Aspetti dell'incorporazione e dell'uscita dall'Opus Dei

Come si può far parte dell’Opus Dei? È possibile rinunciare a far parte della prelatura? In questo articolo si danno notizie dettagliate su alcuni aspetti del discernimento e sulle fasi dell’incorporazione nell’Opus Dei, nonché sulle situazioni di uscita, con alcune riflessioni sul fenomeno vocazionale e il relativo accompagnamento.

Dall'Opus Dei
Opus Dei - Aspetti dell'incorporazione e dell'uscita dall'Opus Dei Articolo su come incorporarsi o uscire dall'Opus Dei

«Vi assicuro, figli miei, che quando un cristiano compie con amore le attività quotidiane meno trascendenti, in esse trabocca la trascendenza di Dio. Per questo vi ho ripetuto, con ostinata insistenza, che la vocazione cristiana consiste nel trasformare in endecasillabi la prosa quotidiana. Il cielo e la terra, figli miei, sembra che si uniscano laggiù, sulla linea dell’orizzonte. E invece no, è nei vostri cuori che si fondono davvero, quando vivete santamente la vita ordinaria...».

La missione dell’Opus Dei consiste nell’aiutare i cristiani a vivere questo ideale. Si tratta, secondo una frase del fondatore, di «una grande catechesi»: un cammino per scoprire che Dio ci guarda con amore in ogni momento della giornata, e anche in quelli apparentemente più banali, e per illuminare il mondo con il medesimo sguardo perché, grazie al battesimo e alla cresima, e in modo ineffabile nel mistero eucaristico, Gesù Cristo, luce del mondo, vive in noi e noi in Lui (cfr. Gv 6, 55 e 15, 5).

Nell’Opus Dei vi sono persone di ogni tipo. A proposito di questa diversità, San Josemaría era solito dire che «si può percorrere il cammino in molte maniere. Si può andare sulla destra o sulla sinistra, oppure a zig-zag, a piedi o a cavallo. Ci sono centomila modi di percorrere il cammino divino». E sono centomila anche i modi e i tempi, tanti quante sono le persone, che portano a trovare questo cammino e a scoprire la chiamata di Dio a seguirlo.

Ogni persona ha la sua storia. Siamo esseri biografici: scriviamo la nostra vita; in essa scrivono anche coloro che in un modo o nell’altro camminano accanto a noi; e scrive pure, con grande delicatezza, Dio nostro Padre. La nostra non è una vita scritta in anticipo, come un contratto o un disegno predeterminato. È un’opera artigianale che a volte procede per strade impreviste e che richiedono tempo. Sì, Dio fa assegnamento sul tempo e, mentre lo Spirito Santo continua nel mondo la sua opera, lo fa anche con la nostra collaborazione, affinché ciascuno «si ritrovi», affinché diamo il nostro contributo al mondo e alla storia, affinché scopriamo come e dove Egli ci vede.

1. L’incorporazione nell’Opus Dei

Sono molte le persone che in un modo o nell’altro partecipano alla spiritualità dell’Opus Dei, anche in paesi nei quali ancora la prelatura non è arrivata. Parecchi frequentano le sue attività per un certo tempo, e anche per molti anni, senza sentire la chiamata a far parte dell’Opera. Altre, in un dato momento, sentono la chiamata di Dio a seguirlo per questo cammino. Tuttavia, una cosa è entusiasmarsi e altra cosa è che questo sia veramente il loro cammino: cioè che Dio le chiami effettivamente a camminare per Lui; che abbiano le condizioni per percorrerlo con speranza e libertà, per seguirlo giorno dopo giorno, anno dopo anno.

Una indispensabile dimensione formale

Rispondere di sì alla chiamata, decidersi a seguire Cristo nell’Opus Dei, comporta un’appartenenza istituzionale che si va formalizzando nel tempo, un po’ per volta. A questo proposito, in riferimento all’assistenza spirituale, Papa Francesco precisava: «Per giungere ad un punto di maturità, cioè perché le persone siano capaci di decisioni veramente libere e responsabili, è indispensabile dare tempo, con una immensa pazienza». Per questo, come in tanti ambiti della vita sociale ed ecclesiale, esistono dei periodi in cui l’appartenenza all’Opus Dei si va concretando un po’ per volta. Se non ci fossero, la libertà dell’interessato verrebbe compromessa e sarebbe difficile, sia per loro che per la prelatura, fare le valutazioni opportune.

