Papa Leone XIV pellegrino a Ippona, terra di Sant’Agostino

Leone XIV, primo Papa agostiniano della storia,si reca in pellegrinaggio ad Annaba, l’antica Ippona, per visitare la città in cui sant’Agostino visse, predicò e morì. Un’occasione per ripercorrere la vita del grande Dottore della Chiesa: un uomo che cercò la verità fino a trovarla in Gesù

Oggi inizia il viaggio apostolico del Papa in Africa. Il primo paese che visiterà è l’Algeria. Oltre che un’occasione per incontrare la piccola comunità cattolica ivi presente, nonché per riaffermare il dialogo interreligioso col mondo islamico, questa visita risponde al desiderio di Leone XIV, figlio spirituale di Sant’Agostino, di rendere al grande vescovo e dottore della Chiesa omaggio in uno dei luoghi più legati alla sua vita e alla sua opera. Infatti, il 14 aprile, il Santo Padre si recherà ad Annaba, l’antica Ippona, dove Sant’Agostino visse dal 391 fino alla morte, avvenuta nel 430, prima come presbitero e quindi come vescovo.

Da Tagaste a Cartagine: gli anni della ricerca

Prima di giungere ad Ippona, Agostino aveva già percorso un buon tratto della propria vita, che comprendeva anche l’itinerario della conversione.

Agostino era nato a Tagaste (oggi Souk Ahras, anch’essa in Algeria), nel 354, nell’antica Numidia — la stessa provincia romana in cui si trovava Ippona, ma abbastanza distante da essa —, da padre pagano, Patrizio, e da madre fervente cattolica, Monica, che tanto influirà nel suo ritorno alla fede e alla Chiesa. Nonostante la sincera devozione della madre, Agostino non fu battezzato da bambino, in attesa di accedere a questo sacramento in età più adulta, secondo una consuetudine, non generalizzata, ma molto diffusa in quel tempo. A Tagaste trascorse i primi anni fino all’inizio dell’adolescenza, con una breve parentesi nella vicina Madaura (odierna Mdaourouch), dove frequentò gli studi di grammatica.

Da Tagaste si trasferì diciasettenne a Cartagine, per studiare retorica. Era giunto qui dopo aver cominciato a fare esperienza del peccato nella propria vita e, appena arrivato, inizierà una relazione con una donna da cui avrà anche un figlio, Adeodato.

Nel frattempo, in questa città, ebbe inizio il suo percorso interiore. Agostino infatti, grazie anche ad una casuale lettura — l’Hortensius di Cicerone —, sentì nascere nel suo intimo un intenso desiderio di sapienza, di verità, di bellezza, di amore, in definitiva di autentica felicità, accorgendosi che quello che aveva e di cui godeva, come pure le aspirazioni e ambizioni che finora lo avevano mosso, non riempivano il suo cuore.

Il manicheismo e il vicolo cieco

Dopo un incontro deludente con le Scritture della Chiesa Cattolica, da lui affrontate da solo e con un atteggiamento di superbia, Agostino aderì alla religione manichea, che gli prometteva di trovare quella verità anelata senza doversi sottomettere al giogo della fede e gli offriva col suo dualismo materialista una soluzione semplicistica al problema del male che da tempo lo angustiava. Con gli anni però si distanzierà dal manicheismo nella misura in cui si andrà rendendo conto delle incoerenze di questo sistema di pensiero e per un breve periodo attraverserà anche una insidiosa fase scetticismo, arrivando per un momento a disperare della possibilità di raggiungere la verità — e con essa la felicità — a cui nel suo intimo anelava.

Milano e la grazia della conversione

Trovandosi in questa situazione interiore, attorno al 384, aveva lasciato l’Africa per venire dapprima a Roma, dove per un anno aprirà un’altra scuola di retorica, e quindi, nel 385, a Milano, dove riceverà l’incarico di retore ufficiale alla corte imperiale.

A Milano conoscerà Sant’Ambrogio e la fiorente Chiesa milanese. Qui, molti fattori, guidati sapientemente dalla provvidenza, come lo stesso Agostino un giorno riconoscerà, contribuiranno al suo riavvicinamento alla fede di sua madre: la predicazione di Sant’Ambrogio, la lettura di alcuni libri “platonici” favoritigli da intellettuali cristiani — che gli forniranno una prima soluzione al problema del male, facendogli anche scoprire il cammino dell’interiorità e della spiritualità —, la lettura di San Paolo — con la scoperta di Cristo umile, unico mediatore di salvezza —.

Questi avvenimenti si erano svolti nell’estate del 386. Nella Pasqua successiva del 387, Agostino riceverà il Battesimo dalle mani di Sant’Ambrogio. In seguito, con la madre e coloro che lo avevano accompagnato a Milano, deciderà di tornare a Tagaste e lì inaugurare un’esperienza di vita fraterna, intessuta di preghiera e studio, secondo un modello che potremmo chiamare già di vita religiosa. Dopo una sosta forzata a Roma — ad Ostia sarebbe morta Santa Monica — nel 388 finalmente ritorna in Africa e nella sua cittadina di provenienza.

