Qualcosa di grande e che sia amore (XII): La vocazione al matrimonio

Dio benedice la normalità della vita familiare e vuole abitarvi. Un percorso, leggendo il libro di Tobia, può aiutare a riscoprirlo.

Testi di vita cristiana
Opus Dei - Qualcosa di grande e che sia amore (XII): La vocazione al matrimonio

Quando san Josemaría cominciò a parlare di vocazione al matrimonio, ormai quasi un secolo fa, l’unione di questi due concetti di solito generava sconcerto, quando non ilarità: come se parlasse di un passero senza ali o di una ruota quadrata. «Ridi perché ti dico che hai “vocazione matrimoniale”? Ebbene, l’hai: proprio così, vocazione»[1].

Nella mentalità di allora, e a volte ancora in quella di oggi, “avere vocazione” significava lasciare la normalità della vita per poter servire Dio e la Chiesa. Lasciare in un modo o in un altro ciò che è abituale, che per la maggior parte delle persone consiste nell’avere famiglia, figli, casa, lavoro, fare la spesa, fare il bucato, imprevisti, risate, liti tra fratelli, pomeriggi al pronto soccorso, avanzi nel frigorifero.

Tutta questa infinità di cose, varie e imprevedibili come la vita stessa, non soltanto rientra nella su citata “ruota quadrata” della vocazione matrimoniale, ma trova in essa la sua migliore versione possibile. IL «senso vocazionale del matrimonio»[2] parte proprio dalla convinzione che Dio benedice la normalità della vita familiare e vuole abitare in essa. «Tu abiti la santa dimora, tu, lode di Israele», dice il salmo che Gesù intona dalla Croce (Sal 22, 4). Dio, il Santo, vuole vivere in mezzo alle vite normalissime delle famiglie.

Vite chiamate a trasformarsi, per affetto, in lodi a Lui: in cielo, ancora con tutti i “difetti di fabbricazione” di quella sede provvisoria che è la vita. Perciò, «non lasciar passare una giornata / senza carpirgli un segreto, grande o piccolo. / Sia la tua vita un’attenta / scoperta quotidiana. / Per ogni briciola di pane duro / che Dio ti ha dato, tu dagli / il diamante più bello della tua anima»
[3].

Fa’ un buon viaggio

Quel giovane rise sentendo parlare di vocazione matrimoniale, però non poté evitare di starsene pensieroso. La “provocazione”, del resto, era unita a un consiglio: «Raccomandati a san Raffaele, che ti guidi, come guidò Tobia, casto sino alla fine del cammino»[4]. San Josemaría alludeva così all’unico racconto della Bibbia in cui si parla di questo arcangelo, per il quale serbava un affetto particolare; tanto da affidargli sin da molto presto il suo apostolato con i giovani[5]. «Il libro di Tobia è incantevole»[6], diceva.

Benché tutto il racconto del libro ruoti intorno a un viaggio, in realtà ci permette di entrare in pieno nella vita di due famiglie e assistere alla nascita di una terza. Del resto il viaggio stesso partecipa di questo ambiente domestico, con un particolare che non è passato inosservato agli artisti nel corso dei secoli: questo libro è oltretutto l’unico della Scrittura nel quale compare un cane domestico, che tiene compagnia a Tobia e a san Raffaele dall’inizio alla fine del viaggio (cfr. Tb 6, 1; 11, 4).

Quando Tobia sta per partire suo padre lo benedice con queste parole: «Dio, che è nei cieli, vi conservi sani fin là e vi restituisca a me sani e salvi; il suo angelo vi accompagni con la sua protezione» (Tb 5, 17). San Josemaría le imitava quando dava la sua benedizione a coloro che stavano per iniziare un viaggio: «il Signore sia sul tuo cammino e il suo angelo ti accompagni»[7].

E viaggio – il vero viaggio, il più decisivo – è il cammino della vita, che percorrono insieme coloro che si donano a vicenda nel matrimonio, rispondendo a un sogno di Dio che risale alle origini del mondo
[8]. Quanto è necessario, dunque, far scoprire ai giovani, e riscoprire anche dopo molti anni di viaggio, «la bellezza della vocazione a formare una famiglia cristiana»[9]: la chiamata a una santità che non è di seconda categoria, ma di prima.

