Lotta, vicinanza, missione (6): «Più grande del tuo cuore». Contrizione e riconciliazione

Solo Dio è più grande del nostro cuore, e perciò solo lui può guarirlo, riconciliarlo completamente. Sesta puntata della serie "Lotta, vicinanza, missione"

Una buona parte del fascino che Gesù suscitava nei suoi contemporanei era dovuto alla sua capacità di guarire ciò che era incurabile. Il Signore riscuoteva anche un grande interesse per alcuni suoi prodigi sorprendenti, per la forza e l’originalità della sua predicazione, per la sua simpatia e il suo buonumore, perché sembrava il Messia promesso dalle Scritture…; però molti si avvicinavano a lui soprattutto per i miracoli che faceva con i malati. Si era sparsa la voce che lebbrosi, paralitici, ciechi, sordomuti o persone che avevano problemi di mobilità, erano guariti grazie alle sue parole e ai suoi gesti.

Comunque quel misterioso medico guariva i corpi anche per mostrare il potere più grande di guarire le anime. Gesù riconcilia come solo Dio potrebbe fare: viene a guarire il nostro cuore fino in fondo. «Che cosa è più facile, dire: “Ti sono perdonati i tuoi peccati”, oppure dire: “Alzati e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati, dico a te – disse al paralitico-: alzati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa tua» (Lc 5, 23-24). Al Signore interessa soprattutto guarire la nostra cecità interiore: quella che ci impedisce di renderci conto di tutto quello che abbiamo ricevuto da lui; vuole guarire il nostro mutismo, la nostra incapacità di dare un nome al male che c’è in noi; la sordità che ci impedisce di dare retta alla parola di Dio e alle necessità del nostro prossimo; la nostra paralisi nel muoverci verso ciò che ci può rendere veramente liberi; o la lebbra che ci fa credere di essere indegni di un Dio che non si stanca mai di cercarci. Ogni momento della vita di Cristo, e specialmente la sua passione e la sua risurrezione, manifesta il suo desiderio di guarire. L’unica cosa di cui ha bisogno è trovare in noi il medesimo desiderio. La guarigione è possibile solo se non nascondiamo la nostra ferita davanti a chi ha il potere di guarirla.

Dio è più grande del nostro cuore

«Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo ed ha affidato a noi il ministero della riconciliazione – scrive san Paolo a quelli di Corinto -. Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione» (2 Cor 5, 18-19). Le prime comunità cristiane, forse per il contrasto con la dura logica sociale che le circondava, compresero un po’ per volta che la riconciliazione con Dio e con gli altri era un dono che poteva venire soltanto dall’alto. Si rendevano conto che noi non possiamo «causare» il perdono di Dio con la nostra penitenza o con i nostri atti di riparazione, ma che possiamo solamente accettare con gratitudine il dono gratuito - la «grazia» - che egli ci offre.

È facile che, senza rendercene conto, ci troviamo ad applicare al perdono di Dio la logica di un perdono troppo umano. Per una mentalità strettamente legale ciò che importa è il pagamento di una sanzione, la somma che si deve versare per riparare, lo sforzo per ritornare all’equilibrio precedente al danno. Ma proprio questa logica, con la disperazione silenziosa che può generare in chi non ha come riparare, è ciò che Gesù è venuto a superare. «Guarda che viscere di misericordia ha la giustizia di Dio! – Nei giudizi umani si castiga colui che confessa la propria colpa: nel giudizio divino, lo si perdona»[1].

Anche la prima lettera di san Giovanni parla di questa notizia consolante con parole che ci possono riempire di pace: «Davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa» (1 Gv 3, 19-20). Gesù ripete continuamente che è venuto a salvarci e non a condannarci[2], ma anche così possono nascere facilmente dentro di noi delle voci in grado di renderci inquieti: quella di una speranza debole, che invita a gettare la spugna, perché non riesce a credere che Dio possa perdonargli tutto; o quella della superbia che non vuole constatare ancora una volta la propria debolezza.