L’esistenza di questi periodi, e dei diritti e doveri che assumono sia l’Opera che ognuno dei suoi fedeli, dimostrano che gli impegni che si assumono con la vocazione sono reali. Se questi aspetti formali non esistessero, l’Opus Dei non sarebbe altro che un luogo di passaggio, quasi un’associazione culturale o sportiva: chiunque potrebbe venire e andarsene, entrare e uscire... L’appartenenza all’Opus Dei è vocazionale; vale a dire, presuppone una chiamata di Dio che coinvolge l’intera esistenza. Per questo è indispensabile una dimensione formale che, tuttavia, non occupa il primo posto nell’esperienza quotidiana dei suoi fedeli. Nel quotidiano ciascuno vive semplicemente la sua vita cristiana.

Le prime tappe: richiesta e ammissione

Come succede nella Chiesa con altre vocazioni, esiste un momento che segna un prima e un dopo per coloro che si sentono chiamati all’Opus Dei: il giorno in cui hanno detto di sì a Gesù, sì a questo cammino. Una vocazione divina implica «una visione nuova della vita. È come se si accendesse una luce dentro di noi». Si tratta di un impegno personale con il quale «tutta la nostra vita, quella presente, quella passata e quella che verrà, acquista un nuovo rilievo, una profondità mai prima immaginata». Però è un impegno che dovrà gettare radici e maturare col tempo.

Perciò, questo primo passo è preceduto da una riflessione serena da parte dell’interessato e della prelatura; poi il discernimento continua e aumenta a partire dalla richiesta di ammissione all’Opera, attraverso un lavoro paziente, come quello di un giardiniere. Tale discernimento è necessario perché «lo spirito dell’Opera, come il Vangelo, non si sovrappone alla nostra natura, ma la vivifica: è un seme destinato a crescere nel terreno di ciascuno»; e questo non soltanto nelle tappe iniziali della vocazione, ma anche durante tutta la vita nell’Opera.

Se, dopo averci pensato con calma, una persona chiede formalmente di far parte dell’Opus Dei, è necessario ottenere il benestare del direttore di un centro della prelatura e avere almeno sedici anni e mezzo di età. A partire da questo momento si apre un primo periodo di sei mesi durante il quale la persona, per quanto possibile, comincia a vivere in sintonia con la chiamata di Dio accolta nella propria anima e riceve una formazione iniziale.

Davanti rimane un percorso di formazione e di consolidamento nella vocazione, ma già ora la chiamata di Dio si percepisce come un amore che abbraccia l’esistenza intera: «Tutti gli eventi e tutte le circostanze occupano ora il loro vero posto: comprendiamo dove il Signore vuole condurci e ci sentiamo come trascinati da questa missione che Egli ci affida».

Trascorso questo periodo iniziale di sei mesi, la Prelatura risponde formalmente alla richiesta di ammissione. Questa risposta si chiama ammissione. Non comporta ancora una incorporazione all’Opus Dei. Da parte dell’interessato richiede la decisione matura di cercare di vivere la vita cristiana e la missione apostolica secondo lo spirito dell’Opus Dei, in un panorama di servizio alla Chiesa e all’umanità.

Incorporazione temporanea e definitiva all’Opus Dei

Per l’incorporazione all’Opus Dei deve passare almeno un altro anno dopo l’ammissione. Questo passo negli Statuti è chiamato oblazione, ed è possibile farlo soltanto dopo aver compiuto i 18 anni, una volta conosciuti e accettati gli obblighi che si assumono.

Il vincolo che si crea tra la prelatura e il fedele con questa prima incorporazione temporanea ha una analogia con quello che vincola qualunque fedele alla sua diocesi, con due caratteristiche particolari: che in questo caso il vincolo risponde a una specifica vocazione divina, e che si costituisce, sul piano canonico, mediante una reciproca dichiarazione formale, alla presenza di due testimoni.

L’amore non mette condizioni; dice di sì, e basta. Però la prudenza obbliga ad aspettare prima di formalizzare le cose per sempre. Per questo l’impegno bilaterale che si compie con l’oblazione dura, al massimo, un anno: più esattamente, fino al successivo 19 marzo, solennità di san Giuseppe. Si apre così un tempo in vista di una incorporazione definitiva che potrà avvenire in un termine minimo di cinque anni dopo la prima incorporazione.

In questo periodo ogni fedele continua a percorrere il suo cammino – professionale, sociale, ecc. – in accordo con la sua vocazione, facendo in modo di migliorare l’«unità di vita». La prelatura continua ad aiutarlo a formarsi nella fede e nello spirito dell’Opus Dei, in un clima di fiducia. Ogni anno la persona rinnova l’impegno, se lo desidera e se la prelatura non si dichiara contraria. È chiaro che durante questo percorso è facile che si manifestino dei momenti di stanchezza, e forse anche alcuni dubbi e titubanze. Però tutti sanno che possono sempre contare sull’appoggio e la fortezza degli altri dell’Opus Dei: un appoggio concreto, di fratello a fratello.

