientemente cattolici da non servirsi della Chiesa, nostra Madre, immischiandola in partigianerie umane.[…] Interpretate quindi le mie parole per quello che sono: un appello all’esercizio – tutti i giorni!, e non solo nelle situazioni di emergenza – dei vostri diritti; e all’esemplare compimento dei vostri doveri di cittadini – nella vita politica, nella vita economica, nella vita universitaria, nella vita professionale -, addossandovi coraggiosamente tutte le conseguenze delle vostre libere decisioni, assumendo la responsabilità dell’indipendenza personale che vi spetta» (Colloqui, Omelia Amare il mondo appassionatamente, n. 117).