Evadere senza paura

Riflessioni di Marc Augé, uno degli antropologi francesi più noti al pubblico internazionale, su "Il Codice da Vinci”

Dall'Opus Dei

Un best seller, al di là delle qualità o debolezze narrative, e un fenomeno sociale, e non può essere sottoposto a una critica letteraria senza passare anche per un'analisi del suo successo commerciale. Stando alle indicazioni sulla mia copia, il Codice da Vinci di Dan Brown é stato venduto in quattro milioni di esemplari e tradotto in 35 Paesi. Quel e il segreto? Il lettore che ha familiarità con i romanzi polizieschi della prima metà del XX secolo, è subito colpito dal carattere un po' vecchiotto dello stile, dall'intreccio e dai personaggi. L'autore sicuramente conosce bene le avventure di Arsenio Lupin o di Rooletabille.

I personaggi sembrano imitare i loro grandi predecessori, e le modalità con cui viene evocata dopo oltre 500 pagine la nascita dì un dolce sentimento tra eroe ed eroina non scandalizzerebbero neanche la più pudica delle signore che frequentano una chiesa tradizionalista. E altamente probabile che il fascino stia proprio nel divario tra "gusto" antiquato del libro e l'epoca che si intende descrivere (la nostra).

Per altro verso, nel racconto troviamo tutte le risorse della più sofisticata tecnologia. Senza particolareggiate descrizioni però: la loro presenza serve solo a farci realizzare che questo intrigo di altri tempi si sviluppa all'epoca di un mondo globalizzato. Il mondo di oggi con i colori di ieri. Il mondo di oggi che sogna come avrebbe potuto essere quello di ieri: un paradosso che rappresenta il punto dì forza e di debolezza del libro.

Questa osservazione invita a precisare il problema sollevato dallo straordinario successo del libro. Più che sul libro, è opportuno interrogarsi sul nostro tempo e le nostre società. Sappiamo che il pubblico americano è appassionato di storie di stregoneria e magia, ma non è l'unico ad apprezzare questa formula, come testimonia il successo mondiale di Harry Potter. Con il “Codice da Vinci” si toccano altre corde ancora: si tratta della rappresentazione del mondo come enigma. L'enigma che sta all'inizio della storia, infatti, si proietta sul mondo a noi più familiare, e sembra trasformarlo; sì spiega così, per esempio, l'afflusso di turisti nella chiesa di Saint Sulpice a Parigi per ritrovare le tracce di in vecchio tempio pagano, e questa è anche la prova che non tutto nelle finzione è pura invenzione. Contrariamente agli artisti realisti che vogliono che la finzione sia investita dalla realtà, queste persone sono animate dal desiderio che la realtà sia penetrata dalla finzione.

I cardini dell'enigma sono semplici. A partire da una rivelazione (la nascosta esistenza di una stirpe nate dall'unione carnale di Cristo e Maria Maddalena), i luoghi più conosciuti e gli eventi più importanti della storia cambiano di significato. Tempo e spazio sono rivisitati. Il percorso dei due investigatori si fa iniziatico, e il lettore è invitato a reinterpretare sia la storia del Cristianesimo sia il ruolo di celebri figure come Hugo o... Mitterrand. Le al usioni all'attualità date, per esempio, dalla descrizione degli edifici più moderni, cercano di produrre un effetto di realtà che avvalori la dimensione della finzione. Le spiegazioni etimologiche, la rilettura di alcune tradizioni e qualche noto quadro fanno il resto. Siamo estasiati: era dunque così!

Sia chiaro non ho specifiche informazioni sulla vita sessuale di Cristo, ne sui traffici dell'Opus Dei. Su questi temi, per altro, Brown non fa significative rivelazioni. No, la novità della sua storia sta nel suo successo. Quasi come se il pubblico avesse bisogno di sentire finalmente qualcosa di nuovo sulla storia del mondo. Naturalmente il “Codice da Vinci” appartiene al genere della finzione, e possiamo pensare che la maggior parte dei lettori lo consideri in quanto tale. Ma l'autore sottolinea come nel racconto siano riportati numerosi fatti attestati e uno studio che individua e analizza documenti, simbologia e rituali evocati nel libro ha avuto lo stesso successo del romanzo. Il tema del sacro femminile (incarnato qui da Maria Maddalena) in lotta con il patriarcato della Chiesa è seducente ma, posto come l'unica chiave di lettura per comprendere la storia e l'arte, è un po’ inquietante a causa del suo vago misticismo.

Che dire, inoltre, di tutte le allusioni disseminate nel romanzo alle “verità” non discusse e apparentemente non discutibili dell'astrologia? Come dobbiamo interpretare un racconto le cui considerazioni generali, invero molto banali, sul dovere che ha l'uomo di pensare liberamente, sui nuovi pericoli che minacciano il mondo o sul meraviglioso e sul mistero come fonte di ogni bellezza, presentate come frutto di un percorso iniziatico attraverso un mondo sotterraneamente guidato da forze occulte confusamente evocate; l'Opus Dei, i massoni, l'ordine dello Rosa Croce, i Templari... e il Conservatore del Louvre?

L’epoca contemporanea è sconcertante, ed è comprensibile che molti abbiano voglia di evasione: piacerebbe solo essere sicuri che il successo del “Codice da Vinci” fosse dovuto a questa voglia e non traducesse, per alcuni, un oscuro desiderio di irrazionalità generato dalle paure del nuovo millennio.

(traduzione di Matteo Schianchi)

Marc Augé è uno degli antropologi francesi più noti al pubblico internazionale. Directeur d’Études presso l’École des Hautes Études di Parigi, ha pubblicato alcuni dei maggiori successi della letteratura antropologica, tra cui: Il dio oggetto (1988), Un etnologo nel metrò (1992), Nonluoghi. Introduzione a un’antropologia della surmodernità (1996), Storie del presente. Per un’antropologia dei mondi contemporanei (1997).

  • Marc Augé // Carnet