Almeno cinque anni dopo l’oblazione, con il consenso della prelatura, i fedeli possono fare la fedeltà, che è l’incorporazione definitiva nell’Opus Dei. San Josemaría nel 1950 stabilì che, nel caso dei soprannumerari, data la varietà delle circostanze nelle quali essi si trovano e il modo in cui ricevono la formazione, di solito il periodo per l’incorporazione definitiva sia maggiore. Questa incorporazione, come le precedenti, non comporta un cambiamento di stato dei laici. Non cambia neppure lo stato dei sacerdoti secolari che, incardinati nelle rispettive diocesi, si incorporano nella Società Sacerdotale della Santa Croce.

2. L’uscita dall’Opus Dei

Tutto l’itinerario appena descritto richiede libertà, maturità, speranza, fiducia in Dio e in coloro che Egli ci mette accanto. I fedeli dell’Opus Dei riposano nelle mani di Dio loro Padre e si avvalgono dell’aiuto degli altri, ma non per questo non sono esposti a tutti i venti che riguardano qualunque persona: salute, temperamento, ambiente familiare e sociale, crisi economiche, instabilità lavorativa, ecc.

A parte le limitazioni personali, i difetti e i peccati, ai discepoli di Cristo non sono risparmiate prove, tentazioni e persecuzioni di diverso ordine (cfr. Gv 15, 20). In alcuni casi non mancano neppure alcuni errori nel discernimento vocazionale (idoneità, maturità...) o nel contorno spirituale. D’altra parte, è forte la pressione dell’attuale società, nella quale essere cristiano significa «non aver paura di andare controcorrente e di soffrire per annunciare il Vangelo» e dove, pur essendo grande il desiderio di pace e di stabilità, si è offuscato il valore della fedeltà.

In definitiva, sono molti gli elementi che concorrono alla traiettoria della vita delle persone che a suo tempo si sono donate a Dio. Alcuni permettono di spiegare in parte perché una persona che ha manifestato l’intenzione di essere fedele alla propria vocazione nell’Opus Dei, possa desiderare, a un certo punto della sua vita, di lasciare l’Opera. In ogni caso, il mistero della persona umana richiede un rispetto infinito, una prudenza che eviti qualsiasi tipo di giudizio. Soltanto Dio «scruta i cuori e penetra ogni intimo pensiero» (1 Cr 28, 9).

Le diverse situazioni

Prima dell’oblazione è sufficiente che i fedeli che vogliono lasciare l’Opera lo comunichino verbalmente. D’altra parte, durante questo periodo il prelato o il vicario regionale possono disporne o consigliarne l’uscita, se ritengono che non vi siano le disposizioni o le attitudini necessarie.

Il fedele dell’Opus Dei che si è impegnato temporaneamente mediante l’oblazione rimane nella Prelatura se rinnova l’impegno il 19 marzo (per far questo non c’è nessuna formula: si tratta di un atto interiore, davanti a Dio, e basta comunicare di averlo fatto). Se volontariamente non lo rinnova quel giorno, resta fuori dalla prelatura ipso facto (vale a dire, per questo stesso fatto), senza che sia necessario fare altro.

Se ha fatto l’oblazione e desidera lasciare l’Opera prima del successivo 19 marzo, o se si è impegnato definitivamente mediante la fedeltà, per andar via dall’Opus Dei deve chiedere la cessazione del vincolo contratto con la prelatura e, pertanto, anche la conclusione dei diritti e dei doveri corrispondenti.

La rilevanza esistenziale delle decisioni che riguardano la vocazione fanno sì che, soprattutto nel caso della volontà di uscire dall’Opera, si faccia in modo di aiutare ogni persona a valutare serenamente davanti a Dio quale sia il suo bene, e ciò per evitare che prenda una decisione avventata, cercando sempre il bene di ogni anima al momento di prendere una risoluzione. A volte la libertà potrebbe essere ridotta a causa della passione, di uno stato d’animo passeggero o da un condizionamento esterno. Tuttavia, se malgrado tutto, una persona preferisce andarsene, il procedimento è facile e chiaro.

La cessazione del vincolo tra il fedele e la prelatura

Perché cessi il vincolo tra la persona e la prelatura, deve risultare che l’interessato voglia abbandonare volontariamente la prelatura. Di solito tale volontà viene manifestata per iscritto mediante una lettera diretta al prelato dell’Opus Dei. La lettera viene inoltrata rapidamente al prelato, al quale compete emanare la dispensa dai doveri contratti. Non occorre che in questa lettera siano esposti i motivi: basta dimostrare la volontà libera, chiara ed esplicita di non volere andare oltre.

La conferma della cessazione del vincolo tra la persona e la prelatura viene trasmessa all’interessato, cercando di chiarire ogni aspetto della sua nuova situazione; se poi lo desidera, gli si possono offrire gli aiuti spirituali adatti alla sua situazione. Di solito tutto questo avviene rapidamente dopo la richiesta di cessazione del vincolo. Accade assai spesso che le persone che hanno lasciato l’Opus Dei chiedano di continuare come cooperatrici o cooperatori.

