Significato teologico-spirituale di Cammino

Presentiamo uno studio su Cammino, redatto dal prossimo beato Álvaro del Portillo in occasione della pubblicazione dell'esemplare numero 3.000.000.

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Opus Dei - Significato teologico-spirituale di Cammino

Presentiamo uno studio su Cammino, redatto dal prossimo beato Álvaro del Portillo in occasione della pubblicazione dell'esemplare numero 3.000.000.Dopo il transito al cielo del (servo di Dio) San Josemaría Escrivá de Balaguer, ho avuto il privilegio –di questo mi ha incaricato espressamente– di leggere e preparare le note ai suoi Appunti Intimi. Si tratta di otto quaderni, in cui sono raccolte annotazioni manoscritte del Fondatore dell'Opus Dei. In una di queste note, datata 7 agosto 1931, dopo il racconto di un avvenimento molto importante della sua vita interiore, si legge: «Pur sentendomi vuoto di virtù e di scienza (l'umiltà è la verità..., senza fronzoli), vorrei scrivere dei libri di fuoco e farli correre per il mondo come una fiamma viva, che dia luce e calore agli uomini e trasformare tanti poveri cuori in braci ardenti per offrirli a Gesù come rubini della sua corona di Re».

Cammino è un dialogo che un sacerdote di Cristo intraprende con suo Padre Dio e con le anime che il Signore pone al suo fianco

Quest'aspirazione di Mons. Escrivá, che sgorgava dal fuoco interiore del suo spirito, ha trovato un'espressione completa in Cammino, un libro che da anni è celebre nella letteratura cristiana universale e che ha costituito, in effetti, un «cammino» per avvicinare a Dio moltitudini di uomini e donne. E, tuttavia –questo è quello che ora voglio sottolineare– , l'autore di questo best-seller, quando diede alle stampe questi pensieri e consigli spirituali, non pensava a un libro di grande diffusione: il suo obiettivo era semplicemente mettere in mano alle persone che lo circondavano, a coloro che egli dirigeva spiritualmente – in gran parte, giovani universitari, operai e malati –, dei punti di meditazione per aiutarli a migliorare la loro vita cristianaCammino, in realtà, uscì alla luce nel 1934 sotto il titolo "Considerazioni Spirituali". Fu pubblicato in una modesta tipografia di Cuenca; il suo contenuto era più ridotto di quello dell'edizione definitiva, che, con il titolo ormai consacrato – Cammino – , apparve a Valencia nel 1939. Tuttavia Considerazioni Spirituali non era, a sua volta, che l'edizione stampata di alcuni fogli che San Josemaría aveva ciclostilato nel 1932 perché li usassero le persone che trattava più direttamente nel suo apostolato. Per questo, in quel primo testo stampato, non figura neppure il nome completo dell'autore: lo firma, semplicemente, "José María".

È stato detto, molto giustamente, che Cammino non è un libro scritto in una biblioteca, non è il frutto di una elucubrazione intellettuale, dedotta dalla letteratura teologica. Neppure risponde all'atteggiamento previo di un autore che "decide" di scrivere un libro. La prima redazione di queste pagine così famose si iscrive, come ho detto un momento fa, nel quotidiano e intenso lavoro pastorale e nell'orazione personale di quel giovane sacerdote che, quattro anni prima – per ispirazione divina, ha sottolineato Giovanni Paolo II (1) –, aveva fondato l'Opus Dei.

La lettura delle note degli Appunti Intimi, alla quale ho fatto riferimento sopra, getta una luce molto chiara sull'origine di Cammino. Quasi la metà del libro – le 438 considerazioni stampate già nel 1934 – è presa, praticamente alla lettera, da quelle note personali che il servo di Dio andava redigendo da che era molto giovane. Portava sempre con sé dei foglietti bianchi, per annotare sul momento le ispirazioni che riceveva da Dio, o anche le idee che gli venivano in mente o nel cuore, per alimentare la sua vita interiore, o per organizzare l'Opera che Dio gli chiedeva. Poi le trascriveva in fogli più grandi, con una redazione completa, e infine le passava ai quaderni di Appunti Intimi, distruggendo i foglietti. Chiamava familiarmente queste annotazioni "Catalinas", in onore di Santa Caterina da Siena, per la quale aveva una grande venerazione a causa del suo amore appassionato per la verità. L'insieme è un documento spontaneo, di grande bellezza, di pura freschezza e certamente autobiografico.

