“Teresa di Calcutta vedeva nell’umanità una famiglia”

Parole di mons. Javier Echevarría per la canonizzazione di madre Teresa di Calcutta: "La carità di Dio la portava di continuo a curvarsi spiritualmente per accogliere una persona abbandonata".

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Riportiamo quanto detto da Mons. Javier Echevarría, Prelato dell'Opus Dei, in occasione della Canonizzazione di Madre Teresa di Calcutta, che egli ha incontrato diverse volte.

La canonizzazione della beata Teresa di Calcutta è una festa per la Chiesa e per tutta l’umanità. Fin dalla sua morte, la figura spirituale di questa donna straordinaria si è man mano ingigantita a beneficio delle anime.

Nel 2003 san Giovanni Paolo II ha invitato tutti noi a meditare sul suo messaggio di servizio e di carità. Quanto bene fa conoscere la sua biografia, i suoi scritti e il suo pensiero. La generosità e la coerenza di madre Teresa di Calcutta costituisce un impulso a imparare a vivere per gli altri.

Quelle volte in cui ho incontrato madre Teresa notavo che la sua figura si andava incurvando man mano che passava il tempo, come ci succede con l’avanzare dell’età. La sua particolare vocazione di missionaria della carità di Dio la portava di continuo a curvarsi spiritualmente per accogliere una persona abbandonata o per curare le ferite del corpo e dell’anima. Ed era come se questo “curvarsi” spirituale verso il povero e il malato stesse divenendo anche fisico.

Il suo sguardo prediletto verso gli abbandonati si alimentava durante i lunghi periodi di orazione davanti all’Eucaristia

La vita di Teresa di Calcutta ci parla anche dell’unità esistente tra l’azione e la preghiera. Il suo sguardo prediletto verso gli abbandonati si alimentava durante i lunghi periodi di orazione davanti all’Eucaristia: guardare Gesù e sapersi guardata da Lui, come ripeteva il fondatore dell’Opus Dei; infatti è una costante nella vita dei santi: anche di questo sono stato testimone negli anni passati accanto a Josemaría Escrivá, un altro santo del XX secolo per il quale l’Eucaristia era la forza e il motore del suo servizio alla Chiesa e a tutte le anime, anche a quelle Consacrate, durante il suo cammino di sacerdote secolare.

La contemplazione dell’Eucaristia ha portato Teresa di Calcutta a riconoscere Cristo nella persona povera, malata o sola, perché aveva fatto proprie fino in fondo le parole del Signore: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40). Questo spiega come mai, a parte le cure necessarie, fosse sempre così vicina ai più bisognosi e avesse tanta compassione per gli orfani e i non-nati. Come non ricordare la sua ferma difesa della vita – della quale tutti noi siamo partecipi – quando, nel ricevere il premio Nobel per la pace, nel 1979, accennò al dramma dell’aborto, offrendosi di accogliere tutti i bambini nati non desiderati.

Due Missionarie della Carità parlano con il Prelato, durante il suo viaggio pastorale in Russia nel 2014

Tutto questo iter cristiano appare particolarmente luminoso per superare la logica del calcolo o dell’interesse personale. Ella vedeva nell’umanità una famiglia e nel mondo una casa comune della quale una persona onesta non si deve disinteressare.

Dopo aver ricevuto il premio Nobel per la pace, qualcuno domandò a madre Teresa che cosa poteva fare un comune cittadino per promuovere la pace nel mondo intero. Ella rispose: «Vai a casa tua e ama la tua famiglia». Per molti cristiani la sfida sarà quella di trasferire lo zelo apostolico di santa Teresa di Calcutta negli spazi in cui trascorre l’attività ordinaria: piegarsi, mettersi al servizio degli altri e comunicare così il Vangelo e la Carità di Cristo a tutti gli ambienti: in poche parole, come dice Papa Francesco, saperci strumenti dell’affetto di Dio per tutti gli esseri di questa terra (cfr. Laudato Si’, n. 246).

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