Tanti anni fa, una ragazza da poco laureata, che aveva iniziato a lavorare in un’impresa creata da un soprannumerario dell'Opus Dei, ricordava l'impressione che le aveva lasciato l'incontro con il fondatore della sua azienda. Era un uomo di una certa età, che invece di godersi una meritata pensione, aveva pensato di continuare a fare del bene, lanciandosi in un’avventura nel mondo della comunicazione. La speranza che egli coltivava, la fiducia che riponeva nei giovani e la visione del lavoro come servizio avevano così colpito la ragazza, che raccontava: «Ascoltandolo, mi è venuto in mente che Dio poteva dire: “Qui posso riposare, perché c'è un figlio mio che lavora come farei io”».
È l'ottica del settimo giorno della creazione: Dio riposa e si gode ciò che ha creato. Sarebbe bello che l'Opus Dei, che si avvicina al centenario della sua fondazione e che oggi festeggia i 96 anni dell'inizio della sua sezione femminile, potesse sempre essere un motivo di riposo per Dio. Non per aspirazione di grandezza o illusione di perfezione, ma come il figlio piccolo che fa un piccolo gesto per aiutare un genitore oppure per fargli una sorpresa.
Lo stesso san Josemaría, trovandosi una volta a fare orazione al tramonto in riva al mare, a Valencia, vide dei pescatori che trascinavano la rete, carica di pesci, verso la riva, e un bambino che si avvicinava a loro: “Incominciò a tirare con evidente imperizia. Quei pescatori rudi, per nulla raffinati, certamente si sentirono intenerire il cuore, e consentirono al bambino di collaborare. […] Se ci presentiamo davanti a Dio nostro Signore come quel bambino, convinti della nostra debolezza, ma disposti ad assecondare i Suoi progetti, raggiungeremo la meta più facilmente: porteremo a riva la rete, piena di frutti abbondanti, perché dove le nostre forze vengono meno, interviene la potenza di Dio”[1].
Tocca a noi!
La scrittrice ebrea olandese Etty Hillesum, morta ad Auschwitz nel 1943, proprio una domenica mattina, l’11 luglio 1942, si rivolgeva a Dio così: “Tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi”[2]. Siamo figli a cui il Signore ha affidato in eredità la terra, per realizzare il Sogno che Lui ha su di essa: “La redenzione è in atto e voi ed io siamo corredentori. Vale la pena giocarsi l’intera esistenza e saper soffrire per amore, per portare avanti le cose di Dio e aiutarlo a redimere il mondo, a corredimere”. Anche in questo caso, con la consapevolezza del fatto che “la sua redenzione è sufficiente e sovrabbondante ma ci tratta da esseri intelligenti e liberi e ha voluto che, misteriosamente, diamo compimento a ciò che manca nella nostra carne, nella nostra vita, della sua passione pro corpore eius, quod est Ecclesia”[3].
Senza voler stravolgere la Bibbia, far riposare Dio è un po’ come se i due figli della parabola[4] avessero risposto positivamente e poi fossero andati veramente nei campi. Né più né meno del lavoro da fare, nessuna azione straordinaria: professione normale, quotidiana, a servizio del Padre e dei fratelli.
E nel voler essere il riposo di Dio, è bello ricordare anche che Lo possiamo rendere felice in ogni momento. San Josemaría affermava che la nostra fede e la nostra corrispondenza possono rendere Dio pazzo di amore e di gioia[5]. “Voglio compiacere il mio Dio, il mio Amato, compiendo in tutto la sua Volontà […] solamente per fargli piacere”[6]. Come un genitore è felice per la presenza dei figli, così il Signore gode della nostra esistenza, che Lui stesso ci ha concesso. Misteriosamente siamo, come spiegava C. S. Lewis, “veri ingredienti della felicità divina”[7].
Allo stesso tempo, la vera felicità è stare accanto a nostro Padre. Perciò Dio può riposare anche quando portiamo ad altri il Suo amore e li avviciniamo a Lui: “Quando ti lanci nell’apostolato, convinciti che si tratta sempre di rendere felice, molto felice, la gente: la Verità è inseparabile dall’autentica gioia”[8]. Quanto siamo contenti quando ci sappiamo amati, quando vediamo che la nostra famiglia ci vuole bene nonostante i nostri errori, quando i nostri amici ci stanno accanto nel momento del bisogno, quando i nostri cari esultano per i nostri successi e soffrono per i nostri dolori! E ancor di più quando scopriamo che il Creatore dell’universo ha una predilezione assoluta e incondizionata per ciascuno di noi! E questo, a volte, ci viene svelato attraverso qualche persona a noi vicina, prima che attraverso catechesi o omelie.
Dio può “riaccendere”
Mi ha sempre colpito una frase di San Josemaría: “A colui che sta in fondo, all’ultimo posto del mio affetto, voglio tantissimo bene: figuratevi quanto ne vorrò a quelli che sono amici sinceri”[9]. Con una persona che sa amare così, Dio può riposare, perché “c'è un figlio mio che ama come farei io”. Non è sempre facile: Papa Leone, in questi mesi di pontificato, ci ha spesso ricordato l’importanza del perdono. Ma persino il desiderio di imparare ad amare di più e meglio, è una dimostrazione di un amore, che Dio, come nel settimo giorno, può benedire e consacrare[10], può purificare e riaccendere.
Il 2 ottobre 1928 Dio fece vedere a San Josemaría un Suo sogno. Il 14 febbraio 1930 gli fece comprendere in maniera più completa come quel sogno poteva realizzarsi. E chi ha ricevuto dal Signore la vocazione specifica a far parte dell’Opus Dei o si alimenta dello spirito che Dio ha voluto per essa, può guardare a Maria, vero sogno e riposo di Dio, e, come lei, continuare “a dire ‘sì’ al sogno che Dio ha seminato […], il sogno con cui il Signore [...] ha sognato” [11] ciascuno di noi.
F.D.
[1] San Josemaría, Amici di Dio, n. 14.
[2] Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Milano, Adelphi, 1985, p. 170.
[3] San Josemaría, Lettera n. 29, n. 2.
[4] Mt 21, 28-32.
[5] San Josemaría, Instrucción acerca del espíritu sobrenatural de la Obra, n. 39.
[6] San Josemaría, Forgia, n. 1008.
[7] C. S. Lewis, L’onere della gloria, Lindau, Torino, 2011, p. 35.
[8] San Josemaría, Solco, n. 185.
[9] San Josemaría, Instrucción para los directores, nota 83.
[10] Gn 2, 3.
[11] Papa Francesco, Omelia, Santa Messa per la Giornata Mondiale della Gioventù, 27 gennaio 2019.

