Quant’è pericolo “il Codice da Vinci”

“Questo libro è un’opera di fantasia. Personaggi e luoghi citati sono invenzioni dell’autore”. È scritto sul libro "Il Codice da Vinci” ma molti non lo sanno.

Dall'Opus Dei

Un applauso per Dan Brown. Un applauso per lo scrittore di romanzi che anziché attingere alla sua pura fantasia e creare un giallo autentico ha deciso di camminare in precario equilibrio tra la realtà e l’immaginazione e ci è riuscito senza cadere, anzi ci è riuscito così bene da sembrare uno storico Il romanzo intitolato “Il Codice da Vinci” si basa su un falso storico: Gesù Cristo avrebbe sposato Maria Maddelena e affidato a lei la comunità cristiana dopo la sua morte. Gli apostoli, aiutati trecento anni dopo anche dall’imperatore Costantino, avrebbero nascosto le prove di questa realtà trasformando il Cristianesimo, da religione “femminista”, in una religione retta da uomini. Il Priorato di Sion, ed il suo braccio armato dei Templari, costituirebbe la discendenza di sangue della coppia Cristo - Maria Maddalena, e custodirebbe le prove materiali di questa scottante verità, tramandandola attraverso i secoli, in attesa del momento propizio per rivelarla all’umanità.

Il momento sarebbe arrivato, ma la Chiesa e l’Opus Dei ostacolano con ogni mezzo questa “rivelazione”. Il problema è che tutti hanno letto “Il Codice da Vinci”, proprio tutti: gli atei, gli agnostici, i cristiani, i laureati, i diplomati, i colti e gli ignoranti. Tutti sono arrivati all’ultima pagina in pochi giorni e ne hanno parlato con gli amici. Ma quanti non sono caduti nel pericoloso equivoco, quanti hanno mantenuto distinte realtà e finzione? Ahimè noi cristiani, noi cattolici conosciamo assai poco la nostra storia, figuriamoci la storia della letteratura cristiana, la distinzione tra vangeli canonici e apocrifi, la storia dell’editto di Costantino che permise ai cristiani di praticare il proprio credo liberamente, ponendo fine alle discriminazioni, il fatto che il battesimo in punto di morte era una pratica usuale dei primi cristiani e non un mezzo per convertire moribondi ormai privi di raziocinio!

Quando abbiamo aperto il romanzo del bravo Dan Brown abbiamo letto subito la solita frase “Questo libro è un’opera di fantasia. Personaggi e luoghi citati sono invenzioni dell’autore”, ma poi ce ne siamo dimenticati.

Conoscendo un poco la storia si può capire che lo scrittore ha usato nomi reali (e molto, troppo famosi: Gesù Cristo, Costantino, Leonardo da Vinci, Opus Dei) attribuendo loro azioni inventate, ma in qualche modo verosimili. Ho sentito molti amici, che non hanno i miei stessi “interessi storici”, parlare di Dan Brown come di uno che ha scoperto la verità, che ha rivelato cose che “se ci pensi bene sono proprio vere”. Assurdo, agghiacciante, ma è proprio così. La mia generazione va all’università e studia fisica, ingegneria, matematica, ma poi si dimentica delle proprie radici e si fida ciecamente di tutto ciò che è carta stampata, anche se è un romanzo, possibilmente se in lingua inglese.

A qualcuno piace pensare che nella storia ci siano grandi misteri da svelare, e gli piace a tal punto da essere soddisfatto di smascherarli anche solo con un romanzo, e quando un cardinale (Tarcisio Bertone, arcivescovo di Genova) muove critiche a quel romanzo si convince ancora di più che quella sia la scottante verità. Molti non sanno che non solo uomini di fede lo hanno aspramente criticato, ma anche uomini di scienza come Alessandro Vezzosi, direttore del Museo Ideale Vinciano e grande esperto di Leonardo o Massimo Introvigne, studioso delle religioni, o Josè Antonio Ullate, intellettuale spagnolo, autore di Le verità sul Codice da Vinci. Ma questi signori non fanno sensazione, non fanno “inquisizione”! Qui non si tratta solo di fede nel Cristianesimo, non vogliamo difendere la religione, ma la ragione stessa, è lei ad essere sconfitta da Dan Brown. Il fatto poi che se qualcuno avesse scritto un tale libro su una qualsiasi altra religione sarebbe stato cacciato dalle case editrici e criticato aspramente da tutti è un’altra storia; che ci dice, ancora una volta, come il male della nostra società sia il non saperci proteggere da questo relativismo paralizzante che ci fa difendere con manifestazioni e sit in ciò che è altro da noi, diverso da noi, e che ci fa sentire in colpa se difendiamo noi stessi, le nostre radici, la nostra civiltà, la nostra cultura.

  • Cecilia Gobbi // Identità