"È dando la propria vita che si rende più bella la vita altrui"

Mons. Angelo De Donatis, Vicario del Papa per la diocesi di Roma, è stato ieri in visita al Campus Bio-Medico nell'ambito della ricorrenza dei suoi 25 anni di vita. Ha celebrato una Messa, di cui vi offriamo l'omelia.

Notizie
Opus Dei - "È dando la propria vita che si rende più bella la vita altrui" Angelo De Donatis è il vicario generale di papa Francesco per la diocesi di Roma

Omelia di mons. Angelo De Donatis, Vicario del Papa per la diocesi di Roma, 26 aprile 2018

Se avete qualche parola di esortazione per il popolo, parlate!

Questo invito fatto dai capi della sinagoga di Antiochia, dopo l’ascolto della Legge e dei Profeti, è raccolto dall’apostolo Paolo che, alzando la mano, chiede di parlare. E nel suo breve discorso fa una sintesi della storia della salvezza, nei suoi fatti principali, storia che trova poi il compimento nell’annuncio di Giovanni Battista che indica il Cristo.

Paolo, che ha visto la sua vita trasformarsi dall’incontro con il risorto sulla via di Damasco, ora è capace di rileggere l’intera storia di Israele, dandogli un senso pieno in relazione a Cristo.

Anche noi, questa mattina, siamo chiamati a “fare memoria” di un cammino di 25 anni, un tratto relativamente breve ma significativo, considerando come e quanto questo luogo è cresciuto, diventato nella nostra città - in particolare dal 2008 in questa sede della zona sud – un polo ospedaliero e universitario di riferimento. L’intuizione che nel 1988 Monsignor Álvaro del Portillo aveva avuto suggerendo ad alcuni professionisti e docenti la promozione di una clinica universitaria a Roma, è stato un sogno divenuto presto realtà. Se ora dovessi chiedere io a voi se avere qualche parola di esortazione per gli altri, alla luce di questo cammino, credo che sarebbero tante le mani che si alzerebbero per intervenire. E penso che ognuno di voi potrebbe raccontare non solo grandi eventi, ma semplici storie di vita vissuta, di incontri, di vicinanza all’umanità che soffre. E potremmo, ad ogni storia raccontata, ripetere con gioia profonda le parole del salmo: “Canterò in eterno l’amore del Signore”, consapevoli ancora una volta che la sua Fedeltà si manifesta di generazione in generazione, con nostro grande stupore.

L’occasione del 25° sia quindi un richiamo a ritrovare il senso pieno di ogni storia in Cristo. Queste erano le motivazioni di don Álvaro: offrire soluzioni alla realtà del dolore e della malattia, attingendo allo spirito cristiano di servizio.

Il vangelo di oggi ci aiuta a fissare lo sguardo su Cristo servo. Dopo aver lavato i piedi ai dodici, Gesù ci ricorda che noi siamo inviati di Qualcuno più grande di noi. Saremo beati se metteremo in pratica questo: riconoscere che ogni servizio, ogni annuncio, ogni atto d’amore è riferimento ad un Incontro con Lui. Nella misura in cui attingiamo al suo amore, potremo amare. Nella misura in cui rifiutiamo questo amore, come è successo a Giuda, allora perdiamo il senso della vita stessa, perdiamo noi stessi.

Solo guardando Lui. Il Maestro e Signore, che di lì a poco sarà innalzato sulla croce, i discepoli capiranno che è donandosi totalmente che si contribuisce a rendere la vita degli altri una vita piena. È dando la propria vita che si rende più bella la vita altrui.

