La consacrazione dell’Opus Dei al Sacro Cuore di Gesù

1952: nella festa di Cristo Re, San Josemaría fece la consacrazione dell’Opus Dei al Sacro Cuore di Gesù, pregando per le necessità dell’Opera e dei suoi apostolati, e per la pace universale.

Relazioni biografiche

San Josemaria e Mons Alvaro del Portillo, 1949

Verso la metà del 1952 la situazione economica era divenuta insostenibile. Il debito aveva assunto proporzioni così spaventose che non si riusciva a ridurlo in nessun modo. La ricerca di nuovi crediti bancari, di donativi e di elemosine era infruttuosa. A peggiorare le cose, comparvero di nuovo “certi fastidi che alcune persone ci procurano”, con l’evidente riferimento a nuove incomprensioni. Tutto ciò mise a dura prova la pace di spirito del Padre, il quale ricorse, come sempre, a un’orazione più intensa.

“Forzare la mano” al Signore

Assillato com’era dai problemi economici e quasi per “forzare la mano” al Signore, il Padre chiese ai suoi di Madrid, con lettera del 1º agosto 1952, di ripetere molte volte al giorno una giaculatoria: Cor Iesu sacratissimum, dona nobis pacem!. Poco dopo chiese di fare lo stesso anche a quelli che stavano in Colombia.

Ma il problema dei lavori prese una brutta piega all’inizio del settembre 1952 e il Fondatore, vedendo che l’impresa romana stava affondando, lanciò un S.O.S., sperando che il Signore volesse “mettere fine a questa tortura”. La situazione sembrava ormai irrimediabile, quando decise di consacrare l’Opus Dei, con tutti i suoi membri e gli apostolati, al Sacro Cuore di Gesù.

S.O.S. - Abbiamo l'acqua alla gola

“Presto farò la consacrazione al Sacro Cuore, annunciò a quelli del Messico. Aiutatemi a prepararla, ripetendo molte volte: Cor Iesu sacratissimum, dona nobis pacem!”. E aggiungeva un poscritto: “S.O.S. Continuiamo ad avere l’acqua alla gola. Ma sempre con grande fiducia in nostro Padre-Dio”.

“Presto farò la consacrazione al Sacro Cuore", annunciò a quelli del Messico." Aiutatemi a prepararla, ripetendo molte volte: 'Cor Iesu sacratissimum, dona nobis pacem!'”

Si avvicinava il 26 ottobre, festa di Cristo Re, giorno stabilito per la cerimonia di consacrazione, e don Josemaría incitava tutti i suoi figli perché lo aiutassero a farla “in modo di farGli piacere”, cioè far piacere al Cuore di Gesù. Si era impelagato in modo tale che, a giudicare da quanto scriveva, si sentiva messo alle strette, senza vie di fuga, legato mani e piedi:

Qui facciamo ciò che umanamente è possibile e preghiamo. Ma, insisto, non si vede via d’uscita (…). Se non troviamo una soluzione prima della fine del mese, potremmo subire un contraccolpo che farebbe felice satana”.

Dieci giorni di respiro prima di toccare il fondo, se Dio non avesse posto rimedio. Per questo il Fondatore continuava a chiedere aiuto, nel timore di dover fermare i lavori. Confidava che la Santissima Vergine non li avrebbe abbandonati e che il suo Figlio Divino, avvicinandosi il giorno della consacrazione dell’Opera, non potesse non dare risposta al clamore di tante preghiere. Ma la lettera al Consigliere della Colombia, in cui esprimeva tale speranza, finiva con una frase sconsolata: “Non so come riesco a scriverti (non rileggo neppure la lettera) perché oltretutto ho la preoccupazione della salute di Álvaro”.

Donaci la pace!

Ancora una volta, una dura vita di lavoro e le tante angustie stavano minando la salute di don Álvaro. Di che genere di malattia soffriva? Sarebbe difficile dirlo. Il Padre, che meglio di tutti conosceva la causa del male, accennava a “cose di fegato”, ben sapendo che il fegato non era, in ultima analisi, la causa del male, ma la vittima. Di fronte ai contrattempi causati dall’andamento dei lavori e le altre disavventure che si accanivano contro la sua persona, cui ci si riferirà fra poco, il Padre non si scoraggiava. Continuava a reggere, ma indubbiamente soffriva, soprattutto per i patimenti dei suoi figli. Il suo cuore, grande e aperto al mondo, si affacciava, al di là delle necessità dell’Opera e dei suoi apostolati, su ciò che alterava la pace universale: gli odi fratricidi, gli scontri sociali, la persecuzione della Chiesa e le guerre tra i popoli. Erano problemi che prendeva su di sé, invocando migliaia di volte al giorno: Cor Iesu sacratissimum, dona nobis pacem!

L’Opera di Dio – aveva scritto nel 1933 – è nata per estendere in tutto il mondo il messaggio di amore e di pace che il Signore ci ha affidato; per invitare tutti gli uomini al rispetto dei diritti della persona.

(…) Vedo l’Opera protesa nei secoli, sempre giovane, aggraziata, bella e feconda, a difendere la pace di Cristo e diffonderla dappertutto”.

