Meditazioni: Giovedì della 7ª settimana di Pasqua

Riflessioni per meditare il giovedì della settima settimana di Pasqua. I temi proposti sono: Uno dei frutti dello Spirito Santo è la longanimità; Ci aiuta a non sentirci piccoli; Lo Spirito ci libera dai nostri limiti.

Uno dei frutti dello Spirito Santo è la longanimità

«La gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro» (Gv 17, 22). Gesù, prima di salire sulla Croce per amore verso ogni uomo e ogni donna, vuole aprirci prospettive inattese. Vuole innalzarci fino alla vetta del suo Amore. Vuole metterci al suo stesso livello, donarci tutto ciò che ha, tutto ciò che ha ricevuto. Ci offre la sua gloria, la sua intimità con Dio Padre. Desidera che siamo altrettanto felici come lui. Vuole che Dio Padre ci guardi con lo stesso orgoglio con cui guarda lui. Per ereditare tutto questo patrimonio «è importante credere che Dio è dono, che non si comporta prendendo ma donando. Perché è importante? Perché da come intendiamo Dio dipende il nostro modo di essere credenti. [...] Se abbiamo nel cuore un Dio che è dono, tutto cambia. Se ci rendiamo conto che quello che siamo è dono suo, dono gratuito e immeritato, allora anche noi vorremo fare della stessa vita un dono»[1].

Gesù ci regala lo Spirito Santo, il datore di tutti i doni, l’Amore che c’è tra Dio Padre e lui. E con lui ci dona uno dei suoi frutti: la longanimità. Vogliamo goderne senza sprecare nulla di ciò che vuole offrirci. Il dizionario definisce questo frutto come la «grandezza e costanza d’animo davanti alle difficoltà». Si apre davanti ai nostri occhi una immensità, un oceano infinito. Noi uomini e donne siamo stati chiamati a ricevere un amore senza misura. In tanti ambiti la nostra piccolezza non si confà con la capacità di dilatarsi che è stata donata al nostro cuore. E questa stessa capacità di ricevere si trasforma anche in capacità di dare, di darci. Dio vuole riempirsi di noi. Siamo deboli e fragili, ma ci è stata concessa gratuitamente una capacità ineffabile di fare felice Dio, di consolarlo, di riempire il suo cuore.

È probabile che spesso ci concentriamo troppo nel poco che siamo, nelle nostre miserie e nei nostri peccati. Eppure lo Spirito Santo ci spinge sempre a guardare in alto, a contemplare l’orizzonte, ad andare avanti a testa alta. Non sono nostre le opere che conquistano questo oceano immenso. È Dio a far sì che la nostra donazione si moltiplichi e colmi la sua infinita capacità di amare e di essere amato.

Ci aiuta a non sentirci piccoli

«Quando la vita delle nostre comunità attraversa periodi di “fiacca”, dove si preferisce la quiete domestica alla novità di Dio, è un brutto segno. Vuol dire che si cerca riparo dal vento dello Spirito. Quando si vive per l’auto-conservazione e non si va ai lontani, non è un bel segno. Lo Spirito soffia, ma noi ammainiamo le vele. Eppure tante volte l’abbiamo visto operare meraviglie. Spesso, proprio nei periodi più bui, lo Spirito ha suscitato la santità più luminosa! Perché Egli è l’anima della Chiesa, sempre la rianima di speranza, la colma di gioia, la feconda di novità, le dona germogli di vita. Come quando, in una famiglia, nasce un bambino: scombina gli orari, fa perdere il sonno, ma porta una gioia che rinnova la vita, spingendola in avanti, dilatandola nell’amore. Ecco, lo Spirito porta un “sapore di infanzia” nella Chiesa. Opera continue rinascite. Ravviva l’amore degli inizi. Lo Spirito ricorda alla Chiesa che, nonostante i suoi secoli di storia, è sempre una ventenne, la giovane Sposa di cui il Signore è perdutamente innamorato. Non stanchiamoci allora di invitare lo Spirito nei nostri ambienti, di invocarlo prima delle nostre attività: “Vieni, Spirito Santo!”»[2].