Nella vita dei santi che sono stati, nello stesso tempo, buoni scrittori, si suole verificare un processo. Questo mi ha suggerito la lettura, pochi giorni fa, di alcune parole di quel gran santo, dottore e Padre della Chiesa, che è Agostino di Ippona. Spiegando la genesi delle sue celebri Confessioni, scrive: «I 13 libri delle mie confessioni sono una lode, nel bene e nel male, al Dio giusto e buono, e spingono verso di lui la mente e il cuore. Questo è, almeno, il sentimento che hanno prodotto in me mentre le scrivevo e che ora rinnovano quando le leggo. Gli altri… che giudichino per conto loro. So che a molti fratelli piacciono molto e continuano a gustarle (2).

In ciascuna pagina palpita l'incalcolabile ricchezza del vissuto reale

Un processo simile avvenne senza dubbio nell'anima di Mons. Escrivá de Balaguer. Nel leggere i suoi Appunti Intimi, si scoprono segnali, frasi incorniciate, ecc., che hanno come obiettivo di rendere più facile ritrovarle in seguito: indizio certo che le meditava più volte. Molte di queste – spersonalizzante, perché non si sappia a chi si riferiscono – sono punti interi di Cammino. Come fa notare lo stesso autore, la rilettura di queste frasi lo aiutava a calibrare meglio l'azione di Dio nella sua anima e ad affinare costantemente nel compimento esatto della Volontà divina. E, vedendo il bene che gli facevano personalmente, presto intuì che avrebbero potuto servire a molte altre persone della strada; e, prima di tutto, alle sue figlie e ai suoi figli, che desideravano seguire il suo stesso cammino spirituale.

In realtà avvenne che quei fogli di circolazione quasi privata si andarono convertendo, dopo l'edizione definitiva, in uno dei libri della letteratura cattolica più letti nel XX secolo. Redigo queste note per un volume che gli editori hanno pensato in occasione dell'uscita dell'esemplare numero 3.000.000 di Cammino, cifra che è già stata ampiamente oltrepassata mentre scrivo. Cammino, a meno di cinquant'anni dalla pubblicazione, è un vero classico di spiritualità, tradotto, letto e meditato nelle lingue più disparate, alle quali è stato tradotto il castigliano ricco e puro della sua lingua originale. Milioni di persone di ogni razza e lingua, giovani e anziani, donne e uomini, hanno imparato a frequentare Cristo e sua Madre, a preoccuparsi degli altri, ad amare la Chiesa e il Papa, a scoprire il valore divino nelle realtà umane, grazia alla lettura della meditazione di questo libroAncor più, cosa che può sorprendere, trattandosi di un testo penetrato interamente dalla più viva e robusta fede cattolica: Cammino si è diffuso anche tra cristiani non cattolici, che nelle sue pagine trovano alimento spirituale, oltre alla chiamata verso la pienezza della fede. Anche persone non battezzate si sentono spinte dalla sua lettura a condurre una vita umana limpida, a lavorare con serietà e con impegno, a rispettare e comprendere gli altri, a convivere con tutti; in definitiva, a un modo di vivere aperto a Dio.

Questa realtà "ecumenica" di Cammino costringe a domandarsi come delle pagine, la cui origine redazionale ha contesti così definiti, abbiano potuto diffondersi tra persone appartenenti ad ambienti culturali, non già differenti da quelli originari di Cammino, ma così diversi tra di loro. Qual è l'ispirazione profonda di questo libro, capace di dare ragione – oltre all'azione della grazia, che Dio concede come e quando vuole – del bene che ha fatto e continua a fare in persone così diverse?

