«Ci impegniamo affinché i giovani scoprano e scelgano da soli il proprio cammino»

Lidia Via lavora dal 2019 presso l’Assessorato Regionale dell'Opus Dei in Spagna come responsabile delle attività per i giovani. In questa intervista spiega l’attività formativa che la prelatura dell’Opus Dei svolge con i giovani e l’accompagnamento nei processi di discernimento delle vocazioni al celibato.

Le recenti Assemblee regionali dell'Opus Dei, dal titolo "Approfondire il carisma e rinnovare il desiderio di servire Dio, la Chiesa e la società", hanno nuovamente messo in evidenza il ruolo centrale dei giovani nel presente e nel futuro dell'Opera. Insieme a tutta la Chiesa, l'Opus Dei ha intrapreso un percorso di riflessione sulla pastorale vocazionale e sull’accompagnamento nei processi di discernimento delle vocazioni al celibato.

Nel 2024 è stata lanciata Youth, una piattaforma dedicata ai giovani all'interno del sito web dell'Opus Dei. In occasione del primo anno di Youth, abbiamo parlato con Lidia Via, responsabile delle attività rivolte ai giovani per l’Assessorato Regionale dell'Opus Dei in Spagna, per approfondire l'attività formativa che oggi l'Opus Dei svolge con i giovani nel Paese, nonché le esperienze acquisite e i miglioramenti avvenuti lungo quasi cento anni di storia, insieme alle speranze e alle sfide per il futuro.

Lidia Via è laureata in Giornalismo presso l’Università Complutense di Madrid e ha conseguito un Master in Reputazione Aziendale presso l’Università di Navarra. Madrilena, di genitori catalani, ha diretto associazioni giovanili promosse dall'Opus Dei a Madrid, Saragozza e Tenerife, oltre a un Collegio Maggiore a Madrid.

Ha avviato iniziative imprenditoriali nell’ambito della comunicazione creativa e fornisce consulenza a diverse organizzazioni nel campo della comunicazione strategica. Da cinque anni fa parte del team di direzione del settore femminile dell'Opus Dei in Spagna, con la responsabilità della formazione dei giovani.

In questa conversazione parleremo dei giovani nell'Opus Dei. Per iniziare, come spiegheresti cos'è l'Opus Dei?

L’Opus Dei è ogni persona che ne fa parte: cattolici che desiderano, con l’aiuto di Dio, contribuire alla missione evangelizzatrice della Chiesa, vivendo con coerenza il messaggio di Cristo nella vita quotidiana – soprattutto nel lavoro – e cercando di collaborare con la grazia divina affinché molte persone possano conoscere Cristo e incontrarlo personalmente.

All'inizio, l'Opus Dei non offriva attività formative per i giovanissimi. Perché si è deciso di avviarle?

È stata un’evoluzione naturale, tipica di una realtà ecclesiale che cresce insieme ai suoi primi fedeli. Quando san Josemaría ha dato inizio all'Opus Dei, a ventisei anni, ha iniziato radunando i suoi amici: giovani universitari e giovani professionisti. Per questo, le prime iniziative formative sono state residenze universitarie. È così che ha preso avvio il lavoro di san Raffaele, nome con cui nell’Opus Dei si indica l'attività formativa rivolta ai giovani.

Con il tempo, quei giovani hanno formato le proprie famiglie e hanno desiderato per i loro figli la stessa formazione e accompagnamento che li aveva aiutati ad avvicinarsi a Dio. Così, negli anni '50, sono nate le prime attività per adolescenti e le prime associazioni giovanili. Negli anni '60, inoltre, alcuni genitori hanno avviato scuole in cui desideravano coinvolgere l'Opus Dei per l’orientamento cristiano nella formazione degli studenti e delle loro famiglie.

Cosa offre l’Opus Dei ai giovani?