Quando la vita comincia veramente

La vocazione personale si risveglia con una scoperta semplice ma carica di conseguenze: la convinzione che il significato, la verità della nostra vita, non consiste nel vivere per noi stessi, per le nostre cose, ma per gli altri. Uno scopre che nella propria vita ha ricevuto molto amore e che è chiamato a fare lo stesso: a dare amore. Soltanto così troverà veramente se stesso. Dare amore, non solamente nei momenti liberi, come per tranquillizzare la coscienza: trasformare l’amore nel nostro progetto di vita, nel centro di gravità di tutti gli altri progetti, almeno di quelli che vengono realizzati.

Prima e dopo il suo matrimonio con Sara, il giovane Tobia riceve vari consigli in questa direzione: sono richiami a ciò che di più nobile è in lui. Suo padre Tobi, che lo fa partire per ricuperare una somma di denaro che potrà essere utile in futuro (cfr. Tb 4, 2), si preoccupa di trasmettergli prima di tutto la propria eredità più importante; che considera la più importante della sua vita: «Onora tua madre e non abbandonarla per tutti i giorni della sua vita; fa’ ciò che è di suo gradimento e non procurarle nessun motivo di tristezza [...]. Guardati, o figlio, da ogni sorta di fornicazione [...]. Da’ in elemosina quanto ti sopravanza e il tuo occhio non guardi con malevolenza quando fai l’elemosina [...]. In ogni circostanza benedici il Signore e domanda che ti sia guida nelle tue vie e che i tuoi sentieri e i tuoi desideri giungano a buon fine» (Tb 4, 3-19).

Qualche settimana dopo Tobia, sposato da poco, si rimette in cammino per ritornare alla casa dei genitori; allora la sua nuova suocera, Edna, si congeda così da lui: «Davanti al Signore ti affido mia figlia in custodia. Non farla soffrire in nessun giorno della tua vita. Figlio, va’ in pace. D’ora in avanti io sono tua madre è Sara è tua sorella» (
Tb 10, 13).

«Non procurarle nessun motivo di tristezza [...]. Non farla soffrire in nessun giorno della tua vita». Dio chiama gli sposi a proteggersi, ad aver cura l’uno dell’altro, a prodigarsi: è lì che sta il segreto della loro realizzazione personale, che proprio per questo non può essere solo autorealizzazione. Vivere, in tutta la profondità del termine, significa dare vita. Così è vissuto Gesù: «io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10, 10). Così vissero anche san Giuseppe e santa Maria, con l’amore più semplice, tenero e delicato che sia mai esistito sulla terra, prendendosi cura l’uno dell’altra e prendendosi cura soprattutto della Vita che si era fatta carne. Così Dio vuole che viviamo noi suoi discepoli, perché lì dove ci troviamo irradiamo la sua gioia, la sua voglia di vivere. Questo è il nucleo del senso cristiano di missione.

«Le nostre città – dice papa Francesco sono diventate desertificate per mancanza d’amore, per mancanza di sorriso. Tanti divertimenti, tante cose per perdere tempo, per far ridere, ma l’amore manca. Il sorriso di una famiglia è capace di vincere questa desertificazione delle nostre città. E questa è la vittoria dell’amore della famiglia. Nessuna ingegneria economica e politica è in grado di sostituire questo apporto delle famiglie. Il progetto di Babele edifica grattacieli senza vita. Lo Spirito di Dio, invece, fa fiorire i deserti»[10].

Vivere significa dar vita. Questa scoperta, che può avvenire già durante l’adolescenza, ma che certe volte arriva molto tardi, segna il vero passaggio dall’infanzia alla maturità umana. Si potrebbe dire che soltanto allora si comincia a essere veramente persona; che soltanto allora comincia veramente la vita. Infatti, «vivere è desiderare di più, sempre di più; desiderare, non per appetito, ma per passione. La passione, questo è segno di vita; amare, questo è la vita. Amare fino al punto di potersi dare per l’amato. Potersi dimenticare di se stesso, questo è essere se stesso; poter morire per qualcosa, questo è vivere. Colui che pensa soltanto a sé non è nessuno, è vuoto; colui che non è capace di sentire il piacere di morire, vuol dire che è già morto. Soltanto colui che può sentirlo, colui che può dimenticarsi di sé, colui che può darsi, colui che ama, in una parola, è vivo. E allora non deve far altro che mettersi in cammino»[11].

