«Codice» di procedura mentale

Il giallo del Louvre, scritto male, pieno di corbellerie scientifiche e pseudoreligiose, fa leva sulla voglia di evasione e sulla spiegazione esoterica della realtà. Le possibili ragioni del successo di Dan Brown e le differenze rispetto all’altro fenomeno, il mago Harry Potter.

Dall'Opus Dei

Il romanzo di Dan Brown Il codice Da Vinci (Mondadori) ha avuto un successo sbalorditivo presso il pubblico di tutto il mondo (si dice che ne siano state vendute ben 17 milioni dì copie, 1,3 in Italia), e molti si sono interrogati sulle sue cause. Non è un bel libro, neanche come libro di genere. La scrittura è approssimativa, il romanzo non ha spessore di alcun tipo, ma piace, tutti lo leggono e c'è anche chi prende sul serio le sue corbellerie storico filosofiche. È costruito come un feuilleton, a puntate, con ricapitolazioni che spingono avanti un'azione da detection e avventura sul tema della lotta tra due organizzazioni occulte che si contendono il Santo Graal, o meglio il segreto del Graal, che sarebbe quello delle nozze, concrete, tra Gesù e la Maddalena, donna di sangue reale, e infine della supremazia dell'elemento femminile e androgino su quello maschile, tanto più rilevante perché siamo all'inizio dell'era dell'Acquario, e le chiese del Dio maschile ne tremano!

La lotta tra il Bene e il Male è tra una tradizione esoterica, quella dei Templari, e una odiatissima chiesa il cui braccio più armato è l'Opus Dei. E procede per rebus, indovinelli, sciarade, enigmi di cui il lettore, spinto dall'azione, finisce per dimenticare la decifrazione, ché un mistero lava l'altro. Modello non dichiarato: il feuilleton francese anche cinematografico e televisivo, i film alla Spielberg delle "Arche Perdute”, tanta chincaglieria New Age e New Fantasy ma soprattutto, soprattutto, l'opera del Venerabile Maestro Eco, Il nome della rosa...

Cercar dì capire come questa zavorra rimescolata a tavolino da un piccolo giocatore d'azzardo produca un best-seller di tale vastità non è facile, ma alcuni punti fermi ci sono e proveremo a elencarli disordinatamente: il disorientamento dei “nuovi tempi", il bisogno di consolazioni extrastoriche e pseudoreligiose, l'antico riscatto della mediocrità delle esperienze individuali nella fantasticheria avventurosa, il rifiuto di porre le proprie speranze in un aldilà o in un'altra parte del cosmo (di cui la fantascienza muore per incapacità di ipotizzare futuri non già ipotizzati). Infine: la delega a supernavigatori del reale che "sanno", la spiegazione di quel che accade devoluta a forze occulte e sette iniziatiche lontane da noi, e che contemplano al loro interno Fede e Finanza.

Insomma, l'abbandono della speranza di poter controllare un po' del proprio destino individuale e la necessità di dar comunque un senso alla storia dì cui si è membri, e più in generale alla disfatta dell'uomo. All'assenza d'utopia del nostro Duemila Dan Brown aggiunge un intruglio di sacro e profano e la rivincita di un paganesimo da fumetto. L'unica dichiarazione di ironica autocoscienza il libro di Brown la contiene a pagina 195 quando due personaggi, parlando del Graal, dicono: «Ma con tutti quei libri sull'argomento perché la teoria (quella del Codice Da Vinci, appunto) non è conosciuta? Questi libri non possono cancellare secoli di storia, specialmente se questa storia è sostenuta dal più grande best seller di tutti i tempi. Non dirmi che Harry Potter parla del Santo Graal? Parlavo della Bibbia».

Harry Potter, appunto, il grande successo dì fine Novecento della letteratura per ragazzi, edito in Italia da Salani, cui solo la serialità toglierà forse la collocazione tra i classici del genere che non sono tantissimi e che, non a caso, vanno bene anche per gli adulti. Ma i romanzi della inglese signora Rowling hanno una qualità di scrittura, una comprensione del bisogno di fantasia dei ragazzini del nostro tempo, un senso della tradizione e un rispetto della cultura e delle sue responsabilità che non appartengono affatto all'americano signor Brown. Anche la Rowling è debitrice delle voghe new age, ma il suo mondo è decisamente altro, e memore di Peter Pan e di Mary Poppins, del fantastico che si dà per fantastico e non per rivelazione di ciò che si nasconde dietro la realtà, di interpretazione della Storia. Il mondo del reale non ci basta e non basta soprattutto ai ragazzini - i piccoli, ma più ancora quelli nell'età della pubertà, la più solitaria e difficile che ci sia - e allora: che il fantastico sia fantastico per davvero, che non si inquinino i campi e che si colleghino i due mondi con la sensibilità (e la responsabilità e il rispetto) che sono appartenuti ai grandi elaboratori delle fantasie letterarie più ardite, da Wells a Verne, da Collodi a Stevenson, perché qui, su questa terra e dentro questa società, i giovani lettori dovranno tornare a crescere e ad agire. (Diverso il discorso per i Poe, i Dick, i Ballard, scrittori " per adulti" e analisti del delirio, del modo morboso di vivere la realtà e le mutazioni della realtà.)

Nei best-seller della letteratura per ragazzi c'è più rispetto del lettore perché vi resiste ancora, nonostante tutto, una componente pedagogica, mentre quelli per adulti giocano spudoratamente la carta dell'accettazione e della deviazione; la loro "pedagogia" e adultologia è destinata al puro commercio, e ha solo in pochi autori remore morali, preoccupazioni altre che il successo. Tanti celebrati inventori dì storie non sentono affatto la responsabilità che dovrebbe venire loro proprio dal successo, dalla capacità di cogliere nodi di frustrazioni, debolezze, aspirazioni delle cosiddette "masse". I più colorano di rosa la realtà, ma la schiera degli spaventatori aumenta, col noir e l'horror e altri derivati e commistioni. Ma forse i più ambigui - non i meno bravi nel produrre la loro merce - sono quegli autori che ancora una volta, borghesemente come al tempo di Conan Doyle e da Agatha Christie, giocano col crimine e si mettono dalla parte di un discutibile Bene ma affascinati da un ben concreto Male.

Si ha l'impressione che si legga di più, oggi; e che si legga di peggio, che la letteratura sia tornata a essere soltanto un'evasione della mancanza di prospettive della realtà, che il suo aspetto di intrattenimento sia oggi meno innocente di ieri, più equivoco, più compromesso con le ideologie che confermano la nostra passività al peso del potere, più consono alla volontà di addormentare che a quella di ridestare. Perché il "popolo" non è più fatto di ceti sociali definiti, ma una montagna di consumatori solitari e non può più imporre i suoi gusti, ma solo farseli imporre.

  • Goffredo Fofi // Il Sole 24 Ore