L’Opus Dei propone attività di formazione spirituale e umana per i giovani, con l’obiettivo di ispirarli a diventare uomini e donne integri, che vivono il messaggio cristiano nella loro quotidianità e contribuiscono così a migliorare l’ambiente sociale e professionale in cui si trovano.

Queste attività sono diverse e variano in base alle esigenze e alle aspirazioni di ciascuno. Per i ragazzi e le ragazze che chiedono aiuto all’Opus Dei per vivere la loro vocazione cristiana nel mondo, viene offerto un percorso formativo che comprende lezioni settimanali su temi di vita spirituale e di dottrina cattolica, accompagnamento spirituale, momenti di preghiera e opportunità di servizio agli altri, come catechesi e aiuto a persone in difficoltà.

Si tratta di una formazione che mira a incoraggiare i giovani a crescere nel loro rapporto personale con Gesù Cristo, ad approfondire la conoscenza della loro fede, a servire gli altri, a essere buoni amici, a prepararsi per essere professionisti e cittadini responsabili nel futuro e a prendersi cura della propria famiglia.

L’Opus Dei ha un grande entusiasmo per il lavoro di san Raffaele, desiderando accompagnare i giovani affinché siano, come diceva san Josemaría, "cristiani pieni di ottimismo e di decisione, capaci di vivere nel mondo la loro avventura divina", contribuendo così a fare il bene e a migliorare la società che li circonda.

Oggi sembra che molti giovani si stiano allontanando dal messaggio della Chiesa e dallo stile di vita cristiano. Quali sfide incontrate nella formazione delle nuove generazioni?

La prima cosa che vorrei dire è che, a volte, sento descrivere i giovani di oggi in modo riduttivo, come se fossero persone stanche, fragili, incapaci di impegnarsi per ideali elevati. Ma questa non è la mia esperienza.

Come tutti, sono figli del loro tempo e ogni epoca storica modella il modo di essere e di vivere delle persone. Abbiamo un esempio concreto nella risposta dei giovani spagnoli, cattolici e non cattolici, di fronte all’emergenza della DANA a Valencia: centinaia di loro si sono mobilitati per aiutare, arrivando da ogni parte del Paese.

Vorremmo che la formazione che ricevono li aiutasse a lasciare un impatto positivo nella società. Che possano – attraverso lo studio, il lavoro, il modo di relazionarsi e di affrontare le difficoltà – contribuire al bene comune e migliorare il mondo in cui vivono. Per farlo, è fondamentale aiutarli a sviluppare un senso critico costruttivo, in modo che imparino a discernere in ogni situazione, comprendendo che la vita non funziona come nei social media, dove si può semplicemente scegliere se qualcosa piace o non piace.

La vita e le persone hanno sfumature, e questo è un arricchimento. La nostra sfida è formare ragazzi e ragazze cresciuti in un contesto di polarizzazione e confronto, offrendo loro spazi di apertura e dialogo in cui possano sentirsi a proprio agio, essere sé stessi e, al tempo stesso, confrontarsi con realtà, idee e modi di vivere diversi.

Durante le Assemblee svolte in Spagna, abbiamo ricevuto suggerimenti da persone dell’Opus Dei e da altre vicine all’Opera sull’importanza di rendere i centri più aperti, di organizzare più attività per persone lontane dalla fede e di accogliere una maggiore varietà di persone. Vogliamo lavorare in questa direzione, perché questo ci migliora e, soprattutto, ci rende più simili a Cristo.

D’altra parte, il vero valore della Chiesa e dell’Opus Dei non sta tanto nelle attività istituzionali (nelle residenze universitarie, nelle associazioni giovanili, ecc.), ma in ciò che ogni singola persona dell’Opus Dei può offrire nel proprio contesto. Come diceva san Josemaría, gli ambienti dell’Opera non devono mai diventare “postazioni difensive”, ma piuttosto esempi concreti e visibili di apertura e comprensione.

