La corsa di Montse (III): Una partita contro il dolore

Montse richiamava l’attenzione per l’allegria, la vitalità e la generosità che dimostrava. Questo modo di essere si manifestava anche nello sport. In questa serie di articoli ripercorriamo la vita di Montse Grases.

Alcuni giorni prima di chiedere l’ammissione nell’Opus Dei, Montse comincia ad accusare dei fastidi alla gamba sinistra. A casa sua lo attribuiscono a una caduta mentre sciava e non gli danno importanza. Però col passare delle settimane il dolore aumenta e i genitori decidono di portarla dal medico.

Le vitamine prescritte non hanno nessun effetto, così i medici le ingessano la gamba per immobilizzarla. Questo non fa altro che aumentare il dolore e poche settimane dopo sono costretti a togliere il gesso. Montse continua così a passare da uno specialista all’altro, ma nessuno riesce a capire l’origine di un dolore che diventa sempre più acuto e le rende difficile camminare. Solo a giugno del 1958 il padre di Montse ottiene la diagnosi definitiva: si tratta di un sarcoma di Ewing, un cancro all’osso caratteristico dei giovani, molto maligno. A Montse, non c’è dubbio, rimangono pochi mesi di vita.

Manuel e Manolita decidono di spiegare alla figlia che ha solamente un tumore e che deve cominciare a sottoporsi alla radioterapia, mentre cercano di fare in modo che in famiglia si prosegua una vita normale. Andranno a Seva, anche se Montse tornerà a Barcellona nei giorni di trattamento. Lei non si allarma: è giovane (il 10 luglio compie 17 anni), è entusiasta della sua recente vocazione e confida che Dio le darà la salute per viverla.

Col passare dei giorni Montse si rende conto della preoccupazione dei genitori e intuisce che c’è qualcosa di più. Lo dice alla direttrice di Llar: “Capisci quello che mi succede?”. Al ritorno da Seva un fine settimana, una sera, quando i piccoli sono già a letto, Montse esige che i genitori le spieghino esattamente che cosa ha. Nell’apprendere la gravità della sua situazione, suggerisce la possibilità che le taglino la gamba. Ma i genitori ne hanno già parlato al medico: non servirebbe a niente. Montse si limita a rispondere: “Che peccato!”. Poi li saluta e si dirige verso la sua camera.

Sua madre vede che s’inginocchia davanti all’immagine della Madonna di Montserrat, prega e poi si mette a letto, e le tiene compagnia. “Che fortuna”, commenta Montse, e si addormenta. Più avanti Manolita si renderà conto che nei momenti in cui è stata ai piedi della Madonna le ha detto: “Come tu vorrai”.

Da quel momento Montse vive come aveva deciso di vivere prima di ammalarsi: con una completa dedizione a Dio e agli altri. Aveva previsto un’avventura di molti anni. Anche di andare a Parigi per dare una mano all’apertura di una prima residenza per universitarie. Ma Dio la sorprende con altri programmi, e lei è convinta che con la sua grazia potrà vivere la stessa avventura divina in ogni momento del tempo che le rimane.

Montse sopporta le sedute di radioterapia con un certo senso dell’umorismo. La sua gamba va acquistando un colore sempre più scuro, e lei commenta: “La gamba mi sta diventando più abbronzata”. Non fa un dramma neppure quando, nell’entrare in un taxi per andare in ospedale, comprova che nel posto di dietro non può distendere la gamba. Scherzando, dice: “È che io ho bisogno di taxi su misura”.

Alla fine del trattamento ritorna a Seva. I vicini di casa non riescono a dominare il loro stupore nel constatare la sua allegria. Dato che la radioterapia le ha restituito una certa mobilità, si avventura a montare in bicicletta pedalando con una sola gamba per andare a Messa con le amiche. Fa in modo di non abbandonare le abitudini di ogni anno: lo sport, il fiume, le sardane e il teatro. Ma le sarà impossibile è salire al Matagalls.

A fine settembre, ritornata a Barcellona, si acuiscono i dolori che in parte si erano calmati grazie alla radioterapia. Comunque si impegna a non essere diversa in nulla. Si è iscritta alla “Scuola della Donna” e tenta di condurre una vita normale, anche se dopo pochi mesi si vede costretta a non frequentare più le lezioni. Malgrado le difficoltà fisiche e i momenti di sconforto, si sforza di osservare le pratiche di vita cristiana, che ha man mano intensificato dopo aver chiesto l’ammissione nell’Opus Dei.

Ogni sera prende nota su un taccuino come va il suo rapporto con Dio, i suoi sforzi per migliorare il carattere, un proposito per il giorno successivo. Non smette di parlare di Dio a tutte le sue amiche e di interessarsi a fondo di persone che conosce appena. La sua famiglia e i suoi amici constatano in essa una notevole crescita della temperanza, della fortezza e della pazienza, frutto della sua fede e della sua docilità alla grazia.