Il Papa ci invita a non tener conto di queste voci: «Tu, sorella, fratello, se i tuoi peccati ti spaventano, se il tuo passato ti inquieta, se le tue ferite non si rimarginano, se le continue cadute ti demoralizzano e ti sembra di aver smarrito la speranza, per favore, non temere. Dio conosce le tue debolezze ed è più grande dei tuoi sbagli. Dio è più grande dei nostri peccati: è molto più grande! Una cosa ti chiede: le tue fragilità, le tue miserie, non tenerle dentro di te; portale a Lui, deponile in Lui, e da motivi di desolazione diventeranno opportunità di risurrezione»[3].

In questo stesso senso san Josemaría ci invitava a fissare la nostra attenzione sui personaggi che si avvicinano a Gesù, ben coscienti che non hanno nessuna possibilità di pagare il conto della loro guarigione, né fisica, né spirituale. Però questa consapevolezza apre loro le porte della vera vita spirituale, lo spazio della gratuità, dove questa «grazia» è la cosa più importante: «Pensi forse che i tuoi peccati sono molti, che il Signore non potrà sentirti? Non è così, perché Egli è ricolmo di misericordia […]. Osservate anche quello che accade quando – come ci narra san Matteo – portano a Gesù un paralitico. Quell’infermo non dice nulla: se ne sta lì, alla presenza di Dio. E Gesù, commosso dalla contrizione, dal dolore di chi sa di non meritare nulla, non tarda a manifestare la sua consueta misericordia: Confida, figlio; ti sono rimessi i tuoi peccati»[4].

Guariscimi, Signore, da tutto ciò che non vedo

La convinzione che Dio ci perdona sempre risuona anche nel cuore del salmista: «Ti ho fatto conoscere il mio peccato, non ho coperto la mia colpa. Ho detto: “Confesserò al Signore le mie iniquità” e tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato» (Sal 32, 5). Noi ci avviciniamo così al mistero della santa Messa: per poterci unire alla croce di Gesù, per entrare nella sua trasformazione amante di tutto il male della storia, cominciamo col riconoscere con umiltà la nostra colpa; e nel farlo ci battiamo il petto, come per risvegliare il cuore[5].

In questa insistenza nel riconoscere i nostri peccati, consapevoli o inconsapevoli, alcuni hanno voluto scorgere uno squilibrio psicologico o un desiderio di attribuire all’anima pesi superflui. In realtà, benché vi siano tendenze scrupolose che bloccano la crescita della vita interiore, esiste anche un sano sentimento di colpa, indispensabile per dispiegare le ali del cuore. C’è libertà solamente lì dove c’è responsabilità, dove le nostre azioni sono prese sul serio. Ogni processo di crescita spirituale richiede che guardiamo in faccia, con realismo, le nostre azioni, anche quelle per le quali proviamo una preoccupazione o un rimorso. Abbiamo bisogno di rivedere, alla presenza di Dio, i nostri pensieri, le nostre parole, le nostre opere e le nostre omissioni[6]: dobbiamo capire in che cosa abbiamo potuto ferire – o, peggio ancora, trattare con indifferenza – Dio e gli altri; in che cosa abbiamo danneggiato noi stessi, lasciando che nella nostra anima crescesse la zizzania. Infatti, solo la verità ci fa liberi (cfr. Gv 8, 32), soprattutto la verità sulla nostra vita.

In questo lavoro dovremo evitare tre tentazioni: la prima, quella di minimizzare la nostra colpa, con un esame di coscienza superficiale o rifuggendo ilsilenzio interiore nel quale ci aspetta lo Spirito Santo per mostrarci la verità; la seconda, quella di trasferire la colpa agli altri o alle circostanze, in modo che noi abitualmente appariamo come le vittime o come se non avessimo arrecato danno a nessuno; e, infine, una tentazione che sembra contraria alla precedente, ma che alla fine porta alla stessa compiacenza sterile: quella che sposta il nostro pentimento da Dio e dagli altri per concentrarlo sul nostro orgoglio ferito, sul fatto di aver fallit ancora una volta davanti a noi stessi.