Tutta questa formazione che offrite ai giovani è finalizzata a far sì che entrino nell’Opus Dei?

No. Il nostro obiettivo è ricordare ai giovani che tutti sono chiamati alla santità e che ciascuno ha una vocazione, una missione nel proprio ambiente. Questo è il messaggio dell’Opus Dei. Vogliamo contribuire alla missione evangelizzatrice della Chiesa, alla quale Gesù Cristo ci invita a partecipare in modo personale.

Per questo, incoraggiamo i giovani a scoprire e scegliere autonomamente il proprio cammino. Come dice papa Francesco nell’Esortazione Apostolica Christus vivit, è importante porsi la domanda: “Come si vive la giovinezza quando ci lasciamo illuminare e trasformare dal grande annuncio del Vangelo?”

In questo senso, l’Opus Dei è semplicemente un percorso tra i tanti che la Chiesa offre. È normale che la maggior parte dei giovani che partecipano alla formazione dell’Opus Dei non ne diventino mai membri. Allo stesso tempo, tra coloro che frequentano queste attività, alcuni arrivano a scoprire che la loro vocazione è proprio nell’Opus Dei, sia attraverso il celibato apostolico, sia nel matrimonio.

A che età si può diventare membri dell’Opus Dei?

Si può entrare nell’Opus Dei solo dopo aver raggiunto la maggiore età. Nessuno sotto i diciotto anni può essere incorporato. Tuttavia, la vocazione è un’esperienza personale, frutto della relazione con Dio, e può essere percepita già prima.

In questo senso, quando un giovane esprime il desiderio di appartenere all’Opus Dei vivendo il celibato, la Prelatura prevede un percorso vocazionale con diversi passaggi.

Quando si può chiedere l’ammissione all’Opus Dei?

A partire dai 16 anni e mezzo, si può scrivere una lettera al Prelato dell’Opus Dei per chiedere l’ammissione e proseguire nel processo di discernimento (questo primo passo non implica alcuna incorporazione giuridica). Se, dopo aver raggiunto la maggiore età, la persona conferma il proprio desiderio di continuare, può essere incorporata nell’Opus Dei.

Questa incorporazione è definitiva? Come viene garantita la libertà della persona?

Dopo questa prima incorporazione, segue un periodo di almeno cinque anni durante il quale la persona deve rinnovare più volte la sua decisione, garantendo così che il processo vocazionale sia consapevole e libero. Infatti, dal momento in cui si chiede l’ammissione fino all’incorporazione definitiva, si esprime esplicitamente il desiderio di appartenere all’Opus Dei almeno otto volte.

Questi passaggi nel percorso vocazionale servono sia per verificare la libertà e l’idoneità della persona, sia per permetterle di confermare – o meno – se questo è realmente il suo cammino nella Chiesa.

Come avviene il discernimento per entrare nell’Opus Dei?

Il discernimento è un’esperienza vissuta in prima persona. Mi colpiscono molto le parole di papa Francesco nella sua catechesi sul discernimento, dove lo descrive come un processo tanto bello quanto impegnativo, perché coinvolge la testa, la volontà e il cuore. Tuttavia, come dice il Papa, “Dio è Padre e non ci lascia soli”.

Si tratta di un cammino che unisce semplicità e complessità. È semplice nel senso che la persona percepisce gradualmente che Dio la chiama a un modo specifico di essere e di vivere, e verifica se questo è davvero il suo posto, se si sente serena e felice in questa missione, pur sapendo che ogni vocazione è un’avventura. È complesso, invece, perché non esistono segni esterni che possano garantire con certezza che quella sia la strada giusta: fa parte del chiaroscuro della fede.

D’altra parte, come per ogni vocazione nella Chiesa cattolica, il processo di ammissione e discernimento è lungo, proprio per garantire che solo chi lo desidera davvero possa entrare nell’Opus Dei. Il percorso inizia con l’espressione del desiderio di farne parte. Nei sei mesi successivi, la persona riceve formazione e accompagnamento personale, per comprendere bene il tipo di impegno che sta per assumere.

