Meditazioni: Domenica della 26ª settimana del Tempo Ordinario

Riflessioni per meditare nella domenica della ventiseiesima settimana del Tempo Ordinario. I temi proposti sono: Sentire le necessità degli altri; Aprirsi alla misericordia di Dio; Più sensibili alle sofferenze.

- Sentire le necessità degli altri

- Aprirsi alla misericordia di Dio

- Più sensibili alle sofferenze


«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti» (Lc 16, 19). Comincia così la parabola del ricco Epulone e del povero Lazzaro. Il primo godeva di un’abbondanza sfarzosa, mentre alla porta della sua casa viveva un uomo pieno di ferite, che sognava di potersi cibare delle briciole che cadevano dalla tavola del ricco. Si trovava in una situazione così disperata, che non aveva neppure le forze necessarie per scacciare i cani che gli si avvicinavano per leccare le sue piaghe.

In questo racconto del Signore appare sorprendente la cecità di Epulone. Avrà visto Lazzaro spesso semi-addormentato alla porta della sua casa; qualche volta lo avrà anche allontanato con disprezzo per far entrare comodamente i suoi invitati. In nessun momento, comunque, si ferma a guardarlo veramente. Non è disposto a perdere tempo con una persona che non può procurargli nessun tipo di beneficio. «Lazzaro, che giace davanti la porta, è una chiamata vivente al ricco per ricordarsi di Dio, ma il ricco non accoglie tale richiamo»[1]. È a tal punto immerso nella comodità personale e nel suo egoismo, che è incapace di rendersi conto che in questo povero si trova la porta della sua liberazione. E quello che accade a Epulone può accadere anche a ognuno di noi. Se avesse permesso a Lazzaro di entrare nella sua vita, condividendo con lui almeno il suo tempo, sarebbe stato nelle migliori condizioni per incontrare il Signore, perché molte volte la ricchezza di Dio si presenta nella povertà degli uomini.

Gesù ci invita a renderci conto delle necessità delle persone che frequentiamo, a essere più sensibili alle necessità del nostro ambiente. Quando viviamo con Cristo i nostri problemi personali ci preoccupano meno e, viceversa, va acquistando più peso la sana inquietudine per i più bisognosi. Ecco perché san Josemaría ha potuto scrivere: «I poveri – diceva quel nostro amico – sono il mio miglior libro spirituale e il motivo principale delle mie preghiere. Soffro per loro, e soffro per Cristo in loro. E, siccome mi addolora, capisco che lo amo e che li amo»[2].


La trascendenza della parabola di Gesù sul ricco e sul povero si mette in evidenza nella seconda parte. Il Signore ci racconta che dopo un certo tempo i due protagonisti muoiono. Ma, mentre il povero Lazzaro, abituato a una vita scomoda e di fame, è portato dagli angeli nel seno di Abramo, il ricco scende all’inferno e soffre tormenti indescrivibili. È strano, ma soltanto quando un abisso insuperabile li separa, il ricco finalmente posa lo sguardo su Lazzaro. «Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma» (Lc 16, 24), supplica. Abituato a condurre una vita piena di piaceri, anche dopo la morte continuava a vedere negli altri semplici strumenti per soddisfare le proprie necessità.

Il comportamento freddo del ricco Epulone nei riguardi degli altri finisce col determinare il suo destino eterno. Data la sua incapacità di sentire misericordia verso le necessità del suo prossimo, gli fu impossibile aprirsi alla misericordia divina, l’unica via che ci porta direttamente in cielo. «La parabola mette chiaramente in guardia: la misericordia di Dio verso di noi è legata alla nostra misericordia verso il prossimo; quando manca questa, anche quella non trova spazio nel nostro cuore chiuso, non può entrare. Se io non spalanco la porta del mio cuore al povero, quella porta rimane chiusa. Anche per Dio»[3]. Ogni volta che sperimentiamo la misericordia di Dio, sotto sotto echeggia un invito a preoccuparci, a nostra volta, di quelli che hanno bisogno della nostra pietà. Nella sua parabola Gesù ce lo ricorda: solo se trasformiamo le nostre città in luoghi più compassionevoli, costruiremo i «cammini divini della terra»[4].


«La preoccupazione cristiana per gli altri – ricorda il prelato dell’Opus Dei – nasce proprio dalla nostra unione con Cristo e dalla nostra identificazione con la missione alla quale Egli ci ha chiamati»[5]. Nella preghiera andiamo configurando i nostri affetti con i sentimenti di Gesù. Contemplando Gesù attentamente nella semplicità dell’Eucaristia o sentendo la sua compagnia nella profondità della nostra anima, potremo pian piano comprendere la grandezza che si nasconde nelle parole di san Paolo: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi» (2 Cor 8, 9). Anche noi sentiremo la necessità di distaccarci dalle nostre piccole ricchezze per condividerle con quelli che ne hanno più bisogno.

«Siamo per la moltitudine: non siamo mai chiusi in noi stessi, viviamo di fronte alla folla e nell’anima teniamo quelle parole del Signore nostro Gesù Cristo: mi fa compassione questa folla, perché è da tre giorni che stanno con me e non hanno nulla da mangiare»[6]. Un cristiano non resta indifferente davanti alle sofferenze del mondo; al contrario, sapendo di essere figlio di Dio, sa di avere ereditato il mondo e anche i suoi problemi. Perciò possiamo chiedere a Gesù che ci dia un cuore come il suo «perché vi entrino tutte le necessità, i dolori, le sofferenze degli uomini e delle donne del nostro tempo, specialmente di quelli più deboli»[7].

Maria si è sempre considerata povera agli occhi di Dio, e perciò ha potuto avvertire in ogni momento le orme della sua opera. Questa ricchezza divina le ha permesso di rendersi conto anche delle miserie di quelli che le stavano vicine, ovvero, delle loro necessità. A lei possiamo chiedere di renderci più sensibili verso le persone che abbiamo attorno a noi, sapendo che lì troviamo anche il cielo.


[1] Papa Francesco, Udienza, 18-V-2016.

[2] San Josemaría, Solco, n. 827.

[3] Papa Francesco, Udienza, 18-V-2016.

[4] San Josemaría, Amici di Dio, n. 314.

[5] Mons. Fernando Ocáriz, Lettera Pastorale, 1-XI-2019, n. 10.

[6] San Josemaría, Carta 24, n. 23.

[7] Mons. Fernando Ocáriz, Lettera Pastorale, 14-II-2017, n. 31.