Per un “oggi” che costruisca il domani

Olga Marlin è nata a New York, Nel 1960, a 25 anni, lasciò la sua famiglia e l’Europa per stabilirsi in Kenia, dove contribuì in progetti educativi per il paese.

Iniziative sociali

Olga Marlin è nata a New York nel 1934. I suoi genitori - Ervin Ross Marlin e Hilda van Stockum –viaggiarono molto, insieme ai loro sei figli, perché il padre lavorava per le Nazioni Unite. Olga frequentò le elementari a Washington e il liceo a Montreal in Canada dove la sua famiglia si era trasferita nel 1946. Successivamente si spostarono a Dublino dove Olga si iscrisse al Trinity College, laureandosi in Lingue Moderne; conseguì anche il Diploma Superiore in formazione all’University College.

Nel 1960, a 25 anni, lasciò la sua famiglia e l’Europa per stabilirsi in Kenia, dove contribuì all’emancipazione della donna africana. Rispondeva così alla richiesta che San Josemaría aveva rivolto a lei e ad altre giovani professioniste dell’Opus Dei di andare in Africa e di trovarvi le strade adatte per contribuire al colossale lavoro nel campo dell’istruzione e dell’educazione che stava iniziando allora in quel continente. Si trattava di amare gli africani e diventare, per così dire, uno di loro, tenendo presenti le sofferenze che avevano patito nel corso della loro storia. “Esiste soltanto una razza – avrebbe ripetuto tante volte San Josemaría - la razza dei figli di Dio”.

Nacque così il Kianda College, una scuola di segretariato a Nairobi, frequentata da ragazze di tutte le razze e religioni che ha avuto un profonda influenza in molte regioni del continente africano.

"In Africa con un sogno", di Olga Marlin

“In Africa con un sogno”

25 anni, con un’ottima posizione, una promettente carriera e un brillante futuro davanti a sé; e San Josemaría l’ha invitata a trasferirsi in Africa. Perché ha accettato? Era una cosa adatta alla giovinezza e a uno spirito avventuroso?

Accettai perché da un lato mi sentivo naturalmente portata all’insegnamento (l’ho scoperto quando avevo nove anni) e fui felice quindi di andare ad insegnare in Africa, e dall’altro non volevo deludere la fiducia che San Josemaría aveva in noi. Egli era assolutamente certo che saremmo state fedeli e avremmo fatto un grande lavoro al servizio di Dio, della Chiesa e delle anime. Il suo pensiero era che restassimo unite al Signore con le pratiche di pietà che ci aveva raccomandato: il resto sarebbe venuto da solo. Con questa convinzione partimmo in otto: io, due insegnanti come me, una segretaria, un’infermiera e tre professioniste nel settore alberghiero.

Tornando indietro a quegli anni, quell’invito ha realizzato le sue aspettative? Se sì, perché?

Quando arrivammo a Nairobi nel 1960, il Kenia era ancora una colonia inglese, e vigeva una strettissima segregazione razziale: le residenze, le scuole, i trasporti pubblici, ecc. erano divisi fra Europei, Indiani e Africani. Invece, San Josemaría ci aveva inculcato che le istituzioni educative che andavamo ad organizzare avrebbero dovuto contemplare quattro condizioni: dovevano essere multirazziali, aperte a tutte le religioni, assolutamente a carattere non missionario ma con le caratteristiche di un lavoro di professionisti e, anche se in minima parte, a carico degli studenti, perché, generalmente, ciò che viene dato gratuitamente non è apprezzato.

Scoprimmo subito che l’opzione migliore era di cominciare con una scuola di segretariato, e così andai ad incontrare la direttrice della migliore scuola per segretarie di Nairobi (per europei). Fu molto gentile e ci aiutò, ma quando si rese conto che si volevano ammettere anche ragazze africane, non riusciva a crederci. “Cosa?” esclamò “non conoscono l’inglese! Non saranno mai in grado d’imparare la stenografia e la dattilografia!...” Me ne andai con una certa sensazione di impotenza, ma allo stesso tempo convinta che ce l’avremmo fatta…L’esperienza ha dimostrato che le ragazze africane imparavano bene, dimostrandosi in grado di assumere impieghi di responsabilità: avrebbero guadagnato buoni salari per far crescere gli standard di vita delle loro famiglie. Al Kianda Secretarial College hanno studiato più di 7000 studentesse di 43 nazionalità, comprese 27 nazioni africane. La stessa cosa sta succedendo per gli altri Istituti che abbiamo fondato: la Kianda School, la Kimlea Technical School , il Kibondeni College, Istituto alberghiero, e, ancora il Tewa, sulla Costa dove è presente il più alto tasso di analfabetismo del Kenia; ci siamo rese conto che gli studenti sono affamati di sapere, e assorbono tutto con facilità.

Studenti di Francese al Kianda College, 1966

Lei è stata una dei promotori della Kianda Foundation, organizzazione no-profit fondata nel 1961 per l’istruzione e lo sviluppo sociale e spirituale delle donne in Kenia. Quali difficoltà avete dovuto affrontare nello sviluppare questo lavoro?

Le prime difficoltà sorgevano quando cercavamo di mettere in atto le quattro condizioni che San Josemaría ci aveva indicato e che si rivelavano tanto efficaci. Avevamo cominciato con il dare lezioni in casa che, per tale scopo, avevamo affittato in un quartiere europeo, ma ben presto abbiamo dovuto trasferirci per poter accettare ragazze di altre razze. Poi, dovevamo incoraggiare le ragazze ad integrarsi fra loro, cosa che non avevano mai fatto prima. Con l’andar del tempo le amicizie, che man mano nascevano, divennero fonte di grande gioia. Inoltre, il fatto che delle professioniste non missionarie, avviavano dei progetti di scolarizzazione nella nazione, era un fenomeno che aveva bisogno di tempo per essere compreso.