Ha alcuni momenti di incertezza. A Llar dice alla direttrice che certe volte si fa scrupolo di chiedere a Dio la sua guarigione. “In questi casi, dico alla Madonna di sistemare le cose come vuole Lei”.

Però non perde il buonumore. Una delle sue amiche che guida una moto con sidecar, se la trova a una fermata di autobus e le domanda se vuole un passaggio. Montse risponde sorridendo: “Io sì che voglio; quello che no so è se lo vorrà la gamba”.

Alla fine di novembre la sua salute comincia a peggiorare rapidamente, la gamba si gonfia in modo allarmante e uscire di casa le richiede uno sforzo sempre maggiore. In quei momenti Montse lotta per rimanere allegra e rallegrare la vita degli altri. Allo stesso tempo si sforza di rimanere sempre più vicina a Dio nell’orazione e in mille piccoli dettagli quotidiani.

Vedendo la rapidità con la quale peggiora la salute della figlia, i genitori decidono di regalarle una cosa che le farà uno straordinario piacere, anche se comporterà un impegno economico: un viaggio lampo a Roma. A novembre Montse trascorre quattro giorni nella città santa. Recita l’Angelus con il Papa e visita la basilica di San Pietro. Conosce il fondatore dell’Opus Dei, san Josemaría Escrivá e vive in una residenza con altre ragazze dell’Opus Dei. Malgrado la stanchezza, nei mesi successivi lo ricorderà continuamente: “Che meraviglia, quelle giornate!”.

Il tempo di Natale lo passa ormai a letto, nella stanza della Madonna, più luminosa, in compagnia dei familiari. Da allora, praticamente non uscirà più di casa. Malgrado il dolore lancinante – è come se un cane le stesse mordendo continuamente la gamba, dirà una volta – , Montse continua a trasmettere la stessa gioia e lo stesso buonumore di sempre. Si sforza di fare in modo che tutti attorno a lei siano felici e perciò impara a suonare la chitarra stando a letto. A volte canticchia una canzone e chiede a tutti di cantare. E quando suo padre, incapace di cantare per l’emozione, si nasconde dietro il giornale, Montse se ne accorge e gli dice: “Papà, non ti sento... Voglio che tu sia allegro”.

Vedendola così, molte sue amiche fanno fatica a credere che realmente sia tanto malata. Dietro questo atteggiamento vi sono dei particolari che comportano un grande sacrificio: non dice mai di no alle visite, si mette in ordine quando vengono a vederla, si scusa per la fatica che fa fare agli altri, e del dolore non parla con altri se non con i genitori e con un certo numero di persone dell’Opus Dei. Alcune volte sua madre non vorrebbe far passare alcune amiche, temendo che la stanchino; però Montse insiste: “Mamma, non siamo qui per fare ciò che piace a noi; che passino”.

“Se appare una medicina nuova, la prenderò; se mi devono tagliare la gamba, me la taglieranno. E se il Signore vuole che muoia..., morirò. Io lotto perché voglio vivere, perché sono dell’Opus Dei, perché voglio servire il Signore, perché voglio evitare queste sofferenze ai miei genitori. Voglio e amo la vita; ma se Dio vuole che muoia, morirò... perché posso aiutare anche dal Cielo”.

Pur in mezzo a grandi dolori, Montse vuole unirsi sempre più a Gesù sulla Croce. Riempie la sua inattività forzata con un intenso dialogo con Dio. In certi giorni non può leggere né scrivere. Qualche volta invita chi le tiene compagnia a pregare con lei: “Facciamo orazione” o “Mi puoi leggereil Vangelo?”. Quelli che le stanno accanto rimangono commossi nel vedere fino a che punto ha accettato che la sua vita sia un’offerta a Dio e fino a che punto Dio si fa presente nella sua anima in un modo straordinario, in una serenità gioiosa.

La vita di Montse si va spegnendo poco a poco. La sua famiglia e quella di Llar non la lasciano sola. Si prendono cura con la stessa attenzione delle necessità del suo corpo e della sua anima. I suoi amici vanno a salutarla. Alla fine, il 26 marzo, Giovedì Santo, si spegne definitivamente tenendo tra le mani la piccola croce che tante volte ha baciato.

«Aveva questo spirito di vittoria perché - spiega suo fratello Enrique - sapeva che Dio non perde battaglie. Perché sapeva che l’amore di Dio è sempre più forte della morte. Ha saputo dare tutto l’amore che portava dentro, giocando sempre in doppio con il dolore di Gesù sulla Croce, seguendolo in tutte le sue giocate. E Dio, come sempre, ha vinto la partita. Penso che questo costituisca parte del messaggio di mia sorella Montse. Cambiò volto al dolore; lo convertì in Amore».