Anche se a prima vista possa risultare paradossale, l'universalità di Cammino nel tempo e nello spazio, quello che potremmo chiamare il suo carattere "transculturale", trova una prima spiegazione nelle stesse ragioni che lo collocano in un concreto contesto culturale e storico. Perché Cammino è generato dalla vita stessa, che si dà sempre in determinate coordinate di luogo di tempo. Cammino è un dialogo che un sacerdote di Cristo intraprende con suo Padre Dio e con le anime che il Signore pone al suo fianco: uomini e donne comuni, immersi nel lavoro e nella vita professionale, portati e condotti dai problemi quotidiani, sollecitati dall'amore umano e dall'amore di Dio, che sperimentano la miseria del peccato e le chiamate divine. Niente nel libro è elucubrazione, ho detto prima, non c'è niente di artificioso o ipotetico: in ciascuna pagina palpita l'incalcolabile ricchezza del vissuto reale. Da lì proviene la perenne freschezza di questo libro e questa è, senza dubbio, la ragione per cui, pur essendo stato scritto in circostanze storiche ben determinate, Cammino interessa milioni di persone che vivono in altri contesti culturali. Le circostanze storiche – di tempo, di luogo, di situazione – in cui nacquero i punti di Cammino sono come l'involucro che viene superato dalla vita che racchiude.

L'ispirazione profonda di Cammino, per dirlo in una parola, è l'esistenza cristiana vissuta da persone in carne e ossa, che si sviluppa nelle condizioni ordinarie del mondo.

Il Signore concesse senza dubbio a quel sacerdote giovane, povero, senza mezzi umani – «io avevo solo 26 anni, grazia di Dio e buonumore», avrebbe ripetuto Mons. Escrivá de Balaguer anni dopo – , un'eccezionale capacità di penetrazione in ciò che succede nel profondo dell'animo umano, nel cuore dell'uomo, negli avvenimenti quotidiani comuni a ogni essere che viene a questo mondo. Gli ha concesso, in particolare, una visione chiara e limpida della propria situazione di creatura davanti al suo Creatore. Quel noverim me, noverim te – conoscere Dio e conoscere se stessi – in cui Sant'Agostino compendiava tutte le ansie della mente umana (3), si riflette nelle pagine di Cammino. E questo, non altro, è ciò che permette che un operaio tedesco, un'infermiera colombiana, una madre di famiglia giapponese, o un avvocato nigeriano, leggendo il libro, si trovino vitalmente interpellati dalla stessa parola del sacerdote di Cristo– da Cristo, in definitiva– che conversava nella Madrid degli anni '30, e poi in tutta la Spagna e in tutto il mondo, con gli uomini e donne che incontrava nel suo Cammino quotidiano.

Nei punti di Cammino si impone al lettore la realtà concreta del cuore umano – che trascende le culture –; e la realtà, pure concreta, della grazia divina, del Dio che chiama ciascuno e gli offre un destino eterno. Molti lettori di Cammino, a volte anche lettori che non si proponevano di "leggerlo" ma di "dare un'occhiata"– il libro era caduto nelle loro mani casualmente–, sono rimasti come "affascinati" o "abbarbicati" a un punto che rendeva loro evidente, in modo luminoso e insospettato, una dimensione decisiva della loro esistenza; o che li poneva, in maniera inquietante, davanti all'esigenza di una risoluzione personale. Si comprende che un uomo con intenzione retta, anche se agnostico, si possa sentire "toccato" nella maniera più personale, nel leggere per esempio nel punto 237 di Cammino queste parole:

«Non è vero che il tuo malumore e la tua tristezza senza motivi —apparentemente, senza motivi— derivano dalla tua mancanza di decisione nel rompere i lacci sottili, ma “concreti”, che ti ha teso —accortamente, con palliativi— la tua concupiscenza?»

Qui non ci sono contesti, siamo davanti a una parola cristiana – umana – diretta al fondo del cuore di ciascun uomo, così com'è, così come esiste in questo nostro mondo, macchiato dal peccato e amato e redento da Cristo. È una parola che fa appello all'autenticità dell'uomo e lo pone di fronte alla realtà di se stesso, che è la prima tappa del cammino che porta a prospettarsi la vita davanti a Dio. Mons. Escrivá de Balaguer soleva dire che questo è ciò che aveva sempre cercato con la sua predicazione: «Se la mia testimonianza personale può avere qualche interesse – predicava il Venerdì Santo del 1960 –, posso dire che ho concepito il mio lavoro di sacerdote e di pastore di anime come un compito volto a porre ciascuno di fronte a tutte le esigenze della sua vita» (4).