Se lei dovesse indicare una “formula” appresa da San Josemaría per superare le difficoltà quali parole userebbe?

Lealtà ed ottimismo.

Studentesse di Kianda School

Una panoramica sull’oggi

In pochi decenni sono avvenute parecchie trasformazioni molto significative nella storia del Kenia: nell’ambito culturale, nel governo civile, nella Chiesa… potrebbe evidenziarne, guardandole dalla prospettiva degli anni trascorsi, alcune caratteristiche?

Fin dal principio abbiamo capito l’importanza che ha la famiglia in Africa, la “famiglia allargata” che comprende nonni, zii, cugini… un bambino non può mai essere considerato “orfano” perché appartiene al clan. Questi legami molto forti sono minacciati dalla cultura occidentale che sta influenzando tantissimo i giovani e la sfida che dobbiamo raccogliere è di aiutarli a rafforzare i legami con le loro famiglie attraverso l’educazione.

Durante i cinquant’anni che sono stata in Kenia, il governo è passato attraverso varie fasi: un governo tradizionale dei capi, la colonizzazione, la democrazia che è stata in massima parte imposta dall’esterno e tuttora non pienamente funzionante. I componenti del governo devono ancora assimilare e mettere in pratica il concetto di nazione.

Si è mai resa conto che l’ oggi, adesso che ha imparato da San Josemaría avrebbe avuto un’influenza decisiva sullo sviluppo della nazione e per il benessere di così tante persone? Che cosa consiglierebbe ad altre persone che stanno lavorando per lo sviluppo del loro paese e non ne vedono ancora i frutti?

Fin dalla nascita della Kianda Foundation siamo state pienamente consapevoli dell’ oggi, adesso nel senso che abbiamo sempre cercato di confrontarci con le necessità del momento e d’essere sempre aggiornate su di esse. Cinquant’anni fa non si immaginava neanche che un progetto educativo sarebbe stato avviato sulla Costa dove le persone vivevano allo stesso modo da tempi immemorabili. Ciò nondimeno, Tewa si sta aprendo a nuovi orizzonti: nasceranno famiglie cristiane con diversi standard di vita come è già avvenuto a Kimlea, fra le piantagioni di tè.

Quando tante famiglie dovettero sfollate durante le elezioni del 2008, a Kimlea si diedero lezioni a donne e ragazze rifugiate nei campi vicino a Limuru, e la Kianda Foundation si adoperò per trovare fondi per acquistare la terra e costruirvi case per più di 100 famiglie sfollate. Queste famiglie si impegnarono a lavorare per restituire a poco a poco la somma prestata. La Kianda Foundation era stata in grado di ottenere i relativi finanziamenti grazie alla credibilità acquisita dopo cinquant’anni di amministrazione trasparente al servizio della donna africana.

Consiglierei ad altre persone impegnate nello sviluppo del loro paese a prestare molta attenzione alle necessità del momento che possono variare da una nazione all’altra. Bisogna essere molto creativi nel mettere in piedi nuove iniziative.

Roma, 1968- San Josemaría Escrivá con Mary Mumbua e Florence Auma, che sono tra le prime persone che hanno chiesto l’ammisssione all’Opus Dei nel Kenia

Alla “scuola di un santo”

Lei ha conosciuto San Josemaría e lavorato con lui. Che cosa può evidenziarci del suo modo di lavorare e della sua vita?

Prima di tutto ho imparato l’importanza del lavoro di squadra a livello di direzione. “Quattro occhi vedono più di due” diceva e ci insegnava a valorizzare e a favorire il contributo degli altri. Sebbene fossimo tanto giovani, San Josemaría ascoltava con molta attenzione quello che dicevamo; credeva in noi e questo ci metteva le ali.

San Josemaría ci contagiò con la sua fede. Nel 1960 propose ad otto giovani donne di andare in Kenia e ad altre otto in Giappone. A quel tempo era davvero insolito fare viaggi in paesi così lontani ma egli ci disse: “stiamo andando in Giappone, stiamo andando in Kenia in cerca di anime per Gesù Cristo…”.

L’ha mai corretta? E perché?

San Josemaría ci educava al senso di responsabilità. Sapeva di aver ricevuto un messaggio che Dio gli aveva affidato per trasmetterlo a noi e che non poteva alterarlo. Allo stesso tempo ci dimostrava l’affetto che sentiva per ciascuna di noi. Ripeteva: “Vi amo, ma vi voglio sante”. Non mi ha mai corretto direttamente, ma a dire la verità, a volte avrei desiderato che lo facesse, per via della fiducia che aveva nella persona che correggeva.

In definitiva, nel 1960 San Josemaría era soltanto un vecchio prete spagnolo di 58 anni. Perché voi credevate in lui così tanto? Perché lo ascoltavate?

Trascurando l’età e l’origine, San Josemaría era il fondatore dell’Opus Dei ed era il nostro Padre. Da lui ricevevamo lo spirito di Dio e l’attenta sollecitudine di un grande padre di famiglia. Come potevamo non credere in lui?

Tre generazioni di una famiglia amica

Olga Marilin presenting the book to Pope John Paul II

Olga con Mary Kibera accolgono il Presidente Daniel Arap Moi a Kianda nel 1981

Mary e Olga con Mrs Gichuru, Margaret Keniatta e altri amici che visitano Strathmore nel 1961.

Olga Marlin presenta un progetto per lo sviluppo dell'Africa negli Stati Uniti