​Meditazioni: Lunedì della 4ª settimana di Pasqua

Riflessione per meditare il lunedì della quarta settimana di Pasqua. I temi proposti sono: Cristo è la nostra porta; Il buon pastore ci chiama uno per uno; Ascoltare Gesù nella Chiesa.

Opus Dei - ​Meditazioni: Lunedì della 4ª settimana di Pasqua

Cristo è la nostra porta | Il buon pastore ci chiama uno per uno | Ascoltare Gesù nella Chiesa


Cristo è la nostra porta

«Io sono la porta delle pecore» (Gv 10, 7). Gesù denomina se stesso la porta attraverso la quale devono passare i pastori e il gregge. Avverte che alcuni che tentano di raggiungere il gregge per altre vie, tentano di scalare la recinzione, ma non sono buoni pastori. Solo passando attraverso Cristo, attraverso la porta, le pecore possono transitare in sicurezza, trovare pascolo e vita in abbondanza. Gesù è al centro della nostra fede, è il principio e la fine della creazione, l’alfa e l’omega, come proclama il sacerdote nell’accendere il cero durante la Veglia pasquale. «Ravviva la tua fede – diceva san Josemaría –. Cristo non è una figura del passato. Non è un ricordo che si perde nella storia. È vivo! “Jesus Christus heri et hodie: ipse et in saecula!” – dice san Paolo – Gesù Cristo ieri, oggi e sempre!»[1].

Con che forza rimase impressa la figura di Gesù in quelli che entravano in contatto con lui! San Pietro e san Giovanni, dopo la guarigione dello storpio dalla nascita e l’ammonimento del Sinedrio di non parlare più di Cristo risuscitato, rispondono con semplicità, «Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4, 20). San Paolo, che s’imbatté in Gesù sulla via di Damasco, lo considerava come la sua stessa vita (cfr. Fil 1, 21) ed era suo gran desiderio predicare che «Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio» (1 Cor 1, 24).

Nel considerare l’immagine di Cristo come porta, possiamo riflettere se veramente vogliamo far passare attraverso lui tutto quello che ci succede. Nella nostra relazione con Gesù può succedere che vi sia «una dimensione dell’esperienza cristiana che forse lasciamo un po’ in ombra: la dimensione spirituale e affettiva. Il sentirci legati da un vincolo speciale al Signore come le pecore al loro pastore. A volte razionalizziamo troppo la fede e rischiamo di perdere la percezione del timbro di quella voce, della voce di Gesù buon pastore, che stimola e affascina. Come è capitato ai due discepoli di Emmaus, cui ardeva il cuore mentre il Risorto parlava lungo la via. È la meravigliosa esperienza di sentirsi amati da Gesù [...]. Per Lui non siamo mai degli estranei»[2].


Il buon pastore ci chiama uno per uno

Durante gli anni della sua predicazione sulla terra il Signore ha illuminato un gran numero di persone. La Sacra Scrittura ci dice che le persone che si avvicinavano a lui rimaneva ammirate dal suo modo di predicare, ben diverso da quello che erano abituati ad ascoltare (cfr. Mc 1, 22). Le sue parole di una profonda e nuova speranza – una speranza che non termina qui sulla terra – facevano sì che le folle si riunissero intorno a lui come le pecore che desiderano ascoltare la voce del loro pastore. Cristo «chiama le sue pecore ciascuna per nome» (Gv 10, 3), parla al cuore di ogni persona. Questo comporta che dietro la sua voce possiamo trovare sempre una chiamata personale del Signore. Non sono idee di poca importanza nella nostra vita quotidiana: la fede è autentica quando diventa personale, quando scopriamo che orienta i nostri desideri più profondi e illumina realmente le situazioni in cui ci troviamo a vivere, le nostre relazioni familiari, professionali, sociali... Allora ci muoviamo con libertà, come le pecore che entrano ed escono dall’ovile con la certezza di trovare da pascolare (cfr. Gv 10, 9).

Dopo aver fatto uscire le pecore dall’ovile, il pastore «cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce» (Gv 10, 4). Per conoscere con maggiore chiarezza la voce di Cristo abbiamo bisogno di approfondire sempre più i contenuti della fede. San Paolo paragona la fede a uno scudo che ci serve per «spegnere tutte le frecce infuocate del Maligno» (Ef 6, 16). Questi principi, se li facciamo nostri, nella nostra stessa vita con la grazia di Dio, ci sostengono, ma soprattutto ci spingono a portare la pace negli ambienti che siamo soliti frequentare. Così, per esempio, chi ha accettato la verità di essere figlio di Dio saprà far fronte con serenità alle difficoltà della giornata, saprà trattare meglio gli altri perché sono suoi fratelli, saprà pensare a questo nostro mondo come a una casa regalataci da Dio nostro Padre.

L’esperienza di incontrare Cristo ci trasforma. Non ci fa solamente credere in qualcosa, ma ci fa diventare una persona nuova, ci fa essere Cristo per gli altri. San Josemaría affermava che «essere santo, essere felice sulla terra e ottenere la felicità eterna – in questo consiste la santità – significa essere Cristo»[3].


Ascoltare Gesù nella Chiesa

Le pecore dell’ovile di Cristo riconoscono la sua voce e rifiutano quella degli estranei (cfr. Gv 10, 5.8). Credere in Gesù vuol dire inoltre entrare a far parte della grande comunità di uomini e donne di una gran varietà di condizioni e provenienze che configurano la Chiesa. Così ne parla l’apostolo san Giovanni: «Quello che abbiamo veduto e udito noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo» (1 Gv 1, 3).

Nell’approfondire la nostra fede, nasce il desiderio di farlo mediante gli insegnamenti del Magistero. Si tratta della porta che ci permette di apprezzare l’eredità lasciataci dal Signore, il tesoro di famiglia che si trasmette di generazione in generazione, quella voce del pastore che non cessa con il passare del tempo. «Come una madre che insegna ai suoi figli a parlare, e con ciò stesso a comprendere e a comunicare, la Chiesa, nostra Madre, ci insegna il linguaggio della fede per introdurci nell’intelligenza e nella vita della fede»[4].

In molti casi abbiamo ricevuto la fede in seno alla nostra famiglia, come accadde a Timoteo, al quale san Paolo poteva scrivere: «Mi ricordo della tua schietta fede, che ebbero anche tua nonna Loide e tua madre Eunice, e che ora, ne sono certo, è anche in te» (2 Tm 1, 5). Assai spesso «sono le mamme, sono le nonne, che compiono la trasmissione della fede»[5]; essendo un incontro che trasforma le persone, la trasmissione della vita accanto a Gesù trova un canale privilegiato nell’amicizia familiare o sociale, dato che è un amore gratuito che si espande.

Possiamo chiedere a Gesù, il pastore, la porta dell’ovile, di poter ascoltare la sua voce, quel sussurro che ci vuole portare alla felicità, qui e nel cielo.


[1] San Josemaría, Cammino, n. 584.

[2] Papa Francesco, Regina Coeli, 7-V-2017.

[3] San Josemaría, Appunti di una riunione di famiglia, 28-VIII-1974.

[4] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 171.

[5] Papa Francesco, Omelia, 26-I-2015.