La portata di un sì

Da questa prospettiva la vocazione matrimoniale appare qualcosa di ben diverso da «un impulso verso la propria soddisfazione personale o una semplice risorsa per completare egoisticamente la propria personalità»[12]. Non c’è dubbio che la personalità si mette veramente in evidenza soltanto quando uno è capace di donarsi a un’altra persona. La vita matrimoniale, inoltre, è fonte di molte soddisfazioni e di molte gioie; ma a nessuno sfugge che porta con sé anche problemi, esigenze, delusioni. Non sfugge a nessuno, eppure com’è facile “sottrarsi” a questo aspetto meno attraente dell’amore: com’è facile disdegnare le briciole del pane duro.

Un contrasto può aiutare a riflettere. Da un lato, la perfezione assoluta di certe celebrazioni di nozze, studiate al millimetro per dare tutta la solennità possibile a un evento unico nella vita, e forse anche per consolidare il prestigio sociale della famiglia. D’altro lato, la delusione e la negligenza che possono filtrare con il passare dei mesi o degli anni a causa delle imperfezioni della vita familiare nel suo svolgimento quotidiano: quando sorgono i problemi, quando si scoprono i difetti dell’altra persona, e l’uno e l’altro sembrano incapaci di parlare, di ascoltare, di curare le ferite, di dimostrare l’affetto.

Si può appannare allora il «senso vocazionale del matrimonio», e dunque la vocazione a cui pure sapevano di essere chiamati a dare se stessi... a essere padre, madre, marito, moglie... E che guaio allora: una famiglia che Dio voleva felice, anche in mezzo alle difficoltà, rimane a mezza strada, come dire, con il freno tirato. La novità che stava per nascere nel mondo con il loro amore reciproco, con il loro focolare... la novità, la vera vita, sembra allora essere altrove. Eppure è lì, girato l’angolo, anche se l’angolo è un po’ sbrecciato, come finisce con il succedere a qualunque angolo, che sta chiedendo semplicemente un po’ di affetto e di attenzione.

Il giorno in cui un uomo e una donna si sposano, rispondono «sì» alla domanda intorno al loro amore reciproco. Tuttavia, la vera risposta arriva soltanto con la vita: la risposta si deve incarnare, si deve fare a fuoco lento nel “per sempre” di quel sì reciproco. «Ognuno risponde sempre con tutta quanta la propria vita alle domande più importanti. Non importa quel che dice, non importa con quali parole e con quali argomenti cerchi di difendersi. Alla fine, alla fine di tutto, ognuno risponde a tutte le domande con i fatti della propria vita [...]: Chi sei?... Che cosa hai amato veramente? [...] Ognuno alla fine risponde con tutta la propria vita»[13]. E questo sì di tutta la vita, conquistato di continuo, diventa sempre più profondo e autentico: trasforma la inevitabile ingenuità degli inizi in una innocenza lucida, ma senza cinismo; in un «sì, amore» che sa, ma che ama.

La profondità di questo sì, irrinunciabile per ritrovarsi veramente con l’amore, è anche il motivo per il quale la Chiesa persevera controcorrente nel suo insegnamento intorno al fidanzamento e all’apertura degli sposi alla vita. Benché questo le attiri le critiche di essere antiquata e severa, insiste pazientemente perché sa che Dio la chiama a tutelare l’amore personale, soprattutto nel suo «luogo nativo»[14]. Con questo la Chiesa non difende una verità astratta, da manuale: piuttosto protegge la verità concreta delle vite, delle famiglie; protegge le relazioni tra le persone da una vera e propria malattia mortale... un veleno che filtra in modo subdolo, all’inizio vestito di romanzo e di successo, fino a rivelarsi d’un colpo, magari dopo anni, come una gabbia insopportabile, soprattutto se l’egoismo si è impadronito di entrambi.

C’è, sì, un’apparente magnanimità e gioia di vivere in chi dice senza mezzi termini: «Voglio godere al massimo del mio corpo e di chi vorrà godere con me». È un modo di vedere la vita nel quale si sente quasi un’eco della Genesi: la gioventù è un frutto saporito... perché non dovrei mangiarlo? Perché Dio dovrebbe togliermi dalla bocca questa dolcezza? (cfr. Gn 3, 2.6). I giovani cristiani non sono di legno: sentono la stessa attrazione, ma intravedono una sorta di miraggio; vogliono andare più in profondità.

