Commento al Vangelo: Il fuoco di Dio

Vangelo della Domenica di Pentecoste (ciclo C) e commento al vangelo

Testi di vita cristiana
Opus Dei - Commento al Vangelo: Il fuoco di Dio

Vangelo (Gv 20, 19-23)

La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse:

– Pace a voi!

Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo:

– Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi.

Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse:

– Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi.

Commento

Per citare Benedetto XVI, lo Spirito Santo è “il primo e principale dono che ci ha ottenuto Gesù con la sua Risurrezione e Ascensione al cielo”[1]. Ecco perché Gesù risorto si affrettò a effonderlo sugli apostoli, rinchiusi per paura dei giudei, inviandoli come il Padre aveva mandato Lui, pieni della pace di Cristo, pieni di gioia, e con il potere di perdonare i peccati.

Questa scena narrata da san Giovanni è strettamente collegata al racconto della Pentecoste del libro degli Atti degli Apostoli. Papa Francesco dava questa spiegazione: “La sera di Pasqua Gesù appare agli Apostoli e alita su di loro il suo Spirito (cfr Gv 20,22); nel mattino di Pentecoste l’effusione avviene in maniera fragorosa, come un vento che si abbatte impetuoso sulla casa e irrompe nelle menti e nei cuori degli Apostoli. Di conseguenza essi ricevono un’energia tale che li spinge ad annunciare nei diversi idiomi l’evento della Risurrezione di Cristo”[2].

La scena della Pentecoste evoca il racconto della Torre di Babele, nel quale l’orgoglio umano fu castigato con la confusione delle lingue e la dispersione (cfr. Gn 11, 1-9). Ora, invece, il dono dello Spirito d’Amore trasforma la divisione, l’indifferenza e la paura in unità, carità e audacia. Francisca Javiera del Valle spiega nel suo Decenario come Gesù dalla croce abbia pregato il Padre perché fosse “dato all’uomo il suo Santo e Divino Spirito, affinché tutti coloro che sono uniti a Lui vivano come un solo corpo e una sola anima”[3]. Se il demonio separa, contrappone e genera violenza – e per qiesto è chiamato con il termine greco diabolos –, lo Spirito invece unisce, armonizza e vivifica.

È lo Spirito Santo che ci fa sapere che siamo figli di Dio e ci fa invocare “Abbà, Padre!” (Rm 8, 15); che infonde i sette doni contemplati dalla tradizione della Chiesa: “la sapienza, l’intelletto, il consiglio, la fortezza, la scienza, la pietà e il timore di Dio” (CIC, n. 1831); è anche colui che riempie l’anima con i dodici frutti che san Paolo descrive ai Galati: amore, gioia, pace, pazienza, longanimità, bontà, benevolenza, mitezza, fedeltà, modestia, continenza, castità (Gal 5, 22-23, Vulg). Come dice l’inno liturgico di questo giorno, lo Spirito Santo è dunque “luce dei cuori, consolatore perfetto, ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo, nella fatica riposo, nella calura riparo, nel pianto conforto”.

Sarebbe bene che ci chiedessimo spesso se lasciamo operare lo Spirito Santo nelle nostre anime, se seguiamo le sue ispirazioni con un atteggiamento docile e fiducioso, quando ci invita a cedere e a perdonare, a servire, ad avere attenzioni affettuose verso Dio e verso gli altri. Tutto il segreto della nostra santità consiste nella docilità allo Spirito Santo. Se ci sforziamo di agire così, il Paraclito produrrà le stesse meraviglie e gli stessi cambiamenti che ha prodotto nei primi discepoli e nei primi santi, e ci colmerà di un’audacia e di una simile diligenza apostolica. Oggi possiamo seguire il consiglio di san Josemaría: “lasciamo che la sua forza muova le nostre vite e alimentiamo il desiderio di portare il fuoco divino da un estremo all’altro della terra, facendolo conoscere a chi ci circonda: affinché tutti possano giungere alla pace di Cristo e trovino in essa la felicità”[4].

Comunque, la diffusione di questa corrente di amore e di unità, destinata a tutte le genti e inaugurata a Pentecoste, è possibile soltanto mediante la remissione del peccato, origine di ogni male (cfr. CIC n. 403). Per questo nel Cenacolo Gesù risorto concede agli apostoli il potere di perdonare i peccati, concretato in seguito nella confessione sacramentale (cfr. Concilio di Trento, De Paenitentia, cap. 1). La confessione è il primo passo necessario per lasciare agire il Paraclito nella nostra vita. Grazie alla confessione umile e frequente dei nostri peccati a chi ha l’autorità per assolverli, succede ciò che descrive Papa Francesco: “Lo Spirito sblocca gli animi sigillati dalla paura. Vince le resistenze. A chi si accontenta di mezze misure prospetta slanci di dono. Dilata i cuori ristretti. Spinge al servizio chi si adagia nella comodità. Fa camminare chi si sente arrivato. Fa sognare chi è affetto da tiepidezza”[5].

Pablo M. Edo


[1] Benedetto XVI, Omelia, 23 maggio 2010.

[2] Papa Francesco, Omelia, 24 maggio 2015.

[3] Francisca Javiera del Valle, Decenario dello Spirito Santo, Terzo giorno, Ares, Milano 1995, p. 46.

[4] San Josemaría, È Gesù che passa, n. 170.

[5] Papa Francesco, Omelia, 20 maggio 2018.