«Le inavvertenze, chi le discerne? Assolvimi dai peccati nascosti. Anche dall’orgoglio salva il tuo servo perché su di me non abbia potere; allora sarò irreprensibile, sarò puro da grave peccato» (Sal 19, 13-14). Nel fondo di un sano sentimento di colpa non si trova l’atteggiamento di «un collezionista fanatico di certificati di servizio senza macchia»[7], ma l’umiltà di chi vuole scoprire che cosa lo allontana da Dio, che cosa crea divisione nella sua anima e intorno a lui, che cosa gli impedisce di dare e di ricevere amore. Non confessiamo la nostra «imperfezione» ma la nostra indifferenza o il nostro scarso affetto, manifestati in cose concrete: «c’è stato in me qualcosa che possa dispiacere a Te, Signore, Amore mio?»[8]. Da questo atteggiamento può uscire la luce che ci porta a scoprire serenamente la nostra verità: a guardare nelle profondità del nostro cuore, dove già si trova, volendo aprirsi la strada in noi, il Regno di Dio (cfr. Lc 17, 21). Un salutare senso di colpa è un alleato del nostro desiderio di essere più di Dio; un catalizzatore delle nostre «conversioni successive»[9], a patto che non dimentichiamo che senza di Lui non possiamo far nulla.

Un sacramento che restituisce al mondo la bellezza

Sant’Agostino diceva che «la Chiesa è il mondo riconciliato»[10]. Ecco perché la famiglia di Dio deve crescere «riconciliando il mondo con Dio. Questa è la grande missione apostolica di tutti coloro che ne fanno parte»[11]. E il sacramento della riconciliazione è uno dei centri nevralgici di questo grande movimento di ricostruzione, di pacificazione, di perdono. È il luogo migliore dal quale possiamo prendere le distanze dalla nostra colpa; lì ci rendiamo conto che, pur essendo peccatori, non siamo il nostro peccato; e che, davanti a un Padre che ci ama senza condizioni, non abbiamo bisogno di nascondere nulla. Il sacramento della riconciliazione ci aiuta a confrontarci con la nostra fragilità, le nostre contraddizioni, le nostre ferite; e a mostrarle all’unico medico che può curarle. San Paolo lo faceva con una sicurezza senza limiti: «Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo» (2 Cor 12, 9).

Questa fiducia, tuttavia, va di pari passo con la contrizione, con la sofferenza del cuore per il male che trova dentro di sé: «Lavami tutto dalla mia colpa, dal mio peccato rendimi puro. Sì, le mie iniquità io le riconosco, il mio peccato mi sta sempre dinanzi» (Sal 51, 4-5). La tradizione cattolica suole distinguere due tipi di contrizione: quella che nasce dall’amore a Dio – il pentimento per avere rifiutato l’amore della Trinità, vale a dire, delle persone più importanti della mia vita -; e quella che nasce, indirettamente, dal comprendere il danno prodotto dal peccato, dalle sue conseguenze spirituali, o dalla fiducia nella sapienza della Chiesa[12]. La prima è chiamata «contrizione perfetta»: con essa Dio ci perdona i peccati, anche quelli gravi, purché ci proponiamo di ricorrere, appena possibile, al sacramento della riconciliazione. La seconda è la cosiddetta «contrizione imperfetta»; anch’essa è un dono di Dio che dà inizio a un cammino spirituale, perché ci dispone a ricevere il perdono dei peccati nel sacramento. Gli atti di contrizione, che possono essere brevi preghiere improvvisate durante la giornata – Perdono, Gesù! -, risvegliano questo dolore del cuore; ci preparano a ricevere e a condividere più abbondantemente la misericordia di Dio.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci ricorda anche che, insieme al sacramento della penitenza, unico luogo nel quale Gesù ci libera dai peccati gravi, possiamo ricevere anche in altre maniere il perdono degli altri peccati. La Sacra Scrittura e i Padri citano, tra gli altri, «gli sforzi compiuti per riconciliarsi con il prossimo, le lacrime di penitenza, la preoccupazione per la salvezza del prossimo (cfr. Gc 5, 20), l’intercessione dei santi e la pratica della carità che “copre una moltitudine di peccati” (1 Pt 4, 8)»[13]. Tuttavia la Chiesa non smette di raccomandare la confessione sacramentale anche per queste mancanze meno gravi. San Paolo VI ricordava che «la confessione frequente continua ad essere una sorgente privilegiata di santità, di pace e di gioia»[14]. E san Josemaría: «Accostatevi settimanalmente – e ogni volta che ne abbiate bisogno, ma senza cadere negli scrupoli – al santo sacramento della Penitenza, il sacramento del divino perdono, […] e riscopriremo il mondo da una prospettiva di gioia, perché esso è uscito bello e limpido dalle mani di Dio. Altrettanto bello potremo restituirlo a Lui, se impariamo a pentirci»[15].

