Il codice da Vinci e altri falsi

“Il libro di Dan Brown viaggia verso i venti milioni di copie. Eppure rifrigge vecchie storie: inventate, un tempo, per vanità spirituale e intellettuale; oggi, per i soldi. Un’offesa all'intelligenza“. Riportiamo una sintesi della recensione di Antonio Maria Baggio.

Dall'Opus Dei

Dal punto di vista della produzione, il libro di Brown è un affare autentico. Da quello delle idee, è un falso. (Lo è per quelle stese idee) già descritte nei libri dei querelanti: Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln, autori de Il Santo Graal, uscito in Gran Bretagna nel 1979; e Lewis Perdue, autore nel 1983 di The da Vinci Legacy. Il libro dei tre inglesi venne ispirato da un servizio che Henry Lincoln aveva girato, per conto della Bbc, a Rennesle- Chateau, in Linguadoca. Il paesino, fra il 1885 e il 1917, era stato teatro delle gesta di un prete, Berenger Saunièr, dedito a scavi, in seguito ai quali cominciarono a diffondersi le voci del ritrovamento del più importante dei tesori: il Santo Graal. Secondo la leggenda, resa famosa dalle imprese dei cavalieri della Tavola Rotonda, esso sarebbe la coppa dell'ultima cena di Cristo, nella quale, poi, Giuseppe di Arimatea avrebbe raccolto il sangue uscito dal costato del Redentore. Ma Saunièr avrebbe rivelato che il Graal, in realtà, sarebbe il simbolo di Maria Maddalena, moglie segreta di Gesù, il quale, nella storia raccontata dal prete francese, sarebbe sfuggito alla crocifissione, e avrebbe dato origine a una stirpe, dalla quale proverrebbero i Merovingi, primi re di Francia.

La patacca di Saunièr fu raccolta successivamente, racconta Cardini, da un abile divulgatore, Gérard de Sède, che ne fece un libro nel 1967. Chi volesse ancora querelare Brown, dunque, dovrebbe mettersi in fila e attendere il proprio turno. Naturalmente, nel passare da un racconto all'altro, la storia si intriga e si infittisce, le fantasie si mescolano con le mezze verità nella composizione di minestroni sempre più improbabili, al cui vertice troneggia, come un cappello sfondato sopra uno spaventapasseri, il best-seller della Mondadori.

E che cosa contiene il cappellaccio di Dan Brown? Pessimo prestigiatore, lo scrittore estrae il logorato coniglio della perfidia cattolica: la chiesa, per tenere nascosta la verità intorno al destino di Gesù e della sua discendenza, perpetra, nel corso della storia, i peggiori crimini; e a commetterli per suo conto, oggi, è, naturalmente, l'Opus Dei, dipinta come un'organizzazione criminale provvista di killer. Provi ad immaginare, il lettore iscritto ad un sindacato, ad un partito, al circolo della caccia, che cosa proverebbe se in un libro come questo si dicesse che l'organizzazione alla quale appartiene commette atti criminali: Brown lo dice dell'Opus Dei con le stesse prove che potrebbe usare contro il coro della parrocchia.

La verità su Maria Maddalena viene invece conservata, nel racconto di Brown, da una associazione segreta, il Priorato di Sion: il libro si snoda attorno alla caccia che i cattolici-assassini danno all'eroe che cerca di mettere in salvo l'ultima discendente di Maria Maddalena.

Ma, almeno in questo, Dan Brown è originale? Ebbene no: pare abbia copiato anche il Priorato di Sion, società esoterica fondata nel 1972, con atto notarile, da tale Pierre Plantard, sedicente - come è ovvio - discendente dei Merovingi, cioè di Cristo stesso, e fonte preziosa del libro dei tre inglesi.

E ce la mette tutta, il buon Brown, a convincerci che quel che ha scritto, pur attraverso vicende di fantasia, comunica messaggi veri; in apertura del libro ci spiega: il Priorato di Sion è una setta realmente esistente. Nel 1975, presso la Bibliothèque Nationale di Parigi, sono state scoperte alcune pergamene, note come Les dossiers Secrets, in cui si forniva l'identità di innumerevoli membri del Priorato, compresi Isaac Newton, Botticelli, Victor Hugo e Leonardo da Vinci (p. 9). Brown non dice che i documenti dei dossier parigini sono stati da tempo riconosciuti falsi, e il loro autore smascherato. Il nome del falsario? Il solito Pierre Plantard, che a me è simpatico perché, in un mondo in cui tanti sgomitano per crearsi un futuro, egli si è impegnato, con burocratico e documentaristico fervore, a costruirsi un passato.

Il Codice da Vinci sta arrivando al traguardo dei 20 milioni di copie. E il suo successo ha rimesso in corsa un precedente libro di Brown, Angeli e demoni, ambientato in Vaticano, con un papa che ha un figlio, segreto e assassino, e i cardinali descritti come un branco di pecore; vi lascio indovinare non solo il messaggio, ma anche chi lo ha pubblicato in Italia. Se un'offesa del genere fosse stata inferta a qualunque altra religione sarebbero intervenuti tutti, dal professore illuminista all'Onu; poiché si insulta il cattolicesimo, sembra che la cosa vada bene a tutti.

Nel leggere i due libri mi sono sentito offeso, prima che nella fede, nell'intelligenza; e non capisco perché, contro i libri di Brown, siano insorti i credenti e non, semplicemente, gli intelligenti.

  • Antonio Maria Baggio //Città Nuova