Questa dimensione umana di Cammino spiega la capacità dimostrata dal libro di mettersi in sintonia con le speranze e le aspirazioni di qualunque uomo o donna che senta veramente la propria dignità, indipendentemente dalle sue convinzioni religiose, offrendo al lettore speranza e spinta per condurre una vita umanamente più limpida e più nobile.

Tuttavia Cammino, dalla prima all'ultima riga, è un libro esplicitamente cristiano. Non poteva essere altrimenti, se si fa attenzione alla sua origine. Cristo occupa completamente le pagine, perché Lui – Cristo – è il Cammino dell'uomo; e il fondo dell'uomo – il suo cuore – si illumina alla luce della verità di Cristo e si infiamma con la Vita– l'Amore– di Cristo. Perciò nel lettore di Cammino la spinta che il libro provoca verso una vita umana degna è, di solito, inseparabile dalla chiamata ad assumere di nuovo le esigenze – tante volte dimenticate o addormentate – della vita soprannaturale, della vita nuova dei figli di Dio: cioè, della vita cristiana, così come la propone la tradizione della Chiesa Cattolica. Vita Soprannaturale, Fede, Carità, la Madonna, Santa Messa, la Chiesa, Orazione, Mortificazione, Comunione dei Santi, ecc.: i titoli di tanti capitoli di Cammino mostrano, già solo dal punto di vista letterale, la realtà cristiana e cattolica della vita descritta nelle pagine del libro.

Questa doppia componente– divina e umana– dell'esistenza del cristiano è, come ho detto prima, la fonte più profonda di Cammino. Però le considerazioni che sto facendo resterebbero incomplete se si dimenticasse un dato fondamentale: l'autore è il Fondatore dell'Opus Dei. Dal 2 ottobre del 1928, data in cui il Signore gli fece "vedere" l'Opera, tutte le sue energie di sacerdote – con l'orazione, con la parola, con la penna, con i fatti – furono indirizzate a fare l'Opus Dei nel mondo: la volontà che Dio gli aveva manifestato si impossessò nella maniera più completa di tutta la sua attività. Ho convissuto intensamente con Mons. Escrivá de Balaguer, giorno dopo giorno, per quarant'anni quasi ininterrotti, e posso dire che, a imitazione del Maestro, l'alimento del suo spirito era compiere la volontà di Dio che gli si è manifestata in quella data ben precisa.

Questo che ho appena ricordato, è importante per comprendere il libro di cui ci stiamo occupando e il tenore della spiritualità che ne riempie le pagine. Cammino, come si può già dedurre da quello che ho detto al principio a proposito della sua origine, riflette la vita spirituale e la predicazione del Fondatore dell'Opus Dei nei primi anni dopo la fondazione: le sue pagine furono uno strumento per far conoscere, per diffondere, il messaggio che il Signore gli aveva fatto comprendere quel 2 ottobre. Il nucleo centrale, l'idea fondamentale di questo messaggio l'aveva formulata già, nella maniera più precisa, in uno scritto del 1930 diretto ai membri dell'Opus Dei:

«Siamo venuti a dire, con l'umiltà di chi si sa peccatore e poca cosa – homo peccator sum (Lc 5,8), diciamo con Pietro – ma con la fede di chi si lascia guidare dalla mano di Dio, che la santità non è cosa per privilegiati: che il Signore chiama tutti, che da tutti si attende Amore: da tutti, dovunque si trovino; da tutti, di ogni condizione, professione o mestiere. Perché la vita normale, ordinaria, poco appariscente, può essere mezzo di santità».

In effetti, Dio nostro Signore ha suscitato l'Opus Dei per contribuire alla presa di coscienza, da parte dei fedeli cristiani comuni, che vivono nelle circostanze ordinarie della vita umana, della chiamata universale alla santità, e perché essi sappiano che la risposta a questa chiamata deve portarli alla santificazione del lavoro professionale ordinario e di quelle stesse circostanze della vita che in questo modo si trasformano in cammino, cammino verso Dio.