Josemaría Escrivá aveva ben capito tutto questo. In un giorno di agosto del 1931 durante la messa risuonarono in lui le parole di Gesù: “Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32), e comprese più chiaramente che la missione dei battezzati consiste nell’elevare la Croce di Cristo su ogni realtà sentendo nascere interiormente l’appassionante chiamata a far vivere il vangelo in tutti gli ambiti. Accolse allora senza vacillare l’invito fatto da Gesù all’apostolo Pietro: “Prendi il largo” e lo trasmise a tutta la sua Famiglia spirituale, affinché offrisse alla Chiesa un contributo valido di comunione e di servizio apostolico. Anche questo Campus, che trova radici nella testimonianza evangelica del vostro fondatore, è un “campo” dover prendere il largo. Dove spargere il seme del Vangelo, di cui l’umanità di oggi ha un’intensa fame, soprattutto quando è colpita dalla fragilità fisica e spirituale.

Il contesto della cena e del servizio è un contesto familiare: era la stanza superiore di una casa, probabilmente della famiglia di San Marco, di cui abbiamo celebrato ieri la festa. In questo contesto familiare, quotidiano, Gesù invita i suoi a ripartire, lavandosi i piedi gli uni gli altri.

In 25 anni questo Campus è stato – e continuerà ad essere – un luogo di assistenza e di cura della persona; entrando in questo ambiente non sembra di essere in un ospedale, ma anche qui c’è una dimensione familiare. Qui tanti professionisti, coadiuvati da molti che lavorano al loro fianco, si prendono cura della vita e della salute con uno stile di accoglienza, di umanità, in cui la relazione è la prima medicina per avviare una terapia adeguata alle diverse malattie del corpo. E, in un luogo in cui il vostro ospedale eccelle per la presenza di macchinari di ultima generazione – per la diagnosi e la cura delle malattie – ricordatevi sempre che al di là di ogni macchina ci sono due persone: un uomo malato e un uomo che lo cura. Possiamo pure dare una risonanza perfetta del corpo, ma occorre puntare anche alla “risonanza” che può esserci in un’anima che si sente amata.

È così che, come ci ha ricordato Papa Francesco nell’ultima esortazione “Guadete et exultate”, possiamo rispondere in pienezza, anche nel contesto lavorativo, alla vocazione di tutti alla santità - tema così caro al vostro fondatore – una santità fatta di piccoli particolari dell’amore. Una santità “della porta accanto”, anche quando si tratta della porta di una camera di degenza o quella di uno studio medico o di una sala operatoria.

Per portare a compimento una missione tanto impegnativa, occorre però un’incessante crescita interiore alimentata dalla preghiera. San Josemaría fu un maestro di preghiera, che egli considerava come straordinaria “arma” per redimere il mondo. Raccomandava sempre: “In primo luogo, orazione; poi, espiazione: in terzo luogo, molto ‘in terzo luogo’ azione” (Cammino, n. 82). Non è un paradosso, ma una verità perenne: la fecondità dell’apostolato sta innanzitutto nella preghiera e in una vita sacramentale intensa e costante. Questo è, in fondo, il segreto della santità e del vero successo dei santi.

Infine vorrei rivolgermi ai giovani che qui studiano e si esercitano in vista della futura professione accanto ai malati. In un mondo sempre più privo di punti di riferimento, sappiate essere, per i vostri coetanei, testimonianza credibile e gioiosa di come la vita può avere un senso pieno mettendosi a servizio dell’altro, del prossimo più debole. E anche se studiate in vista di un lavoro, non dimenticate mai che essere medici e infermieri è prima di tutto una vocazione e una missione. Imparate qui, a contatto con l’umanità, in particolare nel servizio agli anziani, a farvi domande profonde e a trovare risposte attingendo alla testimonianza di quei santi della porta accanto, di tante persone che quotidianamente offrono tempo, energie, competenze e amore per gli altri.

Josemaría Escrivá diceva “A Gesù si va si ‘ritorna’ sempre per Maria”. Affidandovi al Signore, chiediamo l’intercessione di Maria perché ci aiuti, vi aiuti, a rinnovare ogni giorno l’Eccomi, anche presso la croce dell’umanità sofferente.