La Chiesa cammina verso Pentecoste con la speranza di raggiungere questo dono. Vuole riempirsi di longanimità: «Non guardare ai nostri peccati ma alla fede della tua Chiesa e secondo la tua volontà...»[3]. Non vogliamo distrarci con una visione di breve portata. Vogliamo fissare lo sguardo su ciò che è definitivo, su ciò che non si esaurisce, sull’amore di Dio per ciascuno di noi. Non ci piace il breve termine; preferiamo l’eternità.

San Josemaría ci invitava a non fissare troppo la nostra attenzione sulle proprie miserie o su quelle altrui: «Non contemplate nulla solo con occhi umani, figlie e figli miei. Non guardate col naso attaccato al muro, perché allora non vedrete altro che un breve tratto di parete, un po’ di pavimento e la punta delle vostre scarpe, che neppure saranno lucide perché si saranno sporcate con la polvere della strada. Alzate la testa, e vedrete il cielo, azzurro o annuvolato ma in attesa del vostro volo. Gli ostacoli della sensualità, della superbia, della vanità; in una parola, della idiozia umana, non sono tanto alti da poter annebbiare completamente, se noi non vogliamo, la nostra vista»[4].

Lo Spirito ci libera dai nostri limiti

«Ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (Gv 17, 26). È rimarchevole il fatto che gli apostoli, scelti da Gesù sin dall’eternità, sono a volte poco lungimiranti. Nel momento in cui Cristo sta aprendo la sua intimità, sta donando loro il suo corpo, li sta ordinando sacerdoti della Nuova Alleanza e li avvisa che sta per morire, hanno tempo e voglia di stare a discutere intorno a chi di loro occuperà il primo posto.

Così siamo noi tante volte, preoccupati soltanto delle cose più immediate: «Molte volte la nostra vita è impostata secondo la logica dell’avere, del possedere e non del donarsi. Molte persone credono in Dio e ammirano la figura di Gesù Cristo, ma quando viene chiesto loro di perdere qualcosa di se stessi, allora si tirano indietro, hanno paura delle esigenze della fede. C’è il timore di dover rinunciare a qualcosa di bello, a cui siamo attaccati; il timore che seguire Cristo ci privi della libertà, di certe esperienze, di una parte di noi stessi. [...] Dobbiamo saper riconoscere che perdere qualcosa, anzi, se stessi per il vero Dio, il Dio dell’amore e della vita, è in realtà guadagnare, ritrovarsi più pienamente. Chi si affida a Gesù sperimenta già in questa vita la pace e la gioia del cuore, che il mondo non può dare, e non può nemmeno togliere una volta che Dio ce le ha donate. Vale dunque la pena di lasciarsi toccare dal fuoco dello Spirito Santo!»[5].

L’inverso della longanimità è la paura, la dappocaggine, la voglia di viaggiare sul sicuro, di non rischiare nulla. Lasciarsi vincere dalla paura è la cosa più facile, ma intuiamo anche a quale abisso tutto questo conduce. Lo Spirito libera i nostri cuori chiusi per la paura; trasforma la nostra vita, ma lo fa col suo stile: «Il cambiamento dello Spirito è diverso: non rivoluziona la vita attorno a noi, ma cambia il nostro cuore; non ci libera di colpo dai problemi, ma ci libera dentro per affrontarli; non ci dà tutto subito, ma ci fa camminare fiduciosi [...]. Come fa? Rinnovando il cuore, trasformandolo da peccatore in perdonato. Questo è il grande cambiamento: da colpevoli ci rende giusti e così tutto cambia, perché da schiavi del peccato diventiamo liberi, da servi figli, da scartati preziosi, da delusi speranzosi. Così lo Spirito Santo fa rinascere la gioia, così fa fiorire nel cuore la pace»[6].

«L’anima mia magnifica il Signore» (Lc 1, 46). Chiediamo a nostra Madre di aiutarci a scoprire, come ha fatto lei, la magnificenza del Signore e a farci infiammare dal fuoco dello Spirito perché possiamo infiammare così tutta la terra.


[1] Papa Francesco, Omelia di Pentecoste, 31-V-2020.

[2] Papa Francesco, Omelia di Pentecoste, 20-V-2018.

[3] Ordinario della Messa.

[4] San Josemaría, Crónica n. 635, cit. da Meditazioni 146.

[5] Benedetto XVI, Omelia di Pentecoste, 23-V-2010.

[6] Papa Francesco, Omelia di Pentecoste, 20-V-2018.