Perciò, oltre al fatto di affondare le radici nella vita umana e nella vita cristiana, bisogna segnalare in Cammino questo terzo elemento: la spiritualità specifica dell'Opus Dei. Non è, tuttavia, un elemento sovrapposto a quelli precedenti: sgorga con spontaneità soprannaturale dall'anima di Mons. Escrivá de Balaguer, mentre conversa sul senso umano e cristiano della vita. Così, i tratti fondamentali della spiritualità cristiana che il Signore gli ispirò vanno colorando il patrimonio ricevuto nella fede della Chiesa: sono come il punto di vista spirituale da cui si contempla in Cammino sia l'umano che il cristiano, sia il naturale che il soprannaturale.

La spiritualità dell'Opus Dei, pienamente iscritta nella dottrina e nella prassi della Chiesa, pone in rilievo alcuni punti della spiritualità dell'ascetica cristiana che erano rimasti in un secondo piano, o anche relegati praticamente nel dimenticatoio, col passare dei secoli. Sono sicuro che nelle diverse collaborazioni a questo volume questi aspetti saranno studiati in un modo o in un altro. Ora mi limito a sottolineare, prima di tutto, la chiamata universale alla santità, che ho citato prima; accanto a questa, il valore santificatore della vita ordinaria, perché quella chiamata divina sarebbe illusoria o disincarnata se non trasformasse in cammini divini – con espressione di Mons. Escrivá de Balaguer – gli stessi cammini della terra; poi la sua costante affermazione che la perfezione umana – nel lavoro, in tutte le attività terrene –è alla base e, allo stesso o tempo, è esigenza della perfezione cristiana; infine, il dovere e il diritto di tutti i fedeli di partecipare alla missione della Chiesa facendo apostolato.

Quel fondo umano e cristiano – in cui ho insistito fin dal principio – vissuto ed espresso nelle pagine con questi tratti della spiritualità dell'Opus Dei, spiegano perché il libro, cinquant'anni dopo la sua pubblicazione, sia pienamente attuale. Cammino ha preparato in questo tempo milioni di persone ad entrare in sintonia e ad accogliere in profondità alcuni degli insegnamenti più "rivoluzionari" che, trent'anni dopo, la Chiesa avrebbe promulgato solennemente nel Concilio Vaticano II. Leggiamo alcuni testi di Cammino e del Concilio.

La costituzione dogmatica Lumen Gentium ha un punto culminante – come ha di nuovo sottolineato il recente Sinodo straordinario dei vescovi del 1985 – nel capitolo intitolato precisamente "La chiamata universale alla santità nella Chiesa", il cui numero 40 inizia con questa solenne dichiarazione: «Il Signore Gesù, Maestro e Modello divino di ogni perfezione, a tutti e a ciascuno dei suoi discepoli di qualsiasi condizione ha predicato quella santità di vita, di cui egli stesso è autore e perfezionatore: "Siate dunque perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste"». Queste parole risultano famigliari a tanti lettori di Cammino, interiormente scossi dalla parola categorica del Fondatore dell'Opus Dei, che li risvegliava alla pienezza della vita cristiana: «Hai l'obbligo di santificarti. —Anche tu. Chi pensa che la santità sia un impegno esclusivo di sacerdoti e di religiosi? A tutti, senza eccezione, il Signore ha detto: “Siate perfetti, com'è perfetto il Padre mio che è nei cieli”» (Cammino, 291).

Questo linguaggio colloquiale e diretto di Cammino e lo stile discorsivo e teologico del Concilio mettono in rilievo, in effetti, la stessa realtà cristiana. Questa è l'esperienza anche di colui che legge, per esempio, la descrizione della vita e missione dei laici al numero 31 della Lumen Gentium:«Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità». Questa concreta realtà apostolica è quella che contempla Cammino, estraendola dalla vita teologale del cristiano, che esclude ogni attivismo superficiale:

«...Calma. —Pace. —Vita intensa dentro di te. Senza galoppare, senza la pazzia di cambiare di posto, nel luogo che nella vita ti spetta, tu, come una poderosa dinamo spirituale, a quanti darai luce ed energia!..., senza perdere il tuo vigore e la tua luce (Cammino, 837).