Segue almeno un altro anno di formazione e discernimento, al termine del quale si può fare la prima incorporazione, che è temporanea. Nei successivi cinque anni, ogni anno la persona deve rinnovare consapevolmente il proprio impegno. Può sembrare un percorso lungo, ma proprio il fatto di dover confermare più volte il proprio desiderio di appartenere all’Opus Dei, per un periodo di almeno sei anni, aiuta a comprendere meglio la propria chiamata e permette all’Opera di accompagnare ciascuno con attenzione, rispettando sempre la libertà, il protagonismo e l’idoneità della persona in questo cammino.

Cosa porta un giovane con vocazione al celibato a scegliere di essere numerario o aggregato?

La vocazione è un mistero. Nell’Opus Dei, tutti hanno una chiamata unica, ma esistono diversi modi di viverla all’interno dell’Opera. Quando una persona sente che Dio la chiama al celibato apostolico, sceglie anche come incarnare questa vocazione e il suo impegno con Dio in modo concreto.

A seconda del proprio modo di essere, delle circostanze di vita, del carattere e delle aspirazioni, ognuno scopre se si sente più portato a essere numerario o numeraria (dedicandosi in modo più diretto alla formazione degli altri membri dell’Opus Dei, vivendo abitualmente in un centro, con la disponibilità a trasferirsi in altri Paesi per favorire lo sviluppo dell’Opera e, in alcuni casi, facendo parte del governo dell’Opus Dei), o aggregato o aggregata (svolgendo un apostolato ampio nel proprio ambiente familiare e professionale, e collaborando alla formazione delle persone che si avvicinano all’Opus Dei, ma senza cambiare necessariamente luogo di residenza).

Nella mia esperienza di accompagnamento vocazionale, la domanda chiave è sempre: "Tu, come ti vedi?", incoraggiando ogni persona a parlarne con Dio. Per questo motivo, cerchiamo di far sì che in tutti i centri dell’Opera siano presenti numerarie, numerarie ausiliarie, aggregate e soprannumerarie, in modo che le giovani possano vedere con i loro occhi esempi concreti di vocazione vissuta in modi diversi. Inoltre, non è raro che una persona inizi il suo cammino in un modo e, col tempo, lo continui in un altro.

In che modo l’Opus Dei ha migliorato i processi di discernimento vocazionale?

Come accade in molte istituzioni della Chiesa, anche nell’Opus Dei, grazie sia alle esperienze positive che a quelle più difficili, abbiamo fatto importanti progressi nei processi vocazionali. Per esempio, abbiamo approfondito il significato del discernimento, rafforzando il protagonismo della persona che sente la chiamata e adottando una prospettiva più paziente, che rispetta i tempi necessari affinché la vocazione possa maturare in modo più libero e consapevole.

Negli ultimi anni, il prelato ha reso più flessibili i tempi di incorporazione, per permettere un discernimento più personalizzato. Questo cambiamento è stato frutto di un’analisi con i consigli di governo dell’Opus Dei, sia maschili che femminili, per garantire che ogni persona possa valutare con serenità il momento giusto per fare un passo avanti. Inoltre, abbiamo sviluppato una sensibilità più profonda verso chi, durante questo percorso, decide di non proseguire nell’Opus Dei, cercando di comprendere meglio le motivazioni di questa scelta.

Un altro aspetto su cui stiamo lavorando è la formazione di coloro che accompagnano i giovani nel loro discernimento vocazionale. Ci aggiorniamo continuamente, studiando i documenti del Papa e della Chiesa sul discernimento, affinché i giovani che riflettono sulla loro vocazione si sentano liberi e felici nel loro cammino. Abbiamo anche approfondito l’importanza del legame tra la persona e la sua famiglia. Non solo nella fase iniziale della formazione – dove l’Opus Dei sostiene i genitori nella missione educativa – ma lungo tutta la vita. Ad esempio, per chi vive nei centri dell’Opus Dei come numerario o numeraria, è bello che la famiglia possa conoscere le persone con cui vive e partecipare alla sua vita, così come noi partecipiamo alla loro.