Essendosi impegnati a conservare puro il loro amore, o a riconquistare l’innocenza forse perduta, si preparano ad amare senza possedere l’altro, ad amare senza consumare. In un modo o nell’altro, si domandano: «Con chi condividerò questa voglia di vivere che sento bollire in me? È realmente questa la persona? Ci amiamo veramente, o ci desideriamo solamente?». Sanno che con il loro corpo stanno per dare anche il loro cuore, la loro persona, la loro libertà. Sanno che tutto questo trova posto realmente soltanto in un “sì per sempre”; sanno che né loro né nessuno vale meno di un “sì senza limiti né condizioni”; e che se manca una decisione del genere non sono preparati a fare questo dono, né lo sono gli altri a riceverlo: un dono di questo tipo li lascerebbe vuoti di dentro, anche se lo scopriranno soltanto con il passare del tempo.

La stessa “logica” di fondo è presente nella vocazione del celibe, che ama Dio anche con il suo corpo, perché glielo dona giorno dopo giorno. Sì, matrimonio e celibato si illuminano e si richiedono reciprocamente, perché entrambi diffondono la logica di una gratitudine che si comprende soltanto attraverso Dio, attraverso l’immagine di sé che Dio ha messo in noi, grazie alla quale sappiamo di essere un dono, vediamo negli altri un dono e sappiamo di essere chiamati a dare vita: ai genitori, ai figli, ai nonni, a tutti.

Quando Gesù rivela questa profondità dell’amore, i suoi discepoli rimangono perplessi, fino al punto di sentirsi costretto a dire loro: «Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso» (Mt 19, 11). I giovani e i genitori cristiani, anche se a volte possono sentirsi circondati dall’incomprensione, debbono sapere che in fondo molti li ammirano, benché a volte non sappiano bene il perché. Li ammirano perché con il loro amore sincero stanno diffondendo la gioia e la libertà dell’amore di Dio, che pulsano «con gemiti inesprimibili» (Rm 8, 26) nei cuori di ogni uomo e di ogni donna.

Un cuore che non vuole sopportare dolori

Il nome Raffaele significa «Dio guarisce», vale a dire, «Dio si prende cura». L’intervento dell’arcangelo nella storia condivisa da Tobi, Anna, Tobia e Sara presenta in modo visibile una realtà di solito impercettibile: la protezione di Dio sulle famiglie, l’importanza che Egli dà al fatto che vadano avanti felici (cfr. Tb 12, 11-15). Dio vuole stare accanto a noi, anche se certe volte non glielo permettiamo, perché in verità non vogliamo averlo vicino.

Nella storia del figlio prodigo, che se ne andò «in un paese lontano» (
Lc 15, 13), possiamo riconoscere non soltanto storie individuali, ma anche storie sociali e culturali: un mondo che si allontana da Dio e che si trasforma così in un ambiente ostile, nel quale molte famiglie soffrono e a volte naufragano. Eppure, come il padre della parabola, Dio non si stanca di aspettare, e finisce sempre per trovare il modo di rendere vivibili queste realtà, a volte tragiche, andando incontro a ogni persona, benché siano numerose le ferite da curare.

Anche il libro di Tobia ci mostra come la vicinanza e la sollecitudine di Dio per le famiglie non costituisce una salvaguardia da ogni difficoltà, interna ed esterna. Tobi, per esempio, è un uomo integro, anche eroico, eppure Dio permette che diventi cieco (cfr. Tb 2, 10). Sua moglie allora è costretta a ottenere degli introiti per la famiglia, e succede che una volta le regalano, insieme alla paga, un capretto. Tobi, forse in preda a un umore piuttosto acido dovuto alla sua menomazione, crede che sua moglie lo abbia rubato, scatenando così, senza volere, una tempesta domestica.

Lo racconta lui in prima persona: «Io non le credevo e le ripetevo di restituirlo ai padroni e a causa di ciò arrossivo di lei. Allora per tutta risposta mi disse: “Dove sono le tue elemosine? Dove sono le tue buone opere? Ecco, lo si vede bene dal come sei ridotto!”» (
Tb 2, 14). A causa della durezza di questa risposta, Tobi rimane «con l’animo affranto dal dolore»; allora si mette a pregare tra i singhiozzi e chiede a Dio di chiamarlo a sé (cfr. Tb 3, 1-6).