Una seconda conversione: il sacerdozio a Ippona (Annaba)

Dopo tre anni però accade l’episodio che lo porterà definitivamente ad Ippona, ovvero alla città di Annaba che il Santo Padre visiterà il 14 aprile. Agostino si reca in questa importante città della Numidia, sebbene distante dalla sua Tagaste, per incontrare un personaggio che aveva manifestato interesse ad unirsi all’esperienza di vita promossa da Agostino. Mentre si trovava ad Ippona per queste ragioni, per intervento dello stesso vescovo della città - che da tempo desiderava trovare qualcuno in grado un giorno di succedergli -, verrà ordinato suo malgrado presbitero di questa diocesi. Siamo nel 391. Agostino accetta l’ordinazione quasi forzata perché riconosce che questa è la volontà di Dio.

Da questo momento la sua vita cambia, a tal punto che non pochi studiosi parlano di una seconda conversione di Agostino: se fino allora aveva pensato che Dio gli chiedeva quella vita di dedicazione a Lui nella preghiera, nella fraternità e nello studio, che stava conducendo a Tagaste, adesso capisce che deve più pienamente e immediatamente dedicare tutte le sue energie alle necessità della Chiesa, anche se le sue preferenze personali lo avrebbero volentieri trattenuto nella forma di vita avviata nella piccola patria.

Vescovo, pastore e dottore

Appena divenuto sacerdote, e ancor di più poi da vescovo di Ippona, la sua preoccupazione principale sarà lavorare per l’unità della Chiesa africana lacerata dalla divisione a causa dello scisma dei donatisti, che sostenevano che la Chiesa di Cristo è solo la Chiesa dei puri e dei santi, rifiutando la validità dei sacramenti amministrati dai ministri da loro ritenuti peccatori. Agostino lavorerà e soffrirà intensamente per ricostruire l’unità della Chiesa in Africa e, almeno in buona parte, grazie anche alla collaborazione di altri eccellenti colleghi nell’episcopato, spesso suoi amici e discepoli, lo conseguirà. E in questi anni svilupperà le sue riflessioni preziosi sulla Chiesa che col tempo sempre più amplierà con la sua meditazione sul Christus totus, che comprende inseparabilmente il Capo e il Corpo, e che è presente nella storia degli uomini. In questo contesto apparirà anche quell’affermazione che fa parte del motto del Santo Padre: in illo Uno unum (in Lui — Cristo — che è Uno, siamo una sola cosa).

A parte questo impegno per l’unità della Chiesa, l’attività svolgerà un’instancabile attività ad Ippona e da Ippona. Come Vescovo della sua diocesi, egli sarà un pastore infaticabile nella generosa e quotidiana predicazione, nell’attenzione ai problemi dei suoi fedeli, specialmente dei più poveri ed emarginati, nella promozione del monachesimo e delle vocazioni sacerdotali. Inoltre da Ippona si sposterà con frequenza in altre città africane per dare il suo contributo ai Concili come pure per sostenere i fratelli vescovi che lo chiamavano spesso perché predicasse ai propri fedeli o li aiutasse a risolvere i problemi più complessi. E da Ippona seguirà le vicende della Chiesa universale, preoccupandosi di offrire i suoi talenti per confutare e combattere le eresie che mettevano a rischio la genuinità della fede della Chiesa e soprattutto dei piccoli — come il pelagianesimo, che Agostino combatterà strenuamente, passando poi alla storia come il Doctor gratiae — e mantenendo i rapporti epistolari con altri illustri pastori e teologi suoi contemporanei. E ad Ippona scriverà anche le opere sue più celebri: le Confessioni, la Trinità, la Città di Dio.

La Città di Dio: una teologia per tempi di crisi

E proprio con la Città di Dio, iniziata, come occasione, dopo il sacco di Roma del 410 ma la cui idea centrale in realtà era maturata in lui da molto tempo, Agostino allargherà il suo sguardo a tutta la storia umana, vista alla luce della Provvidenza e centrata in Cristo Mediatore, con la grandiosa visione della storia delle due Città, quella terrena, composta da coloro che amano se stessi fino al disprezzo di Dio, e quella di Dio, costituita da coloro che amano Dio fino al “disprezzo” di se stessi. Questa Città di Dio, che attraversa i tempi senza identificarsi con nessuna concreta realizzazione politica o culturale — pur non essendo ad esse indifferente —, propria per essere “divina”, in qualche modo con la sua presenza rende la storia degli uomini più umana e contribuisce a preparare quella vera pace che si compirà pienamente alla fine della storia e a cui l’umanità intera anela profondamente come vi anela ogni singolo uomo.

La morte durante l’assedio

In effetti, pochi anni dopo aver concluso quest’opera, la città di Ippona sarebbe stata assediata dai vandali, famosi per la loro ferocia e profondamente anticattolici. Agostino, sebbene in molti gli consigliassero di lasciare Ippona, decide di rimanervi, disposto a donare la vita anche nel martirio per prendersi cura fino alla fine del suo popolo. Durante l’assedio si ammalò e nel 430 morì, lasciando ai posteri, e in particolare alla Chiesa, il suo esempio di santità e le sue opere in cui si conservano tesori di sapienza. E forse in particolare ci ha lasciato, con la sua esistenza e i suoi scritti, la testimonianza sulla profonda verità di quelle parole con cui cominciano le Confessioni — e ricordate da papa Leone XIV il giorno stesso della sua elezione —, che possono considerarsi anche la cifra della sua vita: Signore, ci ha fatti per Te e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in Te.

Vito Reale, docente di Patrologia latina post-nicena, Pontificia Università della Santa Croce

Vito Reale, docente di Patrologia latina post-nicena, Pontificia Università della Santa Croce