Meditazioni: Sabato della 6ª settimana di Pasqua

Riflessione per meditare il sabato della sesta settimana di Pasqua. I temi proposti sono: Il dono della pietà; La preghiera di domanda denota fiducia in Dio; La pietà ci rende miti di cuore.

Opus Dei - Meditazioni: Sabato della 6ª settimana di Pasqua

- Il dono della pietà.

- La preghiera di domanda denota fiducia in Dio.

- La pietà ci rende miti di cuore

In un clima di grande intimità Gesù dice ai suoi apostoli: «Il Padre stesso vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto che io sono uscito da Dio. Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre» (Gv 16, 27-28). Pieno di tenerezza per loro, Gesù ripete continuamente che Dio Padre li ama con un amore simile al suo. Tutta la conversazione è impregnata di emozione, mentre lascia che scoprano i tesori nascosti nel cuore divino. È tanto profondo l’affetto di Cristo – «li amò fino alla fine» (Gv 13, 1), dice san Giovanni – che gli dispiace lasciarli soli, senza il calore della sua presenza.

«Il Padre stesso vi ama». La fiducia nell’amore di Dio Padre cresce nel cristiano con il dono di pietà, che lo Spirito Santo dona quando inabita nell’anima. È un dono che perfeziona la virtù della pietà, «una virtù che si stabilisce, ha la propria sorgente e il fondamento nella filiazione divina, perché nasce da essa, dalla coscienza di chi vive e gode la sua condizione di figlio di Dio»[1]. «Per questo, il dono della pietà suscita in noi innanzitutto la gratitudine e la lode. È questo infatti il motivo e il senso più autentico del nostro culto e della nostra adorazione. Quando lo Spirito Santo ci fa percepire la presenza del Signore e tutto il suo amore per noi, ci riscalda il cuore e ci muove quasi naturalmente alla preghiera e alla celebrazione»[2].

Assaporiamo, dunque, la nostra identità di figli amati. La pietà semina nel cuore la tenerezza filiale, che ci fa sentire la necessità di conversare con Dio. La pietà, dice san Josemaría, arriva a «informare tutta l’esistenza: è presente in tutti i pensieri, in tutti i desideri, in tutti gli affetti»[3] e si traduce nella gioiosa certezza che l’amore del Padre non verrà mai meno. Mediante questo dono «lo Spirito guarisce il nostro cuore da ogni forma di durezza e lo apre alla tenerezza verso Dio e verso i fratelli»[4].

«Se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena» (Gv 16, 23-24). Gesù ci incoraggia ad avere una tale fiducia in Dio, che possiamo chiedere con la certezza che ci ascolta. Essere un mendicante è una manifestazione di pietà. Anche se a prima vista potrebbe sembrare una manifestazione di egoismo, è esattamente il contrario, perché la preghiera di richiesta presuppone un assoluto abbandono alla sua potente volontà. Se ci consideriamo dei figli senza troppe risorse personali, come appare logico volgere lo sguardo a Dio e ricorrere a lui per ottenere grazia, aiuto e perdono!

«Chiedere, supplicare. Questo è molto umano [...]. La preghiera di domanda va di pari passo con l’accettazione del nostro limite e della nostra creaturalità. Si può anche non arrivare a credere in Dio, ma è difficile non credere nella preghiera: essa semplicemente esiste; si presenta a noi come un grido; e tutti quanti abbiamo a che fare con questa voce interiore che può magari tacere per lungo tempo, ma un giorno si sveglia e grida. Sappiamo che Dio risponderà. Non c’è orante nel Libro dei Salmi che alzi il suo lamento e resti inascoltato. Dio risponde sempre: oggi, domani, ma sempre risponde, in un modo o nell’altro. Sempre risponde. La Bibbia lo ripete infinite volte: Dio ascolta il grido di chi lo invoca. Anche le nostre domande balbettate, quelle rimaste nel fondo del cuore, che abbiamo anche vergogna di esprimere, il Padre le ascolta e vuole donarci lo Spirito Santo, che anima ogni preghiera e trasforma ogni cosa»[5].