Tuttavia Tobi continua a sforzarsi di accontentare la moglie, anche se non sempre ci riesce. Così, per esempio, quando Tobia, felicemente sposato e con il denaro che suo padre lo aveva incaricato di ricuperare, sta ormai per iniziare il viaggio di ritorno, sua madre Anna, che sin dall’inizio era contraria all’idea del viaggio, teme il peggio: «Mio figlio è perito e non è più tra i vivi [...]. Ahimè, figlio, perché ti ho lasciato partire, luce dei miei occhi!». Tobi, anche lui preoccupato, cerca di calmarla: «Taci, non stare in pensiero, sorella; egli sta bene. Certo li trattiene là qualche fatto imprevisto. Del resto l’uomo che lo accompagnava è sicuro ed è uno dei nostri fratelli. Non affligerti per lui, sorella; tra poco sarà qui». I suoi ragionamenti, tuttavia, non sortiscono alcun effetto. «Lasciami stare e non ingannarmi! Mio figlio è perito», risponde Anna. Eppure, con una incoerenza tutta materna, continua segretamente ad aspettare il suo ritorno: «osservava la strada per la quale era partito il figlio; così faceva ogni giorno senza lasciarsi persuadere da nessuno. Quando il sole era tramontato, rientrava a piangere e a lamentarsi per tutta la notte e non prendeva sonno» (Tb 10, 1-7).

È commovente constatare che, a distanza di millenni, i problemi quotidiani delle famiglie non sono cambiati granché. Incomprensioni, incomunicabilità, apprensione per i figli... «Avrebbe un ben povero concetto del matrimonio e dell’affetto umano chi pensasse che, nell’urto contro queste difficoltà, l’amore e la gioia vengano meno»[15]. L’innamoramento iniziale – quella forza che induce a entusiasmarsi al progetto di formare una famiglia – tende a lasciare quasi tutti i difetti dell’altro in un angolo morto.

Però bastano poche settimane di convivenza continua per rendersi conto che nessuno è arrivato perfetto al giorno delle nozze, e per questo la vita coniugale è un percorso di conversione in tandem, in coppia. E così marito e moglie continueranno a dare ogni giorno nuove opportunità, i cuori dell’uno e dell’altra diventeranno sempre più belli, benché permangano, e si cristallizzino, alcune loro limitazioni.

Dice una vecchia canzone: «Un cuore che non voglia sopportare dolori, passi la vita intera senza amori»[16]. Infatti, «amare, in un modo o in un altro, significa essere vulnerabile. Basta che amiamo qualcosa e il nostro cuore, sicuramente, si distorce e, probabilmente, si spezza. Se uno vuol essere sicuro di conservarlo intatto, non deve dare il suo cuore a nessuno, neppure a un animale. Lo deve circondare accuratamente di cappricci e di piccoli lussi, evitando ogni impegno e conservandolo al sicuro sotto chiave in uno scrigno o nella bara del nostro egoismo»[17]. Questo sicuramente non accade a coppie come Tobia e Sara, i quali sono costretti ad affrontare un pericolo di morte nella loro prima notte di nozze per azione di un cattivo spirito (cfr. Tb 6, 14-15; 7, 11). Tuttavia, il demone dell’egoismo – malattia mortale – attanaglia continuamente tutte le famiglie, con la tentazione di «ingigantire» ciò che non sono altro che «piccoli attriti»[18].

Per questo, quanto è importante che marito e moglie parlino con chiarezza, anche nel caso di grossi problemi, per evitare che ognuno dei due finisca a poco a poco per trincerarsi dietro un muro: per ricostituire continuamente quei sentimenti che rendono possibile l’amore. San Josemaría dice che «i bisticci, purché non troppo frequenti, sono anch’essi una manifestazione d’amore, quasi una necessità» degli sposi[19]. L’acqua deve scorrere, perché quando ristagna imputridisce. Ecco perché è così importante anche che i genitori «trovino il tempo di stare con i figli e parlare con loro, [...] [per] riconoscere la parte di verità – o tutta la verità – che può esserci in alcune loro ribellioni»[20]. Parlare, dunque, e convivere: tra marito e moglie, tra genitori e figli.

