“Cerca Cristo, trova Cristo, ama Cristo”

Qual era il rapporto tra san Josemaría e Gesù? Un rapporto intimo, filiale, personale, che il fondatore dell’Opus Dei si sforzava di rinnovare ogni giorno. Ci aiuta a scoprirlo Mons. Flavio Capucci, postulatore della causa di canonizzazione di san Josemaría.

“Prima di tutto - spiega Mons. Capucci - bisogna ricordare un particolare importante, che riguarda la venuta di Gesù su questa terra. I pastori che furono invitati dall’angelo a recarsi a Betlemme, non trovarono sulla paglia della mangiatoia le tavole della legge. Incontrarono un uomo. Il Cristianesimo, quindi, non è un codice etico. E’ un incontro personale con Cristo, un rapporto d’amore e di dono di se stessi al Signore”.

“San Josemaría credeva molto in questo rapporto con Gesù?”

“Il fondatore dell’Opus Dei è essenzialmente un maestro di vita spirituale. Nel corso della sua vita, non ha fatto altro che aiutare le persone a realizzare il loro incontro con Gesù. Ha insegnato alcuni modi per entrare in un rapporto personale, significativo e profondo con Cristo, che lui amava definire ‘perfetto Dio e perfetto uomo’”.

“C’è qualche episodio che può testimoniare questo desiderio di ricerca di Cristo?”

“Una volta, san Josemaría regalò un libro sulla storia di Gesù a un giovane studente di architettura, che poi sarebbe diventato sacerdote. Nella dedica scrisse: “Cerca Cristo, trova Cristo, ama Cristo”. Queste parole racchiudono perfettamente il messaggio del fondatore dell’Opus Dei. Un invito costante ad entrare in comunicazione con il Signore. A desiderare costantemente questo incontro”.

“E come nasce, concretamente, questo desiderio di incontrare Gesù?”

“Con la presa di coscienza della propria chiamata alla santità. La svolta, in questo processo, è rappresentata dalla consapevolezza che Cristo ha versato sangue per tutti gli uomini. Quindi, Gesù ha per noi un amore personalissimo. Come il rapporto che san Josemaría invitava a stabilire con Lui”. 

“Che importanza ha la preghiera in questo rapporto?”

“In ‘Cammino’, san Josemaría descrive Gesù come un amico. Lo chiama ‘l’Amico’ (con la ‘A’ maiuscola) e sottolinea che ha ‘un cuore di carne, come il tuo’ e ‘occhi dallo sguardo amabilissimo, che piansero per Lazzaro’. E conclude: ‘Così come a Lazzaro, vuol bene a te’. Queste semplici parole possono aiutarci a capire, senza bisogno di grandi disquisizioni teoriche, che cosa sia la preghiera: un dialogo con il Signore”.

“E’ davvero possibile parlare con Gesù, come ad un amico?”

“E’ proprio quello che san Josemaría voleva insegnare. Dio si è fatto uomo per aiutarci a comunicare con Lui, attraverso la nostra stessa umanità. La preghiera cristiana non è, come nella meditazione trascendentale, uno sforzo per entrare in se stessi, isolarsi dal mondo e fare chissà quali esperienze interiori. E’, semplicemente, parlare con una persona cara, che ha un cuore di carne come noi”. 

“La preghiera è un punto di partenza o d’arrivo?”

“San Josemaría affermava che l’elemento portante della vita spirituale è il rapporto con Cristo. Prima di tutto, quindi, viene l’orazione. E poi l’azione. E’ dalla preghiera che scaturisce l’impegno nelle cose terrene. A questo proposito, vorrei ricordare che il fondatore dell’Opera attribuiva grande importanza ai trent’anni di vita nascosta di Gesù. Per tutti noi sono anni luminosi, anche se furono vissuti nell’oscurità”.

“Qual è il significato di questo periodo, spesso ignorato, della vita terrena di Cristo?”

“Quei trent’anni ci aiutano a riflettere sul fatto che Gesù, figlio di Dio, ha condotto a lungo una vita normale, come ognuno di noi. Ha lavorato, come migliaia di altri uomini su questa terra. Giuseppe e Maria lo vedevano e dialogavano con Lui, nel corso della giornata. E tutto questo aveva certamente un riflesso nella loro vita. Bastava rivolgere uno sguardo a Gesù, per vedere il Signore. E noi possiamo fare la stessa cosa. Dedicare un pensiero a Dio, per illuminare il resto della nostra vita”. 

“Gesù, quindi, è molto più vicino a noi di quello che si può pensare?”

“Gesù è tra noi, nel mondo. san Josemaría diceva che da quando Cristo ha assunto carne mortale non c’è più nessuna realtà terrena che si possa definire ‘profana’. Dall’incarnazione in poi non si può più affermare che esista un’estraneità tra il Signore e le cose di queste mondo. Le realtà terrene vanno ricondotte a Dio attraverso l’impegno quotidiano e la santificazione delle nostre azioni. In questo senso, dobbiamo seguire l’esempio di Gesù e dei suoi trent’anni di lavoro in questo mondo. Senza dimenticare, però, che il punto di partenza di tutto è la preghiera, la ricerca di un rapporto costante con il Signore”. 

“Per incontrare Dio bisogna anche sapersi donare?”

“Dobbiamo comportarci come Gesù, che si è completamente donato a noi. Ha rinunciato alla sua maestà divina compiendo un atto di profonda umiltà, arrivando al punto di lasciarsi giudicare dagli uomini. Giovanni Paolo II cita spesso un brano molto bello della ‘Gaudium et Spes’, che dice: ‘L’uomo trova se stesso solo quando dona se stesso”. Quindi, a Dio bisogna darsi. Mettersi al suo servizio e seguire i suoi disegni”.

“Come trovare, ogni giorno, la forza per farlo?”

“In ‘Cammino’, san Josemaría ha scritto: ‘Sapere che mi ami tanto, Dio mio, e... non sono impazzito?’ Questa, secondo me, è la fonte di energia per la nostra vita quotidiana. E’ la strada da seguire per offrire a Dio il proprio sudore e le umiliazioni che, a volte, possiamo incontrare nel nostro lavoro. Tutto, insomma, può essere vissuto come un atto d’amore. Ed è il vero segreto della vita cristiana. La santità non consiste nel fare gesta straordinarie, ma nel compiere il proprio dovere quotidiano con amore straordinario”.

“Questo è, in sintesi, il messaggio che ci ha lasciato san Josemaría?”

“E’ il messaggio di un uomo innamorato di Gesù, che non ha mai smesso di cercare la completa donazione a Cristo. Questo è stato il senso della sua vita: insegnarci a scoprire Gesù ed aiutarci ad amarlo. Non a caso, ‘Cammino’ si conclude con queste parole: ‘Qual è il segreto della perseveranza? L’Amore. Innamorati, e non lo lascerai’”. 

Intervista a cura di Carlo Climati