Così il dono di pietà dà freschezza e naturalezza alla preghiera, che oltre ad essere una semplice conversazione, avrà un tono fiducioso che ci fa «trattare il Signore con tenerezza di cuore»[6]. Lo Spirito Santo suscita in noi una preghiera ricca di tonalità, come la vita stessa. Alcune volte ci lamentiamo col Padre: «Perché nascondi il tuo volto?» (Sal 44, 25). Altre volte gli parleremo dei nostri desideri di santità: «O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia» (Sal 63, 2); o dell’anelito di una unione con lui più profonda: «Con te non desidero nulla sulla terra» (Sal 73, 25). E sempre la nostra speranza riposerà nella sua misericordia: «Sei tu il Dio della mia salvezza; io spero in te tutto il giorno» (Sal 25, 5).

La pietà vera influisce sulle nostre relazioni con gli altri. Le persone che frequentiamo sono figli dello stesso Padre, sono nostri fratelli. La tenerezza verso Dio Padre finisce in tenerezza anche verso loro. Nella vita di ogni giorno, nella quale abbiamo rapporti con tante persone, «la tenerezza, come apertura autenticamente fraterna verso il prossimo, si manifesta nella mitezza»[7]. Lo Spirito Santo allarga il nostro cuore e lo rende capace di amare gli altri in una maniera libera e gratuita. In qualche modo, il nostro cuore riceve il dono immeritato della mitezza del cuore di Cristo.

La pietà spinge a trattare con amabilità e sollecitudine quelli che stanno al nostro fianco. Inoltre «estingue nel cuore quei focolai di tensione e di divisione come sono l’amarezza, la collera, l’impazienza, e vi alimenta sentimenti di comprensione, di tolleranza, di perdono»[8]. La pietà ci rende pacifici, accoglienti e pazienti. Se siamo in pace con Dio, estenderemo la pace a tutte le nostre relazioni. Nelle situazioni difficili, quando siamo sotto pressione, con l’aiuto della pietà, impareremo a reagire senza violenza, come vediamo che fa Cristo. «La mitezza è caratteristica di Gesù, che dice di sé: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore” (Mt 11, 29). Miti sono coloro che sanno dominare sé stessi, che lasciano spazio all’altro, lo ascoltano e lo rispettano nel suo modo di vivere, nei suoi bisogni e nelle sue richieste. Non intendono sopraffarlo né sminuirlo, non vogliono sovrastare e dominare su tutto, né imporre le proprie idee e i propri interessi a danno degli altri [...]. Abbiamo bisogno di mitezza per andare avanti nel cammino della santità. Ascoltare, rispettare, non aggredire»[9].

«Chiediamo al Signore che il dono del suo Spirito possa vincere il nostro timore, le nostre incertezze, anche il nostro spirito inquieto, impaziente, e possa renderci testimoni gioiosi di Dio e del suo amore, adorando il Signore in verità e anche nel servizio del prossimo con mitezza e col sorriso che sempre lo Spirito Santo ci dà nella gioia»[10]. Affidiamo questa supplica all’intercessione di Maria, Vas insígne devotionis – Dimora tutta consacrata a Dio, con le parole della Salve: «O clemente, o pia, o dolce Vergine Maria».


[1]Diccionario de san Josemaría, voce “Piedad”.

[2] Papa Francesco, Udienza, 4-VI-2014.

[3] San Josemaría, Amici di Dio, n. 146.

[4] San Giovanni Paolo II, Angelus, 28-V-1989.

[5] Papa Francesco, Udienza, 9-XII-2020.

[6] San Josemaría, Amici di Dio, n. 167.

[7] San Giovanni Paolo II, Angelus, 28-V-1989.

[8]Ibid.

[9] Papa Francesco, Angelus, 1-XI-2020.

[10] Papa Francesco, Udienza, 4-VI-2014.