Nel linguaggio comune il termine «contemplazione» indica l’atto fisico di fissare lo sguardo su un oggetto o su uno spazio materiale e anche per estensione, l’atto spirituale di concentrare l’attenzione su una determinata questione. In ambito religioso, «La contemplazione non è per privilegiati. C’è chi, con conoscenze elementari di religione, pensa che i contemplativi stiano tutto il giorno in estasi. È una grande ingenuità. I monaci nei loro conventi hanno mille attività: puliscono la casa e lavorano per guadagnarsi la vita. Spesso mi scrivono religiosi e religiose di vita contemplativa, che nutrono grande affetto per l’Opera, e mi dicono che pregano molto per noi. Comprendono quello che molta gente non capisce: la nostra vita secolare di contemplativi in mezzo al mondo, in mezzo alle attività temporali» (ALVAREZ – ANCILLI, 1983, p. 472).
1. Distinzione del concetto
Il linguaggio cristiano ha assunto il termine «contemplazione» dalla riflessione filosofica del pensiero greco-romano, arricchendolo di nuovi elementi: il passaggio dal mondo della contemplazione delle idee o della bellezza, alla consapevolezza di essere in comunione vitale con la Trinità; l’esclusione di ogni panteismo e l’affermazione di un Dio creatore e trascendente, che chiama l’uomo a partecipare della sua vita divina e colloca la contemplazione in una prospettiva nuova, dalla quale deriva il reciproco influsso tra conoscenza e amore nel processo di avvicinamento a Dio; e infine lo sfociare della contemplazione nell’azione, nell’amore per Dio e per il prossimo manifestato nelle opere (cfr. ILLANES, 2003, pp. 308-309).
Nella storia della spiritualità, la contemplazione è stata oggetto di studio da parte dei teologi e, nel caso particolare della contemplazione mistica, di descrizione fenomenologica da parte dei mistici, offrendo una grande ricchezza di riflessioni, senza tuttavia giungere, com’è comprensibile di fronte a un tema tanto profondo, a dare una risposta piena a tutte le questioni che il concetto pone. Dell’ampiezza di questi contributi danno testimonianza le oltre cinquecento fitte colonne che il Dictionnaire de Spiritualité dedica all’argomento. La stessa vastità della materia ci esime dal tentativo di offrirne qui anche solo una brevissima sintesi.
Possiamo quindi limitarci a segnalare, collocandoci già ai nostri giorni, che nei primi quattro decenni del XX secolo — contemporaneamente all’affermarsi della teologia spirituale come disciplina scientifica — diversi autori diedero vita al dibattito sulla cosiddetta «questione mistica»: «i problemi sollevati dalla polemica potrebbero ricondursi, essenzialmente, alla chiamata universale alla contemplazione e ai rapporti tra l’ascetico e il mistico nella vita cristiana» (BOSCH, 2007, p. 477).
Questo dibattito e la dottrina della chiamata universale alla santità, ricordata e sottolineata dal Concilio Vaticano II, condussero alla diffusa accettazione della contemplazione come dimensione connaturale della vocazione cristiana: ogni battezzato deve aspirare a essere contemplativo, a raggiungere un’intima unione di conoscenza e di amore con Dio che permei tutto il suo agire. In questa linea si pone il Catechismo della Chiesa Cattolica, come mostrano il numero 2014 e quelli relativi alla preghiera contemplativa (nn. 2709-2719). E questo stesso principio si trova al cuore della dottrina spirituale di san Josemaría.
2. La dottrina di san Josemaría
Nelle opere pubblicate di san Josemaría compaiono con una certa frequenza il sostantivo «contemplazione» (15 volte) e l’aggettivo «contemplativo/a» (25), così come, ancora più frequentemente, il verbo «contemplare» (116). Colpisce l’uso ripetuto del verbo rispetto al sostantivo e all’aggettivo. In parte ciò si può spiegare per l’impiego del verbo nel suo significato generico di «guardare», «vedere», «assistere»; uno studio recente segnala tuttavia che in ottanta passi si ricorre al verbo «contemplare» proprio per consigliare che, nella preghiera o nella meditazione, «si considerino e si rivivano alla presenza di Dio le scene del Vangelo» (ILLANES, 2003, p. 313), il che contribuirebbe a spiegare anche questa differenza numerica.
In questi casi, san Josemaría utilizzava spesso l’espressione «contemplativi in mezzo al mondo» per indicare che il cristiano cresce nella vita di preghiera e si apre alla contemplazione anche «nelle attività della vita ordinaria e attraverso di esse, costituendo così un modo specificamente secolare di vivere la preghiera contemplativa» (BELDA, 2007, p. 175).