E parlare, soprattutto, con Dio, perché possa darci le sue luci: «Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino» (Sal 119, 105). Sebbene il racconto biblico non arrivi a mostrarci i disaccordi tra Tobia e Sara, possiamo immaginare che ne avranno avuti, come Tobi e Anna, e come tutte le famiglie. Ma possiamo anche immaginarli molto uniti sino alla fine della loro vita, perché vediamo nascere e crescere il loro matrimonio nell’intimità con Dio. «Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le generazioni è il tuo nome – pregano la sera delle loro nozze -. [...] Degnati di aver misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia» (Tb 8, 5.7).

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Una volta san Giovanni Paolo II, «il Papa della famiglia»[21], ha fatto il paragone tra l’amore sponsale del Cantico dei Cantici e l’amore di Tobia e Sara. Gli sposi del Cantico – diceva - «dichiarano vicendevolmente, con parole ardenti, il loro amore umano. Gli sposi novelli del Libro di Tobia chiedono a Dio di saper rispondere all’amore»[22]. Nell’accostare queste due immagini dell’amore matrimoniale, vorrei proporre una domanda: quale di queste due lo riflette meglio? La risposta è semplice: entrambi. Il giorno in cui due cuori s’incontrano, la loro vocazione acquista un volto fresco e giovane, come quello degli sposi del Cantico. Ma questo volto riacquista la propria gioventù ogni volta che, nel corso della vita, l’uno e l’altra accolgono nuovamente la chiamata a rispondere all’amore. E allora, sì, questo amore sarà forte come la morte[23].

Carlos Ayxelà


[1] San Josemaría, Cammino, n. 27.

[2] San Josemaría, È Gesù che passa, n. 30. Cfr. i nn. 22-30 che costituiscono l’omelia “Il matrimonio, vocazione cristiana”.

[3] Juan Ramón Jiménez, Eternidades, Madrid, 1918, p. 126. Traduzione nostra.

[4] San Josemaría, Cammino, n. 27. Cfr. anche Ibidem, n. 360.

[5] Cfr. San Josemaría, Apuntes íntimos, n. 1697 (10-X-1932) in Vázquez de Prada, Il fondatore dell’Opus Dei,. vol. I, Leonardo International, Milano 1999, p. 505 e nota 161, p. 534.

[6] San Josemaría, appunti di una meditazione, 12-X-1947, in Mentre conversava con noi lungo il cammino, p. 41 (AGP, Biblioteca, P18).

[7] Cfr. Ibidem. «Io, nel Cerimoniale, facendo precedere a questa benedizione una preghiera alla Madonna, l’ho messa come benedizione di viaggio: Beata Maria intercedente, bene ambules: et Dominus sit in itinere tuo, et Angelus eius comitetur tecum [Per l’intercessione della Beata Vergine Maria possa viaggiare sicuro; il Signore sia nel tuo cammino e il tuo Angelo ti accompagni]».

[8] Per questo san Giovanni Paolo II chiamava il matrimonio “sacramento primordiale” (cfr. Udienza, 20-X-1982 e 23-V-1984).

[9] F. Ocáriz, Lettera pastorale, 14-II-2017.

[10] Papa Francesco, Udienza, 2-IX-2015.

[11] J. Maragall, “Elogio del vivir” in Vida escrita, Madrid, Aguilar, 1959, p. 105.

[12] San Josemaría, È Gesù che passa, n. 43.

[13] S. Marai, El último encuentro, Salamandra, Barcelona 2007, p. 107.

[14] F. Ocáriz, Lettera pastorale, 4-VI-2017.

[15] San Josemaría, È Gesù che passa, n. 24.

[16] “A los árboles altos”, canzone popolare alla quale san Josemaría allude in Cammino, n. 145.

[17] C.S. Lewis, I quattro amori, Iaca Book, Milano 2015.

[18] San Josemaría, È Gesù che passa, n. 23.

[19]Ibidem, n. 26.

[20]Ibidem, n. 27.

[21] Papa Francesco, Omelia nella canonizzazione dei beati Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, 27-IV-2014.

[22] San Giovanni Paolo II, Udienza, 27-VI-1984.

[23] Cfr. Ibidem, e Ct 8, 6.