Al vigore che gli veniva dall’abbondante grazia fondazionale, raddoppiato dalla fedeltà della sua risposta, si aggiungevano le sue qualità personali. Difficilmente lo si vedeva prostrato. Superava con facilità lo sconforto, facendo leva sulla filiazione divina: sapeva di essere figlio di Dio e che Dio è la Somma Onnipotenza. C’è un punto di Cammino che si può leggere in chiave autobiografica:

Se ricevi la tribolazione con animo intimorito perdi la gioia e la pace, e ti esponi a non trarre profitto spirituale dalla prova”.

Dai consigli che dava possiamo intuire i suoi stessi sentimenti. “Per avvicinarci a Dio – diceva – dobbiamo intraprendere la strada giusta, che è la Santissima Umanità di Cristo”. Già a Madrid, nei primi anni di apostolato, egli regalava libri sulla Passione del Signore, perché coloro che cercavano Cristo arrivassero a conoscerlo, per poi amarlo. In Cammino si legge: “Mettiti nel costato aperto di Gesù Nostro Signore fino a trovare rifugio sicuro nel suo Cuore piagato”. È l’amore del Cuore di Dio fatto Uomo che ci trasmette la vita della grazia, l’aiuto divino per esercitare nella nostra giornata la fede, la speranza e la carità, tutte virtù nelle quali il cristiano trova gioia, forza e serenità.

"Con lo stesso cuore con cui ho amato i miei genitori e amo i miei amici, amo Cristo e il Padre e lo Spirito Santo e Maria Santissima. "

Con lo stesso cuore

L’incontro dell’uomo con la Santissima Umanità di Cristo indica la strada di una spiritualità molto umana e molto soprannaturale. La grazia non distrugge la natura, ma la risana, la eleva e la perfeziona, senza modificare sensazioni, appetiti e moti dell’animo:

Io – ripeteva spesso il Fondatore – non ho un cuore per amare Dio e un altro per amare le persone. Con lo stesso cuore con cui ho amato i miei genitori e amo i miei amici, amo Cristo e il Padre e lo Spirito Santo e Maria Santissima. Non mi stancherò di ripetere che dobbiamo essere molto umani; perché altrimenti non potremmo neppure essere divini”.

Nel Cuore divino, che è il Cuore di Dio incarnato, ci si rivela la carità immensa del Signore. Ma la nostra intelligenza non può abbracciare un aspetto insondabile del mistero divino, e cioè che “l’Amore, dal seno della Trinità, si effonde su tutti gli uomini per mezzo dell’Amore del Cuore di Gesù” .

Come un valoroso guerriero

Il 26 ottobre 1952, giorno previsto per la consacrazione, il piccolo oratorio contiguo alla stanza di lavoro del Padre non era ancora stato ultimato e non era possibile accedervi comodamente. La determinazione con cui il Fondatore voleva mettere quanto prima l’Opus Dei sotto la protezione misericordiosa del Sacro Cuore andò oltre gli ostacoli. In quella fase dei lavori, per salire dal piano terreno della Villa bisognava quasi lanciarsi all’assalto e don Josemaría si lanciò come un valoroso guerriero. Qualche giorno dopo scrisse a quelli di Madrid e si dichiarò soddisfatto dell’impresa: si era arrampicato su tre scale a pioli per raggiungere l’oratorio e farvi la consacrazione:

Sono contento: ho fatto la consacrazione, salendo una dopo l’altra tre scale a pioli per arrivare all’oratorio. Verrà la pace, in tutti i campi! Ne sono sicuro”.

Quel giorno aveva consacrato l’Opera e tutte le sue attività apostoliche; le anime dei fedeli dell’Opus Dei con tutte le loro facoltà, i sensi, i pensieri, le parole, le azioni, le attività e le gioie. Il testo della consacrazione, poi, aggiungeva:

Ti consacriamo soprattutto i nostri poveri cuori, affinché non abbiano altra libertà che quella di amare Te, o Signore”.

La pace scese sulla sua anima come pioggia tranquilla e benefica. Non ci fu un cambiamento repentino o un prodigio sorprendente. Venne la felicità interiore – il gaudium cum pace – come una brezza, a ristabilire nell’anima la gioia, la sicurezza e l’ottimismo.

Non si vede ancora una soluzione ai problemi economici. Ma sono contento e sicuro. Quante cose mi attendo da questa consacrazione! ”.

"Ho fatto la consacrazione, salendo una dopo l’altra tre scale a pioli per arrivare all’oratorio".

Gli attacchi diminuirono, pur senza cessare del tutto, poiché le calunnie sono un mostro con sette teste. Diminuì il peso preoccupante dei debiti; fu possibile dilazionare alcuni pagamenti; arrivarono alcuni piccoli donativi e furono ipotecati il terreno e parte dell’edificio.

Con la consacrazione crebbe la sua audacia e poté dichiararsi “ottimista e sicuro”, a tal punto, da essere certo di “risolvere tutte le difficoltà e portare a termine questa impresa romana”. Nel Cuore di Gesù trovò pace e rifugio, così come aveva chiesto il 26 ottobre:

Concedici la grazia di trovare nel divino Cuore di Gesù la nostra dimora e stabilisci nei nostri cuori il luogo del tuo riposo, per rimanere così intimamente uniti: affinché un giorno ti possiamo lodare, amare e possedere per tutta l’eternità nel Cielo, in unione con tuo Figlio e con lo Spirito Santo. Così sia”.

A Roma, nel 1954