Come vengono informate le famiglie sulla vocazione dei loro figli?

Oggi è fondamentale – ed è vissuto così – che ogni giovane inizi questo cammino con il coinvolgimento dei propri genitori, indipendentemente dall’età. Anche i giovani maggiorenni, che spesso dipendono ancora economicamente dalla famiglia, affrontano questo percorso con il sostegno e la conoscenza dei loro genitori.

Inoltre, incoraggiamo un rapporto solido tra le famiglie e le persone che si occupano della formazione nei centri e nelle associazioni giovanili. Questo vale non solo per i casi in cui un figlio o una figlia esprima il desiderio di appartenere all’Opus Dei, ma per l’intero cammino formativo della persona.

In cosa consiste la figura dell’aspirante?

Gli aspiranti sono ragazzi e ragazze dai 14 anni e mezzo in su che sentono una possibile chiamata al celibato nell’Opus Dei – come numerari o aggregati – ma che, essendo minorenni, non possono ancora entrare nell’Opera né chiedere l’ammissione. In questi casi, l’Opus Dei accoglie questo desiderio e accompagna questi giovani nel rispetto della loro età. Durante questo periodo non sono membri della Prelatura e non assumono alcun obbligo. Ricevono orientamento spirituale e formazione cristiana per conoscersi meglio, crescere nella fede, vivere con più consapevolezza la vita sacramentale e maturare come figli, amici e studenti.

Vengono aiutati a riflettere sulla propria missione apostolica nel mondo e sullo spirito dell’Opus Dei, in modo che possano ricevere le informazioni necessarie per comprendere meglio la loro inquietudine vocazionale. Oggi, almeno in Spagna, la figura dell’aspirante non è così diffusa come in passato, anche perché i giovani di oggi tendono ad avere ritmi di discernimento più lenti e ponderati.

Nel corso degli anni, la figura di aspirante ha subito delle trasformazioni. Grazie all’esperienza maturata nei processi vocazionali, abbiamo adattato sia la formazione che l’accompagnamento, mettendo sempre più al centro la crescita umana e spirituale del giovane.

Per esempio, un tempo, gli aspiranti erano incoraggiati a vivere il più possibile come membri dell’Opus Dei. Oggi, invece, l’accento è posto sull’aiutarli a crescere come cristiani nel mondo, al tempo stesso si affronta con loro quella inquietudine che provano nel donarsi a Dio.

Penso che questi cambiamenti, avvenuti intorno all’anno 2000, siano il frutto di una maggiore consapevolezza da parte dell’Opus Dei rispetto ai giovani e alle famiglie di oggi.

Le vocazioni al celibato provengono principalmente da famiglie dell’Opus Dei?

La realtà delle vocazioni nell’Opus Dei è cambiata molto nel tempo. In Spagna, ad esempio, all’inizio erano i figli e le figlie a far conoscere l’Opus Dei ai propri genitori, non il contrario. In seguito, questi giovani hanno formato le proprie famiglie e hanno trasmesso ai loro figli la relazione personale con Dio, l’importanza dei legami familiari, il desiderio di servire gli altri, il valore del lavoro ben fatto e dell’amicizia. In altre parole, hanno cercato di donare ai loro figli ciò che per loro è stato significativo nella loro vita cristiana.