La confessione frequente ci permette di ingentilire il cuore ed evita di assuefarci alla nostra freddezza, alle nostre resistenze all’amore di Dio. Benedetto XVI ha espresso una volta questo commento: «È vero, di solito i nostri peccati sono sempre gli stessi, ma facciamo pulizie delle nostre abitazioni, delle nostre camere, almeno ogni settimana, anche se la sporcizia è sempre la stessa. Per vivere nel pulito, per ricominciare; altrimenti, forse la sporcizia non si vede, ma si accumula. Una cosa simile vale anche per l’anima, per me stesso; se non mi confesso mai, l’anima rimane trascurata e, alla fine, sono sempre contento di me e non capisco più che devo anche lavorare per essere migliore, che devo andare avanti. E questa pulizia dell’anima, che Gesù ci dà nel Sacramento della Confessione, ci aiuta ad avere una coscienza più svelta, più aperta e così anche di maturare spiritualmente e come persona umana»[16].

«Il Sacramento della Riconciliazione ha bisogno di ritrovare il suo posto centrale nella vita cristiana»[17], ha scritto papa Francesco. A parte la guarigione delle grandi ferite, è un nostro irrinunciabile alleato nella vita cristiana di ogni giorno: ci aiuta a conoscerci sempre meglio e a familiarizzare con il cuore misericordioso di Dio. Difficilmente riusciremo a superare prontamente tutte le nostre disposizioni che ci portano al male: la grazia tiene conto della storia e deve uniformarsi con quella nostra[18]. Perciò, senza aspettative irreali che ci possono far perdere la speranza a causa della nostra debolezza, o addirittura a disperare della grazia, teniamo sempre lo sguardo rivolto a Gesù; non smettiamo di rivolgerci a colui che vuole e può guarirci. Perché la vita spirituale è «un continuo cominciare e ricominciare. – Ricominciare? Sì!: ogni volta che fai un atto di contrizione»[19].


[1] San Josemaría, Cammino, n. 309.

[2] Cfr., per esempio, Gv 3, 17; 12, 47.

[3] Papa Francesco, Omelia, 5-III-2022.

[4] San Josemaría, Amici di Dio, n. 253.

[5] Cfr. Messale romano, riti di introduzione.

[6] Ibid.

[7] San Josemaría, È Gesù che passa, n. 75.

[8] San Josemaría, Forgia, n. 494.

[9] San Josemaría, È Gesù che passa, n. 57.

[10] Sant’Agostino, Sermone 96, n. 8.

[11] F. Ocáriz, Messaggio pastorale, 21-X-2023.

[12] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1452-1453.

[13] Ibid., n. 1434.

[14] San Paolo VI, es. ap. Gaudete in Domino, n. 52.

[15] San Josemaría, Amici di Dio, n. 219.

[16] Benedetto XVI, Catechesi, 15-X-2005.

[17] Papa Francesco, lett. ap. Misericordia et misera, n. 11.

[18] Cfr. papa Francesco, es. ap. Gaudete et exsultate, n. 50.

[19] San Josemaría, Forgia, n. 384.

Andrés Cárdenas Matute