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Chiuso

C’è una storia che racconta di un giovane incaricato di distruggere un’arma letale prima che finisca nelle mani sbagliate. Per portare a termine la sua missione, intraprende un lungo viaggio che lo porta ben oltre la sua zona di comfort e dà tutto se stesso. Eppure, nonostante gli sforzi, finisce per affezionarsi proprio all’oggetto che avrebbe dovuto distruggere. Alla fine, non riesce a separarsene e qualcun altro deve intervenire al suo posto.

Quando alcuni lettori delusi scrissero all’autore, J.R.R. Tolkien, lamentandosi del fatto che il protagonista avesse impiegato tre libri per arrivare a un fallimento, Tolkien spiegò che Frodo meritava di essere considerato e ricordato perché si era spinto fin dove poteva, e nessuno avrebbe potuto pretendere da lui qualcosa in più.[1] La sua missione non era distruggere l’Anello, ma arrivare il più vicino possibile a distruggerlo.

La trappola

Non è una distinzione facile da fare, almeno quando si tratta di giudicare noi stessi. Non è difficile dire a un amico che non ha superato un esame o che ha perso la pazienza con un fratello particolarmente irritante: «Hai fatto del tuo meglio, ed è questo quello che conta». Ma prova a dare lo stesso consiglio a te stesso: non ti convincerà affatto. La maggior parte di noi nutre, sotto sotto, il sospetto di dover essere migliore degli altri. (E non aiuta il fatto che, di solito, sappiamo benissimo di non aver dato davvero il massimo.)

Il punto è questo: non sei chiamato a essere migliore di nessun altro. Vuoi rendere il mondo un posto migliore, avvicinare i tuoi amici e familiari a Dio ed essere più simile a Gesù Cristo? Allora hai una missione più grande di te. E se misuri il tuo successo personale o il tuo valore in base a quanto sei vicino a realizzarla, prima o poi finirai per perdere fiducia nella missione stessa o nel tuo valore come persona.

Se lavori per Dio, dice san Josemaría, le debolezze e gli insuccessi «vi daranno più realismo, più umiltà, più comprensione per gli altri. I successi e le gioie saranno un invito alla gratitudine e vi faranno pensare che non vivete per voi stessi, ma al servizio degli altri e di Dio».[2] Qualche paragrafo più avanti, aggiunge un consiglio di poche parole, ma ricchissimo di significato, tanto da essere stato utilizzato, mentre era ancora in vita, per alcuni elementi decorativi della casa in cui abitava, tra cui il paralume di una lampada nell'atrio della sede centrale dell'Opus Dei a Roma: «Per servire, servire».[3]

Come puoi sapere se la tua missione è distruggere l’Anello oppure consumare tutte le tue energie per arrivare il più vicino possibile a distruggerlo? È una domanda trabocchetto: non sei tenuto a saperlo. Solo Dio sa quanto avresti potuto fare meglio in un esame o quanta pazienza in più avresti potuto avere con tuo fratello.

San Josemaría non ha scritto: «Per servire, bisogna essere utili».[4] Dio non ha bisogno che raggiungiamo un determinato livello di efficienza, prestigio o resistenza prima di poterci scegliere. Non dobbiamo dimostrare quanto valiamo per meritarci il suo aiuto o la sua attenzione. Possiamo essere strumenti al suo servizio molto prima di diventare utili.

La via d'uscita

Tolkien descrive la riluttanza di Frodo a tornare a casa dopo la sua avventura anche come una tentazione di orgoglio: il «desiderio di poter tornare da “eroe”, non accontentandosi di essere stato un semplice strumento di bene».[5] Uno dei tanti paradossi della vita cristiana è che, quando siamo uniti a Cristo, partecipiamo alla sua missione come protagonisti, ma soltanto perché accettiamo di essere strumenti.

Ed essere strumenti significa impegnarsi a fare bene le cose, sapendo che i risultati non dipendono interamente da noi. «Per fare le cose, bisogna saperle portare a termine», dice san Josemaría, con il suo consueto pragmatismo. «Non credo alla rettitudine di intenzione di chi non si impegna ad ottenere la competenza necessaria per svolgere debitamente i compiti che gli sono affidati. Non basta voler fare il bene; è necessario saperlo fare». [6] Prima abbiamo ammesso che, quando qualcosa va storto, non sempre possiamo dire di aver fatto del nostro meglio. Essere strumenti di Dio ci spinge a non accontentarci.

La santità prende i nostri obiettivi e le nostre ambizioni e li rende ancora più grandi. Vuoi essere un bravo studente? Dio vuole che tu sparga continuamente per il mondo intero la tua preghiera, impegnandoti a studiare bene per Lui, anche quando all'esame ti trovi davanti a una domanda per cui non sei preparato. Vuoi mantenere la calma quando tuo fratello ti fa uno scherzo stupido? Dio vuole che tu trasformi quel tuo essere "chill" con pazienza e che Lo ami attraverso la tua reazione, anche quando sei di cattivo umore.

Non possiamo misurare ciò che Dio desidera da noi, e non sappiamo fino a che punto possiamo arrivare. Il meglio che possiamo fare è dare tutto, un passo alla volta, percorrendo la nostra strada fin dove il tempo e le forze ce lo permettono.


[1] «Frodo intraprese la sua missione per amore: per salvare il mondo dalla catastrofe che conosceva, se possibile, a costo di sacrificare se stesso; e anche con umiltà, riconoscendo di essere del tutto inadeguato al compito. Il suo vero impegno consisteva soltanto nel fare ciò che poteva, nel cercare una strada e spingersi fin dove le sue forze fisiche e mentali glielo avrebbero permesso. E fece così». (Lettera del settembre 1963, The Letters of J.R.R. Tolkien, a cura di Humphrey Carpenter, George Allen & Unwin, 1981, p. 327).

[2] San Josemaría Escrivá, È Gesù che passa, n. 49.

[3] È Gesù che passa edizione critico-storica, nota 50d.

[4] Nell'originale spagnolo l'espressione è un gioco di parole: «Para servir, servir». Ma il contesto e la spiegazione che san Josemaría ne dà subito dopo, chiariscono che può essere intesa nel senso di «Per essere utili, bisogna servire» e non viceversa.

[5] Lettera del settembre 1963, The Letters of J.R.R. Tolkien, a cura di Humphrey Carpenter, George Allen & Unwin, 1981, p. 328.

[6] San Josemaría Escrivá, È Gesù che passa, n. 50.