Per conoscere e desiderare qualcosa, bisogna prima entrarne in contatto. Per questo è naturale che molte vocazioni all’Opus Dei in Spagna provengano da famiglie cristiane che hanno trasmesso anche lo spirito cristiano dell’Opera ai loro figli. Tuttavia, ogni famiglia è un mondo a sé. Ad esempio, nella mia famiglia, i miei genitori sono dell’Opus Dei, ma ognuno dei miei fratelli ha scelto un percorso di vita completamente diverso.

In altri Paesi, la situazione è molto diversa: in alcune nazioni, le vocazioni arrivano prevalentemente da adulti convertiti, perché ci sono pochissime famiglie cattoliche.

Pur riconoscendo che qualsiasi istituzione della Chiesa ha una missione evangelizzatrice e desidera avere vocazioni, ci sono persone che ritengono che l'Opus Dei, per anni, sia stato insistente nel proporre agli adolescenti la possibilità di avere una vocazione e nell'incoraggiarli a fare il passo. Cosa risponderesti?

Come ho già spiegato, l’Opus Dei fa parte della Chiesa e condivide la missione di evangelizzare. Il modo in cui questa missione è stata vissuta si è evoluto nel tempo e, a seconda dell’esperienza personale, può essere stato percepito in modi diversi.

In tutta la Chiesa, così come nel resto della società, c'è stato un profondo cambiamento nel modo di accompagnare i giovani. Per questo, nella riflessione sulla pastorale vocazionale, soprattutto nel discernimento degli adolescenti, si dà grande importanza alla maturità, alla prudenza e al rispetto, affinché l’accompagnamento sia adeguato.

Siamo consapevoli che alcune persone che hanno avuto un’esperienza nell’Opus Dei riferiscono di aver percepito una certa pressione in questo senso, e mi dispiace molto che sia stata la loro esperienza. Vorrei che non fosse accaduto.

Forse, nelle prime decadi di espansione, l’entusiasmo nel trasmettere il messaggio dell’Opus Dei – molto legato all’azione – ha portato in alcuni casi a un approccio ben intenzionato ma forse troppo insistente. Tuttavia, il principio fondamentale dell’Opus Dei è sempre stato che la vocazione è una chiamata personale e libera, e si è sempre cercato di aiutare ogni persona a riflettere davanti a Dio, con libertà e senza pressioni sul proprio cammino spirituale.

Sembra che nella Chiesa e nell'Opus Dei ci sia una crisi di vocazioni o che molti di coloro che iniziano il cammino poi lo abbandonino. Cosa ci diresti a riguardo?

È vero che il numero di vocazioni è diminuito rispetto agli anni ’90 e ai primi anni 2000. Ma è Dio che suscita le vocazioni, e noi – come ha detto di recente il Prelato – collaboriamo con la grazia di Dio affinché molte persone possano incontrare Gesù Cristo.

Allo stesso tempo, le vocazioni non sono l’unico frutto. Anche se oggi sono numericamente meno rispetto ad altre epoche, ringraziamo Dio per le persone che continuano a donargli la loro vita nell’Opus Dei – sia nel celibato che come soprannumerari – e per tutte le famiglie, i giovani e gli adulti che si avvicinano all’Opera e trovano aiuto nella formazione ricevuta.

È vero anche che molti sono stati dell’Opus Dei e poi hanno deciso di non proseguire. Siamo consapevoli che alcuni conservano un ricordo negativo della loro esperienza, o si sono sentiti soli nel momento della loro uscita. In passato, forse, abbiamo dato più importanza a evitare che la loro scelta avesse un impatto sugli altri membri dell’Opus Dei, e ci è mancata maggiore vicinanza e sostegno umano nei loro confronti. Penso che questo atteggiamento è cambiato da molti anni, e vogliamo continuare a migliorare in questo aspetto.

D’altra parte, molte persone ricordano con gioia il periodo vissuto nell’Opus Dei, riconoscendo che li ha aiutati a costruire radici cristiane solide, e alcuni hanno persino chiesto nuovamente l’ammissione all’Opus Dei, dopo averlo lasciato per un periodo di tempo.