Rimandando uno studio più approfondito del tema ad altre voci del Dizionario, sottolineiamo fin d’ora che, per san Josemaría, la consapevolezza della filiazione divina, cioè il sapersi figlio di Dio, porta il cristiano a «contemplare con amore e con ammirazione tutte le cose uscite dalle mani di Dio Padre Creatore» (ECP, 65). E, di conseguenza, anche a vedere Dio in tutte le cose, con le relative implicazioni pratiche. Scrive, per esempio: «Contempla il Signore dietro ogni avvenimento, ogni circostanza, e così saprai ricavare da tutti gli eventi più amore di Dio e più desiderio di corrispondervi» (F, 96). E, nello stesso senso, come qualcosa di proprio dei figli di Dio, allude al parlare «la lingua delle anime contemplative, quella degli uomini spirituali, perché si sono resi conto della loro filiazione divina» (ECP, 13).
La santità cristiana, che poggia necessariamente sulla preghiera, tende a tradursi in vita contemplativa. Poiché la chiamata dei battezzati alla santità è universale, si può anche dire che, per la stessa ragione, tutti sono chiamati alla contemplazione piena di amore di Dio, qualunque siano le circostanze in cui si svolge la loro esistenza. San Josemaría, che rivolge il suo insegnamento a tutti i cristiani, e in particolare a quel fedele cristiano che definisce «cristiano comune», scrive: «La preghiera è il fondamento di ogni attività spirituale; con la preghiera siamo onnipotenti e, se prescindessimo da questa risorsa, non otterremmo nulla» (AD, 238).
San Josemaría insegna anche — come chi ne ha una profonda esperienza personale — che alla base di questo atteggiamento contemplativo o preghiera continua devono esserci alcuni momenti quotidiani particolarmente dedicati alla preghiera mentale. Si unisce così alla Tradizione cristiana, di cui fa eco anche il Catechismo della Chiesa Cattolica: «non si può pregare “in ogni tempo” se non si prega, con particolare dedizione, in alcuni momenti: sono i tempi forti della preghiera cristiana, per intensità e durata» (CCC, 2697).
La più alta espressione della preghiera è infatti la preghiera contemplativa (cfr. CCC, 2699), il cui inizio si trova, con l’aiuto della grazia, nella ricerca costante della presenza di Dio. San Josemaría lo esprime, per esempio, tra gli altri luoghi, nell’itinerario spirituale che presenta nella sua omelia Verso la santità: «Cominciamo con le preghiere vocali, che molti di noi hanno ripetuto da bambini: sono frasi ardenti e semplici, rivolte a Dio e a sua Madre, (...) Non è forse questo — in qualche modo — un principio di contemplazione, una dimostrazione evidente di fiducioso abbandono?» (AD, 296).
La preghiera progredisce attraverso gli atti di fede, di speranza e di amore, che danno forma alla propria esistenza; e la meditazione — seconda espressione della preghiera (cfr. CCC, 2699) — trova nel Vangelo, reso attuale e rivissuto, il suo alimento privilegiato: «Vuoi imparare da Cristo e prendere esempio dalla sua vita? — Apri il Santo Vangelo e ascolta il dialogo di Dio con gli uomini..., con te» (F, 322).
È in questo contesto che san Josemaría ricorre più spesso alla nozione di contemplare, nel senso di rivivere e rendere presenti le scene della vita di Gesù e di Maria: «La Chiesa ci invita alla contemplazione dei misteri: perché si imprimano nella nostra mente e nella nostra immaginazione, con la gioia, il dolore e la gloria di Santa Maria, l’esempio straordinario del Signore, nei suoi trent’anni di vita nascosta, nei tre anni della sua predicazione, nella sua Passione ignominiosa e nella sua gloriosa Risurrezione» (AD, 299).
E dal rapporto con la Santissima Umanità di Gesù, con Maria e con Giuseppe si passa al rapporto con le Persone divine: «dalla trinità della terra alla Trinità del Cielo», secondo un’espressione che san Josemaría amava ripetere. «Il cuore ha bisogno, allora, di distinguere e adorare ciascuna delle Persone divine. In qualche modo è una scoperta, quella che l’anima compie nella vita soprannaturale, come quella di un infante che apre gli occhi all’esistenza» (AD, 306).
San Josemaría era perfettamente consapevole della gratuità della contemplazione e, allo stesso tempo, la considerava meta e orizzonte di ogni cristiano, perché comporta l’unione con Dio: «Se tu cerchi di meditare, il Signore non ti negherà la sua assistenza. Fede e opere di fede, perché il Signore (...) è ogni giorno più esigente. Questo è già contemplazione ed è unione; questa deve essere la vita di molti cristiani (...)» (AD, 308).
Vicente BOSCH