Una delle dichiarazioni del Concilio Vaticano II destinata ad avere più importanza pastorale è la sua dottrina sul fondamento cristologico dell'apostolato dei laici. Mons. Escrivá de Balaguer spiegava così nella sua conversazione di sacerdote: «Tieni presente, figlio mio, che non sei soltanto un'anima che si unisce ad altre anime per fare una cosa buona. Questo è molto..., ma è poco. —Sei l'Apostolo che compie un mandato imperativo di Cristo» (Cammino, 942).

Ed ecco qui la dottrina conciliare: «L'apostolato dei laici è quindi partecipazione alla missione salvifica stessa della Chiesa; a questo apostolato sono tutti destinati dal Signore stesso per mezzo del battesimo e della confermazione» (Lumen Gentium, 33).

Altro testo. Il punto 831 di Cammino, che disegna in una pennellata l'orizzonte dell'apostolato personale del laico cristiano:

L'ispirazione profonda di Cammino, per dirlo in una parola, è l'esistenza cristiana vissuta da persone in carne e ossa, che si sviluppa nelle condizioni ordinarie del mondo

«Sei, fra i tuoi —anima d'apostolo—, la pietra caduta nel lago. —Produci, col tuo esempio e con la tua parola, un primo cerchio... e questo un altro... e un altro, e un altro... Sempre più largo. Capisci adesso la grandezza della tua missione?»

E questo è il clima del numero 13 del decreto Apostolicam Actuositatem, che termina con queste parole:«i veri apostoli (...) cercano di annunziare Cristo al prossimo anche con la parola. Molti uomini non possono udire il Vangelo e conoscere Cristo, se non per mezzo dei laici che stan loro vicino».Della Costituzione Pastorale Gaudium et Spes, numero 43, è questo passaggio: «La dissociazione, che si costata in molti, tra la fede che professano e la loro vita quotidiana, va annoverata tra i più gravi errori del nostro tempo». Questa situazione, denunciata con parole tanto forti del Concilio Vaticano II, impedisce, in effetti, nel modo più radicale, l'apostolato che devono svolgere i laici in mezzo alle attività umane. Per questo, il Fondatore dell'Opus Dei chiedeva ai lettori di Cammino di meditare sulla contraddizione implicita in questa dissociazione:

«Aconfessionalismo. Neutralità. —Vecchi miti che tentano sempre di ringiovanire. Ti sei dato la pena di pensare quanto è assurdo smettere di essere cattolici quando si entra nell'Università, nell'Associazione professionale, in un'Assemblea di scienziati o in Parlamento, così come si lascia il cappello alla porta?» (Cammino, 353).

Durante il mio lavoro nelle commissioni del Concilio Vaticano II ho potuto comprovare come si aprivano strada nei documenti, a volte molto faticosamente, impostazioni della vita cristiana e criteri pastorali che sono come l'atmosfera di Cammino. Un libro che, dal punto di vista dottrinale, riflette la ferma e gioiosa accoglienza da parte dell'autore della fede trasmessa dalla Chiesa; e che, allo stesso tempo, la proietta nella vita reale degli uomini, offrendo così, a partire da questa vita cristiana, un'esperienza pastorale, spirituale e ascetica portatrice di nuovi sviluppi dottrinali.

Forse risiede qui la ragione più profonda della permanente attualità di Cammino lungo questo mezzo secolo, che ha visto profondi cambiamenti – culturali, sociali, politici – nel mondo, e una ricerca – a volte angosciosa – di "aggiornamento" nella Chiesa. Perché quello che rimane è sempre l'essenziale: l'uomo, con le sue intime aspirazioni a una vita veramente umana; e le richieste della grazia, che lo chiamano alla filiazione divina e alla santità in mezzo e attraverso le circostanze ordinarie di questo mondo. Sono queste fonti profonde che spiegano che, oggi come ieri, dalle pagine di Cammino continuino a sgorgare il vigore e l'allegria.

(1) Giovanni Paolo II, Costituzione Apostolica Ut sit, del 28– XI– 1982, Proemio: AAS 75 (1983), pag. 423.

(2) Sant' Agostino, Retractationes II, 6.

(3) Sant' Agostino,, Soliloquia II, 2.

(4) È Gesù che passa, 99.

Fonte: www.escrivaobras.org