​Meditazioni sulla quarta domenica di san Giuseppe

Meditazioni sulla quarta domenica di san Giuseppe. I temi sono: Come obbedisce san Giuseppe; Il raccoglimento necessario per ascoltare Dio; Con la sua obbedienza anticipa quella di Gesù.

Come obbedisce san Giuseppe | Il raccoglimento necessario per ascoltare Dio | Con la sua obbedienza anticipa quella di Gesù


Come obbedisce san Giuseppe

Dopo l’annunciazione dell’angelo a Maria, la tradizione cristiana ha identificato una annunciazione simile a Giuseppe: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1, 20-21). Il santo patriarca è stato «sempre pronto a eseguire la volontà di Dio manifestata nella sua Legge e mediante ben quattro sogni»[1]. Il fatto che Giuseppe abbia dato ascolto ai disegni divini mentre dormiva, e li abbia messi in pratica con rapidità, ci parla della sua sintonia permanente con Dio; è una dimostrazione che la vita contemplativa ci fa scoprire normalmente i progetti buoni del Padre e ci induce a volerci associare a essi con magnanimità. Questo modo di procedere è il fondamento dell’obbedienza al Signore. Infatti la parola «obbedire» proviene proprio da questa capacità di ascolto – ob audire –, dalla capacità di udire in maniera intelligente ciò che l’altro deve dirmi; in questo caso è Dio che introduce Giuseppe nella grandezza della sua opera misericordiosa di salvezza.

Ecco perché l’obbedienza è molto lontana dall’adempimento cieco. Un requisito per obbedire, in tutta la sua ricchezza, è saper ascoltare, avere uno spirito aperto; soltanto colui che pensa può essere obbediente. San Josemaría rifletteva in questi termini durante una omelia del 1963: «La fede di Giuseppe non vacilla, la sua obbedienza è sempre precisa e immediata. Per comprendere meglio la lezione del santo Patriarca, è opportuno considerare che la sua fede è attiva e che la sua docilità non ha nulla dell’obbedienza di chi si lascia trascinare dagli eventi. La fede cristiana, infatti, è di quanto di più opposto ci sia al conformismo, all’inerzia interiore. Giuseppe si abbandonò senza riserve all’azione di Dio, ma non rifiutò mai di riflettere sui fatti, e in tal modo ottenne dal Signore quel grado di intelligenza delle opere di Dio che costituisce la vera sapienza»[2].

Nelle pagine dell’Antico Testamento troviamo varie volte che Dio parla in sogno; succede, per esempio, con Adamo, Giacobbe o Samuele. Sono testimonianze di persone che hanno voluto rimanere in costante dialogo divino, hanno lasciato che Dio parlasse loro in tutte le situazioni. Questi sogni, poi, sono anche una dimostrazione che, attraverso un’autentica obbedienza, potremo cogliere nuove dimensioni dell’esistenza, nuovi nomi, luoghi e progetti.


Il raccoglimento necessario per ascoltare Dio

Sappiamo che Dio ci parla; sappiamo che è al nostro fianco e ci invita incessantemente a unirci al suo amore – con tutto quel che siamo – attraverso le situazioni più concrete. Il Signore si rivolge a noi ogni giorno, ogni momento, attraverso le persone che incontriamo e le vicende che viviamo. Una preghiera che Gesù ripeteva almeno due volte al giorno, secondo gli insegnamenti della religione israelitica, era la Shemá Israel, che comincia così: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio» (Dt 6, 4). Allora come ora, la prima cosa sarà ascoltare la voce divina che ci chiama. «San Giuseppe, meglio di chiunque altro prima o dopo di lui, ha imparato da Gesù a essere pronto a riconoscere le meraviglie di Dio, a tenere aperti l’anima e il cuore»[3].

Per ascoltare la voce di Dio dobbiamo imparare a stare in silenzio, soprattutto interiore. La Sacra Scrittura ci dice che il profeta Elia non ascoltò Yahvé nel vento impetuoso, né nel terremoto, né nel fuoco, ma nel «sussurro di una brezza leggera» (1 Re 19, 12). La vita di preghiera richiede che mettiamo a tacere le voci che ci distraggono per poter ascoltare Dio e anche la nostra voce interiore, per condividere lì i nostri desideri o le nostre capacità. In questa intimità scopriamo chi siamo, impariamo a entrare in dialogo con Dio e a identificarci con la sua voce.