Dopo un certo tempo, può succedere che una persona voglia ritornare e, con l’autorizzazione del prelato, sia ammessa come soprannumerario o soprannumeraria.

3. Passato e futuro: perdono e speranza

Quando una persona abbandona il cammino vocazionale che aveva iniziato, non è facile comprendere in pieno quanto sia successo. In alcuni casi la situazione può essere dolorosa per entrambe le parti. A volte può darsi che abbiano pesato una serie di malintesi, aumentati fino al punto che è difficile porvi rimedio; altre volte una negligenza prolungata nella vita spirituale alla fine ha svuotato di senso la donazione; o infine, una serie di fattori hanno concorso a far sì che la persona non trovasse più le forze per andare avanti...

La vita però va avanti: per Dio c’è sempre vita davanti a noi. «Inoltre Dio scrive dritto sulle righe storte della nostra storia. Dio ci lascia la nostra libertà, eppure sa trovare nel nostro insuccesso nuove strade per il suo amore. Dio non fallisce». Con il suo aiuto, conviene coltivare due disposizioni che curano e confortano: il perdono e la speranza.

Il perdono, come sguardo al passato, per perdonare danni eventualmente subiti e per riconoscere quelli eventualmente fatti; e la speranza, come sguardo al futuro, perché ognuno deve sapere che Dio cammina accanto a lui, e che una ferita, una delusione, una ribellione – o, a volte, un misto di alcune di queste cose –, può essere per Dio l’occasione per proporre un nuovo cammino: «L’ingresso in una nuova via dell’amore dopo il fallimento di una prima offerta [...] è certamente possibile [...]. Fa parte delle vie della storia di Dio con gli uomini [...] proprio quella “flessibilità” di Dio, che attende la libera decisione dell’uomo e da ogni “no” fa scaturire una nuova via dell’amore».

Del resto, una persona che lascia l’Opus Dei è sempre qualcuno che ha voluto darsi a Dio. Un gesto del genere segna profondamente l’identità personale: Dio non lo dimentica, né lo dimentica il proprio cuore. Gli anni di donazione alle sue spalle sono anni di preghiera, di testimonianza cristiana; di tempo, di sforzi e di contributi alle cose di Dio e per il sollievo di persone più bisognose, in molti casi promovendo opere di insegnamento, di cultura, di assistenza materiale e sanitaria. «Non va perduta nessuna delle sue opere svolte con amore, non va perduta nessuna delle sue sincere preoccupazioni per gli altri, non va perduto nessun atto d’amore per Dio, non va perduta nessuna generosa fatica, non va perduta nessuna dolorosa pazienza. Tutto ciò circola attraverso il mondo come una forza di vita».

D’altra parte, e anche se per un certo tempo si possono percepire quasi soltanto gli episodi dolorosi, una persona che ha fatto parte della prelatura ha ricevuto molto, sotto forma di affetto e di attenzione, di formazione umana e spirituale, di soddisfazione per il lavoro ben fatto, di apertura agli altri. Tutto questo bagaglio è in suo possesso e lo aiuterà ad andare avanti nella vita con senso cristiano.

La prelatura fa in modo di risvegliare nei suoi fedeli la preoccupazione di non perdere i contatti con nessuna delle persone che hanno deciso di lasciare l’Opera, salvo che per volontà esplicita di qualcuno. Coloro che hanno nella prelatura incarichi di formazione sono chiamati a incarnare in un modo particolare nella loro vita questi insegnamenti paterni di papa Francesco:

«Chi accompagna sa riconoscere che la situazione di ogni soggetto davanti a Dio e alla sua vita di grazia è un mistero che nessuno può conoscere pienamente dall’esterno. Il Vangelo ci propone di correggere e aiutare a crescere una persona a partire dal riconoscimento della malvagità oggettiva delle sue azioni (cfr Mt 18,15), ma senza emettere giudizi sulla sua responsabilità e colpevolezza (cfr Mt 7,1; Lc 6,37). In ogni caso un valido accompagnatore non accondiscende ai fatalismi o alla pusillanimità. Invita sempre a volersi curare, a rialzarsi, ad abbracciare la croce, a lasciare tutto, ad uscire sempre di nuovo per annunciare il Vangelo. La personale esperienza di lasciarci accompagnare e curare, riuscendo ad esprimere con piena sincerità la nostra vita davanti a chi ci accompagna, ci insegna ad essere pazienti e comprensivi con gli altri e ci mette in grado di trovare i modi per risvegliarne in loro la fiducia, l’apertura e la disposizione a crescere».

Guillaume Derville – Carlos Ayxelà