Gli evangelisti non ci hanno fatto sapere nessuna delle parole pronunciate da san Giuseppe; conosciamo invece le sue azioni, che sono frutto dell’obbedienza verso Dio, di quell’ascolto intelligente e di quel dialogo nell’intimità della sua anima. «Il silenzio di san Giuseppe non manifesta un vuoto interiore, ma, al contrario, la pienezza di fede che egli porta nel cuore e che guida ogni suo pensiero e ogni sua azione»[4]. Questo atteggiamento del patriarca fu ciò che, a partire da quei quattro sogni, ha reso possibile che Dio potesse orientare la sua vita. Il raccoglimento e la sensibilità di Giuseppe nell’individuare i piani divini gli hanno permesso di preservare Maria e Gesù dai pericoli e condurli in luoghi più sicuri. Anche noi possiamo stimolare questo atteggiamento di silenzio e di ascolto per avvicinare alla nostra vita la voce e i progetti di Dio.


Con la sua obbedienza anticipa quella di Gesù

A san Josemaría piaceva dire che nel Nuovo Testamento ci sono due frasi che, in pochissime parole, riassumono la vita di Gesù. Da un lato, san Paolo ci dice che Gesù fu «obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2, 8); dall’altro, il vangelo di san Luca dice che Gesù «venne a Nazaret e stava loro sottomesso» (Lc 2, 51), in riferimento alla sua crescita nella casa di Maria e Giuseppe. In entrambi i brani notiamo che il Signore realizzò il suo progetto di salvezza obbedendo per amore di Dio Padre e della sua famiglia terrena. San Giovanni Paolo II notava che «questa obbedienza nazaretana di Gesù a Maria e a Giuseppe occupa quasi tutti gli anni da lui vissuti sulla terra, e costituisce quindi il più lungo periodo di quella totale e ininterrotta obbedienza [...]. Alla Sacra Famiglia appartiene così una parte rilevante di quel divino mistero, il cui frutto è la redenzione del mondo»[5].

È nell’ambito della famiglia, con le persone con le quali viviamo ogni giorno, che impariamo ad ascoltare e a obbedire, come parte dei progetti di amore di Dio. Lì tutti sono in sintonia perché ognuno cerca sinceramente il bene dell’altro. Nella famiglia si fa esperienza del servizio reciproco, impariamo ad ascoltare, a scoprire ciò che è conveniente a tutti. L’obbedienza è frutto dell’amore. Possiamo immaginare con quale delicatezza Giuseppe avrà dato le indicazioni a Gesù. Nello stesso tempo, possiamo pensare come il Verbo incarnato abbia avuto voglia di comprendere e compiere, con piacere e volentieri, ciò che diceva suo padre terreno. In realtà «i tre componenti di questa famiglia si aiutano reciprocamente a scoprire il progetto di Dio. Loro pregavano, lavoravano, comunicavano»[6].

Negli anni di Nazareth Gesù avrà notato tante volte il modo di trarsi d’impaccio di Giuseppe, uomo obbediente per fede. Il santo patriarca obbedì, anticipando in tal modo l’obbedienza di Gesù fino alla croce. La Sacra Famiglia è una scuola nella quale possiamo imparare che ascoltare Dio e associarci alla sua missione sono due facce di una stessa moneta. Comprenderemo così «la fede di Giuseppe: piena, fiduciosa, integra; una fede che si manifesta con la dedizione efficace alla volontà di Dio, con l’obbedienza intelligente».[7]


[1] Papa Francesco, lett. ap. Patris corde, Introduzione. I quattro sogni si riferiscono al non temere di ricevere Maria come sposa, alla fuga in Egitto per salvare la vita di Gesù, al ritorno in Israele e, infine, ad andare fino a Nazaret per proteggere il Bambino dal re della Giudea.

[2] San Josemaría, È Gesù che passa, n. 42.

[3]Ibid., n. 54.

[4] Benedetto XVI, Angelus, 18-XII-2005.

[5] San Giovanni Paolo II, Angelus, 30-XII-1979.

[6] Papa Francesco, Angelus, 29-XII-2019.

[7] San Josemaría, È Gesù che passa, n. 42.